martello1Nella corso della vita abbiamo necessità di conferme. Non dico spesso, perché altrimenti è ansia, ma ogni tanto a un punto fermo bisogna ancorarsi. Ma se quel punto fermo non fosse così fermo? Chi ce lo garantisce? C’è scritto da qualche parte? Un marchio di qualità, una garanzia siglata dalla UE, un bollo che certifica l’imposta pagata? No, la vita è fatta di incertezze, una dietro l’altra, voltato l’angolo l’imprevisto è in agguato pronto a saltarci in groppa, metterci il morso, le redini, il basto e guidarci verso il baratro della fatica, della preoccupazione, dell’insonnia. Quando finalmente siamo riusciti a liberarcene sul ciglio del burrone, il tempo di tirare un sospiro di sollievo e un nuovo imprevisto spuntato da un buco sottoterra ci fa inciampare e finire nel precipizio. Mi rendo conto che l’angoscia sta prendendo il sopravvento e non volevo.
Parlavo di punti fermi, certezze alle quali aggrapparci nel mare in tempesta dell’esistenza, ma anche quest’immagine pare un tantino retorica e ansiogena.
Il problema è che quando si parla di certezze è come parlare d’aria, non sono concetti afferrabili come un martello, un chiodo e un muro in cui piantarlo, situazione peraltro a rischio considerato il dito che sostiene il chiodo contro il muro e la testa del martello che si abbatte solo presumibilmente sulla capocchia del chiodo stesso.
Ecco: il dolore è un punto fermo, può variare d’intensità e natura, ma resta dolore, disagio, sofferenza. In altre parole fa male, che è il contrario di bene, altro punto fermo. A quest’ultimo tendiamo e l’altro cerchiamo di respingere e allontanare. È già qualcosa, ma non abbastanza. Infatti a volte dimentichiamo cosa è bene e cosa è male e ripetiamo gli stessi errori. Certi analisti non credono a una carenza mnemonica, almeno cosciente, quanto, piuttosto a un desiderio inconscio di autolesionismo. Non so, forse hanno ragione loro e desideriamo davvero picchiarci il martello sul ditone anche se non lo sappiamo, oppure non hanno ragione e il desiderio sarà quello di picchiare il martello sul loro ditone per aver tentato di farci fessi e svuotarci il portafoglio.
Ma ormai è da oltre 2000 caratteri che giro intorno al problema senza centrarlo. In realtà ci sono cose che facciamo, perché siamo sicuri che siano bene per noi, altre che evitiamo, perché siamo sicuri che non ci faranno bene. Tante volte, però, la sicurezza va a farsi benedire. Un esempio: andiamo a una festa, ci ubriachiamo ben sapendo che faremo un sacco di cazzate di cui ci vergogneremo il giorno dopo, quando avremo la testa come un pallone da rugby dopo la finale del Sei Nazioni tra Scozia e Inghilterra. Quante volte l’abbiamo fatto nella vita? Di sicuro, almeno una di troppo.
Quel numero di telefono sul quale abbiamo messo una croce sopra perché il/la titolare è portatore/rice insano/a di una noia abissale, col tempo tende a perdere il potenziale mortifero che gli abbiamo attribuito, magari, pensiamo noi, in un momento di intolleranza e ci sospingerà a riformularlo e a trascorrere una serata che ricorrerà a lungo nei nostri peggiori incubi, fino a che il tempo non sbiadirà il ricordo e si ricomincerà da capo.
E queste orribili scarpe da tennis che non metto mai dato che sono strette e puzzano di gomma marcia dopo dieci minuti che le ho calzate, perché continuo a rimetterle ogni quattro o cinque anni dimenticando quanto siano nocive per me e chi mi sta vicino anche solo occasionalmente? Datemi un martello!

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