Tag Archive: insetti


— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrrr…
— Zzzzzzzzzzz…
— Prrrrrrrrrrrrrr…
— O mamma! Chi è?
— Prrrrrrrrrrrr…
— Ah, sei tu. Cosa vuoi?
— Prrrrrrrrrrrrr…
— Ma è ancora buio. Che ora è?
— Prrrrrrrrr…
— Sì, basta graffiarmi, ho capito. E non c’è bisogno di mordermi anche il dito!
— Prrrrrrrrrrrrr…
— Arrivo. Eccomi. Ma che buio. Ma sono quasi le tre!
— L’orologio.
— Sì, lo so, è un orologio. Questa poi è una sveglia.
— È l’ora.
— Di cosa?
— Legale.
— L’ora legale? E mi svegli alle tre per ricordarmi l’ora legale? Che poi sarebbe solare, visto che è autunno.
— Devi spostare l’orologio indietro.
— Ma lo posso fare domani mattina, non c’è bisogno di spostarlo di notte.
— Pensavo di rendermi utile. Dici sempre che non faccio nulla se non mangiare, dormire e combinare guai.
— Sì, vabbe’…e ti viene in mente di renderti utile alle tre di notte?
— Sai come siamo noi gatti…prrrrrrrrrrr
— E va bene, ormai sono sveglio, tanto vale che faccia il giro degli orologi di casa.
— E la sveglia?
— La sveglia è collegata via radio con l’orologio atomico di Mainflingen, un posto vicino a Francoforte e si autoregola automaticamente. Ma cosa te lo dico a fare…cosa ne capisce un gatto di orologi atomici.
— Perché tu umano invece…
— Cosa vorresti insinuare?
— Sai come funziona un orologio atomico?
— Ma certo che lo so!
— Sentiamo
— È un orologio regolato da un sistema di microparticelle che….
— Che?
— …cheeee si ritrovano a far merenda nel ciclotrone di Ginevra, fanno un giro nel tunnel del Gransasso, attraversano la Manica, piovono su Greenwich che le spara in Germania e ritornano nell’orologio atomico regolate sul meridiano Zero.
— Intanto gli orologi di Mainflingen sono tre, uno al rubidio e due al cesio e il sistema è basato sulla frequenza di risonanza degli atomi…
— Ok basta, non è l’ora per mettersi a discutere della risonanza degli atomi e mi devi sempre spiegare cosa fai quando sei solo in casa. Mi sembri il gatto Murr di Hoffmann.
— Ah sì, il vecchio Murr, un lontano parente con un certo talento, di sicuro più di quel musico fallito di Kreisler…prrrrrrrrrrr…in famiglia abbiamo sempre avuto una certa inclinazione per la cultura…
— Ma quale cultura, che tuo padre era un montanaro del varesotto, si è ingroppato tua madre ed è sparito di nuovo nei boschi.
— Prrrrrrrrrr…
— Ecco fatto, ho spostato gli orologi, ora me ne posso tornare a dormire.
— Fame. Prrrrrrrrrrr…
— Fame? Da quando mangi alle due? Ti ho dato da mangiare a mezzanotte!
— Fame. E poi sono le tre legalmente. Prrrrrrrrrrr….
— E smettila di fare le fusa, che non mi impressioni.
— …
— Ma quanto mangi? Ormai lavoro per rimpinzarti di cibo.
— Ma se sono un micino magro magro!
— Sì, ma mangi come un puma. E poi sei anziano.
— Parla per te.
— Hai sedici anni.
— E quindi?
— Gli anziani mangiano meno.
— Guardati la pancia.
— Ma io non mangio tanto, è perché sono sedentario.
— Sei sedentario su un etto di pasta a pranzo e uno a cena. Per non parlare del condimento e di tutto il resto.
— Sei diventato un gatto dietologo?
— Ci tengo alla tua salute, che è un po’ anche la mia.
— E va bene. Eccoti da mangiare i bocconcini.
— Veramente a quest’ora preferivo la scatoletta, è più leggera.
— Lo vedi questo piede? Ora osserverai un rapido movimento del medesimo fino a collidere con le tue terga talmente forte e veloce, come fanno le microparticelle nell’Hadron di Ginevra, da spedirti fino a Francoforte, farti rimbalzare sulle antenne dell’orologio atomico e tornare indietro un’ora prima. Ok?
— Penso che mi adeguerò ai bocconcini e alle tue cattive maniere.
— Ecco, bravo, adeguati e buonanotte.
— Zzzzzzzzzzz…..
— Prrrrrrrrrrrrrr…..
— Zzzzzzzzzzz….
— Prrrrrrrrrrrrrr….
— Cosa c’è ancora?
— Non è ora di alzarsi? È già chiaro.
— Me ne frego. È domenica.
— Ma hai già dormito un’ora in più.
— Facendo la somma algebrica di tutte quelle che mi hai sottratto siamo ancora nel campo dei numeri negativi.
— Ma io ho fame.
— Mangiati le zanzare che girano ancora per casa.
— Che schifo!
— Una volta le prendevi.
— Sì, ma non le mangiavo
— Eppure gli insetti sono il cibo del futuro.
— Lo so e a questo proposito vorrei mostrarti il bellissimo moscone dagli occhi rossi che ho appena acchiappato e depositato sul tuo cuscino.
— Ma che schifoooo!
— È quello che dicevo anch’io…prrrrrrrrrrrrr….ora avrei fame…..

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Mattinata fresca, l’ideale per girare in bicicletta senza sudare e presentarsi davanti alla gente con la camicia che pare ci abbia dormito dentro il mio gatto e con un odore da capra tibetana bagnata. Senonché, d’estate, pare che anche varie specie di insetti trovino gradevole svolazzare per l’aere alla ricerca di un becco d’uccello in cui finire per essere digeriti o l’occhio di un ciclista in cui cacciarsi ed annegare: ad esempio, il mio. Non so di che razza fosse, comunque grosso e nero, dotato di ali, zampette, antenne e chissà quali altre appendici, non voglio nemmeno saperlo, fatto sta che uno di quegli animaletti inutili, se non per nutrire i pennuti, i quali potrebbero cambiare dieta una volta per tutte, ha pensato bene di farsi un tuffo nel mio bulbo oculare, orbandomi, mentre pedalavo sulla pista ciclabile di via Padova, notoriamente percorsa più da pedoni che da ciclisti, col rischio di fare una strage di cinesi e sudamericani e causare un incidente diplomatico di proporzioni inimmaginabili, fonte potenziale di conflitti locali, internazionali, mondiali. A riprova che sono i piccoli fatti che fanno la Storia. Prudenzialmente mi fermo e cerco, con ben poco successo, di estrarre l’esapodo spremendo bulbo e palpebre, versando lacrime, probabilmente spiaccicandolo per bene e rendendolo parte del mio apparato visivo, che, così mutato, tra qualche tempo potrà vedere nuove e differenti dimensioni, colori, angolazioni e prospettive. Fin qui la cronaca cittadina.
Una volta a casa, luogo protetto per antonomasia solo apparentemente, in realtà ambiente ricchissimo di insidie, si decide cosa mangiare. Qualcosa di buono, talmente buono da farmi dimenticare la brutta avventura con l’antennuto: una bella pasta aglio, olio e peperoncino. Con l’occhio ancora umido e un po’ dolorante — e pure ora che scrivo sento che brucia (ma di cosa sono fatti gli insetti in circolazione a Milano?) — metto l’acqua sul fuoco e preparo il condimento, consapevole del rischio che corro, già sperimentato in passato, qualora mi dovessi sfregare l’occhio con le mani che hanno appena sbriciolato la spezia. Infatti, appena preparato l’olio, l’aglio e il peperoncino, corro a lavarmi accuratamente le mani, per evitare il rischio di cui sopra. L’avverbio “accuratamente”, secondo il dizionario, deriva da “accurato”, definito come “condotto con precisione e competenza”, “che opera con attenzione e impegno”. Ora, accurato non è un valore assoluto, si può essere molto più accurati di quanto non lo sia stato io, evidentemente, perché, non appena mi sono toccato di nuovo l’occhio infastidito dal corpo estraneo che vi era penetrato, ho cominciato ad avvertire un bruciore sempre più intenso, dovuto al contatto con il rubicondo ortaggio, il quale, ancorché disseccato, mantiene tutte quante le sue  saporite e dolorose facoltà e caratteristiche. Naturalmente, mentre tentavo di sciacquare, questa volta davvero accuratamente, l’occhio in fiamme, suonava il telefono. Vi risparmio i dettagli volgari. Bene, se siete riusciti ad arrivare fin qui nella lettura, starete scuotendo la testa con compatimento nei confronti dello scrivente e ne avrete tutte le ragioni. D’altra parte, lo scopo di chi scrive è farsi leggere, indipendentemente dal giudizio finale che, essendo “finale”, appunto, giunge alla fine della lettura che è esattamente qui, dove c’è il punto.