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gheddafi

L’anno scorso il colonnello (ma non dovrebbe essere già generale dopo tutti questi anni?) Gheddafi è arrivato agghindato come un portiere d’albergo e aveva appuntata sulla marsina una fotografia.
Quest’anno, senza marsina, ma vestito in modo tradizionale, portava appuntato un foglietto di carta rettangolare. Nessuno si è chiesto cosa fosse?
Facciamo delle ipotesi:
il colonnello Gheddafi è uno smemorato e si è cucito addosso il biglietto aereo di ritorno per non perderlo;
il colonnello Gheddafi non si è accorto di avere messo il vestito al contrario e quella è l’etichetta;
il colonnello Gheddafi non gira con i contanti, nonostante le amazzoni coi tacchi, deve dei soldi a qualcuno qui in Italia, è arrivato con un assegno circolare e, per non perderlo, se l’è appuntato sull’abito che, evidentemente, non ha tasche;
il colonnello Gheddafi soffre di amnesie improvvise e sul biglietto c’è scritto: sono il colonnello Gheddafi, se leggete questo biglietto significa che mi sono perso e non  ricordo come si torna a casa, segue indirizzo di Tripoli;
se avete altre ipotesi fatevi avanti, chissà che non risolviamo il mistero.

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Ma se i due marocchini invasati che parlavano di progettare attentati con i petardi comprati dai cinesi, caricare un camion di tritolo e far saltare una caserma dell’esercito, distruggere un parcheggio di un supermercato esselunga (???), fossero stati arrestati nel momento in cui si procuravano l’esplosivo, non sarebbe stato meglio? Si sarebbe tolto di mezzo anche un pericoloso mercante d’armi illegali. Perché li hanno arrestati solo sulla base delle chiacchiere da bar che intercorrevano tra i due? Un’accusa del genere quanto reggerà in tribunale? Persino l’avvocato Taormina vincerebbe una causa di questo tipo. Possibile che nessuno se lo chieda? Persino il nostro presidente del consiglio afferma che al telefono si entra in una dimensione onirica e si dicono cose che non si pensano in realtà. Certo, i due fanatici queste cose non le dicevano solo al telefono, ma quando il ministro Maroni auspica il 41bis per i due arrestati non sa quello che dice, anzi, lo sa benissimo: gli serve a gettare fumo negli occhi alla gente paventando catastrofi imminenti, quando la catastrofe è già in corso da circa sei mesi, messa in atto da una banda di illusionisti, nemmeno troppo bravi, che ci vogliono far credere che fanno il nostro bene.

Sapevate che esiste un fenomeno chiamato Punk Islamico? Il nome tecnico è Taqwacore: “taqwa” significa timore reverenziale verso Allah e “core” deriva da hardcore. Ci sono quindi dei punk musulmani o dei musulmani punk, che sembra la stessa condizione, ma dipende da quando si è diventati cosa per primo. È un fenomeno nato sulla west coast e si sta diffondendo anche su quella atlantica. Devo dire che la cosa mi piace, perché le contaminazioni portano spesso buoni frutti. Diffido di chi rivendica la purezza di origine, radice, razza, religione, stirpe: portano sempre guai. Non sono mai stato un vero fan del punk (nemmeno dell’islam, se è per questo), ma i Sex Pistols mi facevano simpatia, ho visto dal vivo Ramones e UK Subs, i Clash mi mancano, ma ci hanno lasciato cose più che egregie. Avevo qualche nastro degli Stranglers e del loro bassista Jean-Jacques Burnel, un vero pazzo. Comunque, il punk e il pre-punk americano (MC5, Stooges, Patti Smith) rappresentavano quella scossa necessaria alla staticità che la lunga onda del rock, iniziata alla fine degli anni ‘60, stava inesorabilmente raggiungendo dopo una stagione gloriosa. Ma come ho scoperto il punk islamico? Attraverso un libro che ne evidenzia le caratteristiche: Islampunk di Michael Muhammad Knight, un giovane autore al suo terzo lavoro, nato proprio quando il punk esplodeva sul Tamigi trent’anni fa, con Johnnie Rotten che vomitava God Save The Queen, Anarchy in U.K. e, già che c’era, anche ciò che aveva bevuto e mangiato mezz’ora prima, dando inizio ufficialmente anche in Europa ad una “wave” travolgente, che ancora oggi fa sentire i suoi schizzi. Il libro, dal punto di vista strettamente letterario, non è granchè, secondo me. La scrittura è piuttosto “ferma”, un po’ come un film girato con una cinepresa fissata sempre nello stesso angolo: linguaggio diretto, dialoghi secchi, riflessioni superficiali, anche se posso capire che, per un musulmano maschio osservante, masturbarsi indossando un burqa possa rappresentare qualcosa di rivoluzionario e costituire oggetto di considerazioni prolungate. Ma ciò che più colpisce è la descrizione dei tipi che popolano la casa-comune di Buffalo, vicino a New York, dove il protagonista vive. Punk a tutti gli effetti, con catene, piercing, spillette, band d’elezione, capelli coloratissimi, mohawk altissimi (sono le tipiche creste punk) tatuaggi ovunque, ma riconducibili alla religione: sure del corano, i 99 nomi di Allah, numeri di versetti di testi sacri. E poi bandiere di paesi inequivocabilmente islamici sui muri, magari mezze strappate o con dipinta a spruzzo la A cerchiata di Anarchia su quella dell’Arabia Saudita. Perché i punk provocano: molti di loro portano sul giubbotto la stella di david, come i vecchi punk la svastica, pur non essendo nazisti. I punk islamici bevono, tantissimo, tranne i cosiddetti straightedge, fumano, ogni cosa fumabile, trombano a mille, donne islamiche e no, ve ne sono anche di omosessuali, sono veri punk, insomma. In compenso conoscono il Corano, pregano, quando si ricordano, frequentano le moschee quando li lasciano entrare e ipotizzano un islam americano che se ne fotta (letteralmente) di ciò che dicono talebani, ayatollah, imam tradizionalisti con la sunna in tasca e moralisti d’accatto. Utopia? Si vedrà. Intanto il caso è da registrare.
Una curiosità: Knight ha pubblicato i suoi primi due lavori in fotocopie distribuite autonomamente, mentre questo romanzo ha trovato un editore inglese – Newton Compton – il quale si è preso la libertà di sostituire con tre asterischi (***) quelle parti che riteneva troppo “forti”. Nessun rigurgito di puritanesimo, ma le bestemmie, ancorché islamiche, hanno preferito risparmiarle. Di questi tempi, così suscettibili, non si sa mai.
Una lamentela riguardo alla traduzione: quando si trova il verbo To Blow riferito all’azione che una donna sta facendo nei confronti di un pene maschile, non ci sta “soffiando” dentro, diamine😉
Un’ultima considerazione: non sono un fan dell’Islam, come dicevo prima, ma questo post è stato scritto col sottofondo di canti devozionali qawwali di Nusrath Fateh Ali Khan, un grandissimo che se ne è andato troppo presto.