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Le cattive abitudini si perdono faticosamente, mentre quelle buone se ne vanno in un lampo. È un più di un mese che non scrivo sul blog e la cosa mi preoccupa. Nel 2005 avevo aperto il primo What A Wonderful World senza una ragione precisa, ma per provare a comunicare delle riflessioni sviluppate e avviluppate attorno a tanti argomenti. Nel frattempo ho scritto due libri, quasi tre, ho conosciuto un mucchio di gente, senza mai vederla nella maggior parte dei casi, mentre so che qualcuno ha visto me senza farsi riconoscere, ma è un’altra storia, ho discusso con tanti, litigato con pochissimi. Quando ho chiuso il vecchio blog e ho aperto i due nuovi,  questo e Silenziosa(mente), avevo già un profilo facebook. Avevo ceduto, infine, alla tentazione del social network dopo anni di resistenza, non tanto ideologica, quanto pragmatica, certo dell’inutilità di un medium dedicato prevalentemente al cazzeggio. E, in effetti, così si è rivelato. Anzi, fb ha figliato e ha dato vita a forme di comunicazione ancora più essenziali e fasulle, come tweetter e non credo sia finita.
Pare che il blog abbia fatto il suo tempo, come il disco in vinile, il cd, il libro e il giornale di carta, la macchina per scrivere, la scrittura che superi le 140 battute, anzi, i 140 caratteri, spazi compresi, l’approfondimento e qualsiasi riflessione che necessiti l’accensione di un numero di neuroni superiore a tre. Ormai viaggiamo a smartphone e tablet, sms e titoli di giornali, rigorosamente on line, perché il cartaceo si vende sempre meno e chi lavora nelle edicole lo sa bene.
A volte mi pare di vivere fuori tempo e di fare discorsi senza senso quando penso a ciò che stiamo perdendo, ma credo anche che riflessioni del genere le abbiano fatte le passate generazioni quando si sono trovate di fronte a svolte epocali come quella che stiamo vivendo noi oggi, dal punto di vista sociale, economico, tecnologico, mediatico. Non che mi consoli, ma alla fine, l’uomo se l’è cavata lo stesso, si è solo messo a correre di più quando ha mandato in pensione le carrozze coi cavalli, i piccioni viaggiatori e i treni a vapore, ha inventato telefono e radio, automobile e aeroplano, ha assunto un diverso punto di vista rispetto alla realtà che lo circonda, perdendo di vista il dettaglio, ma ampliando la visuale, il mondo è diventato più piccolo e l’umanità si è dovuta mettere gli occhiali per vederlo. Tuttavia non tutti lo fanno, molti non si accorgono di essere ipermetropi e si accontentano della visione da lontano, mentre è ai loro piedi che sta avvenendo tutto, è esattamente sotto di loro che qualcuno sta scavando e quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi per evitare di precipitare nel baratro.
Sto seriamente pensando di cancellare il mio profilo facebook, anche se l’avverbio suona ridicolo considerata la natura della questione. Anche questo dovrebbe essere motivo di riflessione sulle proporzioni che attribuiamo alle cose, come se da un mucchietto di bit organizzati dipendesse la nostra felicità. Forse le cose serie sono altre. Tra l’altro mi hanno appena affibbiato quello stupido diario, tanto brutto quanto indecifrabile. Una buona ragione in più per togliersi di torno un impiccio inutile. Chissà che non recuperi le buone abitudini e perda quelle vecchie.

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Lo so già, l’ho già sentito centinaia di volte: non bisogna lasciarsi intimidire, non ci arrendiamo alla violenza, bisogna rispondere con la forza delle istituzioni, si deve avere fiducia nello Stato. Lo Stato c’è.Tutto vero, tutto giusto. Caso vuole (o forse no) che in queste settimane ricorrano i vent’anni dalle stragi Falcone e Borsellino, due vicende ancora da scrivere in buona parte, perché, se gli autori materiali sono finiti in galera — considerando che per la strage di via D’Amelio sono stati condannati anche degli innocenti — i livelli più alti ancora una volta sono risultati intoccabili e nell’ombra.
La storia italiana ci insegna che le stragi, purtroppo, sono spesso di Stato o, comunque con una compartecipazione attiva o passiva di pezzi di Stato, che forniscono risorse e mezzi o fanno finta di non accorgersi di ciò che sta accadendo. Inoltre, un attentato ad una scuola, come quella di Brindisi, è un attentato a una intera generazione, un genocidio morale e materiale.
Non sto invitando al disfattismo e credo ancora fermamente nelle istituzioni in quanto tali, ma solo in linea teorica e ideologica (che brutta parola, vero?), mentre chi le rappresenta ne è spesso indegno.
Di solito la prima domanda di fronte a fatti del genere è “cui prodest”, ma oggi bisogna chiedersi prima di tutto “cui nocest” e la risposta è: tutti noi, tutto il Paese, già provato da una crisi pesantissima economica, politica, morale, culturale, provocata da una classe dirigente che, dopo il crollo post-tangentopoli di quella che l’ha preceduta, si è fatta avanti e ha completato il lavoro di distruzione della fiducia degli italiani nella politica, nelle istituzioni, nella gestione della cosa pubblica. Sopravviviamo sulle macerie culturali degli ultimi vent’anni lasciate da questi demolitori professionisti, che, non ancora soddisfatti del lavoro svolto, vorrebbero sovrintendere anche alla ricostruzione, come quelle società adibite al rimboschimento, che, per procurarsi lavoro, appiccano incendi.
Mi auguro che questi sciacalli, già prodighi di sollecite dichiarazioni dense di partecipazione, turgide di sdegno, desiderose di trasparenza e giustizia, facciano un passo indietro e lascino lavorare chi sa lavorare, fornendo assistenza istituzionale quando serve, ma senza intralciare il cammino delle indagini tagliando fondi o istituendo commissioni inutili e dispendiose.
Mi auguro, inoltre, che gli italiani si rivelino migliori di chi li ha governati sino ad ora, cosa non difficile peraltro, ma che uno sforzo ulteriore li ponga su un piano veramente superiore, in ogni senso.
Domani, tra l’altro, si vota in molti comuni e altri sciacalli stanno pensando di pasteggiare sulle macerie con la scusa che abbiamo toccato il fondo e quindi, irresponsabilmente, si può fare e dire qualsiasi cosa, magari mandando avanti altri, perché a loro scappa da ridere. C’è davvero ben poco da ridere e molto da fare, invece e picconare il poco che è rimasto in piedi non è un buon modo per ricominciare.

Lo sciopero è riuscito, nella forma e nella sostanza. Prima di tutto perché vi è stata una adesione attiva da parte dei lavoratori, che si sono presentati ai propri turni e anche oltre, ma si sono fermati all’ingresso, dove era stato stabilito il presidio per tutto il giorno. Si è visto anche qualche giornalista e qualche fotografo e, per fortuna, hanno trovato una folla di gente che aveva voglia di parlare, raccontare, spiegare le ragioni dello sciopero e della preoccupazione per il proprio futuro. Chi ipotizzava di poter stare a casa, perché l’importante era fermare la produzione non sapeva bene quel che diceva. Quindi ci si augura un’eco prolungata, sempre che gli editori abbiano voglia e interesse a impegolarsi in una faccenda a dir poco ingarbugliata, con connotazioni economico-politiche di un qualche rilievo.
È riuscito anche nella sostanza, dicevo, perché la massiccia adesione fa ben sperare in un’unità d’intenti, anche da parte di coloro, pochi, che non riconoscono nello sciopero una forma di lotta efficace.
Se siete spettatori di Ballarò, sappiate che il sondaggio settimanale presentato ogni volta da Nando Pagnoncelli non l’abbiamo fatto noi. Non so se questo abbia un senso, ma è un’informazione e serve a ricordare che i sondaggi sono fatti da quei lavoratori che vi rompono le scatole mentre cenate e vi chiedono se preferite il governo Monti o avete nostalgia di Berlusconi, se credete che la Lega sia diversa dagli altri partiti od ogni scarrafone laureato in Albania è bello a mamma sua, se andrete a votare alle prossime elezioni o preferite passare il tempo libero in modo diverso.
Stasera, quando tornate a casa e mentre addentate lo spezzatino o date l’assalto agli spaghetti vi suona il telefono e dall’altra parte sentite una voce cortese che vi  invita a rispondere ad alcune domande di attualità, cercate di essere comprensivi, perché quella telefonata potrebbe essere l’ultima. Un bel sospiro di sollievo, direte voi, ma pensate che anche il vostro lavoro potrebbe finire un giorno per un motivo qualsiasi e vi potreste trovare nelle condizioni di dover impugnare pure voi la cornetta e fare domande alle otto di sera a chi non ha voglia di rispondere.
Ora la palla passa all’azienda. Vedremo come risponderà a tutti i livelli, da quelli locali a quelli internazionali. Di una cosa dobbiamo essere consapevoli: vittime ce ne saranno e, probabilmente, non poche. Limitare i danni è l’obiettivo oltre a vendere cara la pelle.

Assemblea al Cati Ipsos di via Temperanza a Milano. Alle 16,30 è già iniziata. Il sindacalista sta parlando e illustrando la situazione. Non è chiara, nemmeno a lui, per sua stessa ammissione.
Da quando il gruppo francese Ipsos ha acquisito l’inglese Synovate è diventato il terzo soggetto nel mondo per le ricerche di mercato. Ma si sa, le acquisizioni non sono indolori e di morti sul campo ne lasciano parecchi, a tutti i livelli, a cominciare dai dirigenziali: di solito sono le prime teste a saltare e poi a scalare fino ai livelli più bassi, quelli con meno tutele.
L’ipotesi che il Cati di Milano chiuda lasciando a casa un paio di centinaia di persone gira da un po’ e il fatto che a febbraio di quest’anno non abbiano rinnovato il contratto ad una trentina di lavoratori freschi di contratto a progetto e agli altri fortunati, sia stato prorogato per un semestre di cinque mesi (!!!) fino al 30 giugno, qualcosa doveva suggerire. Non solo: da mesi il lavoro è sempre più scarso, i sondaggi politici, nonostante le amministrative imminenti, si sono fatti sempre più radi — chissà se per mancanza effettiva di commesse o perché venivano dirottati al Cati di Bari, appena acquisito con l’affare Synovate e più economico per l’azienda — svuotando di fatto di importanza il centro milanese.
Eppure nessuno avvertiva il pericolo. Si è arrivati ad un mese e mezzo dalla scadenza del contratto per decidere di attivarsi e affrontare la situazione. Ma quale situazione? Visto l’atteggiamento sibillino dell’azienda, che dice e non dice, paventa la serrata, ma parla di input e non di diktat da parte di Parigi, le interpretazioni sono tutte legittimate: da chi parla di delocalizzazione totale a chi ipotizza solo una riduzione del personale, ma a quel punto si apre l’immenso, doloroso e conflittuale problema del criterio di selezione, con tutto ciò che comporta in termini di compattezza della lotta per il posto di lavoro.
Alla fine, dopo breve dibattito (il tempo per relazione, discussione e votazione è di un’ora soltanto) si proclama lo sciopero. Inizialmente di un’ora per turno, poi, dopo vivace contestazione, di quattro ore per turno con acclamazione finale.
Non finisce qui: la modalità dello sciopero è oggetto di ulteriore discussione informale post assemblea. Alla fine si decide per il presidio all’ingresso di via Temperanza 6 per tutto il giorno.
Ora, è chiaro che non si tratta di un fatto privato, tanto più in quanto Ipsos ha un’esposizione mediatica notevole. Il timore di qualcuno è che la notizia venga data in pasto alla stampa di destra e possa essere usata per screditare Nando Pagnoncelli (per oscuri motivi l’Ipsos è considerata di sinistra, il che la dice lunga sull’affidabilità dei sondaggi se ci sono agenzie di destra e di sinistra), ma se si vuole tenere riservata la cosa non si opta per un presidio stradale. Inoltre, chi non vuole la divulgazione della notizia ha qualche problema con la libertà di stampa e con la democrazia: chi decide quali notizie possono pubblicare i giornali di destra e quali i giornali di sinistra?
Di contro, strani corvi interni volano in tondo sopra questa situazione lanciando accuse nascondendosi dietro l’anonimato o nomi fittizi. Sono vigliaccate che avvelenano il clima e non fanno bene ai lavoratori.
A parte questi dettagli, lunedì 14 per tutto il giorno sarà astensione dal lavoro all’Ipsos e l’invito è quello di presentarsi al lavoro al proprio turno e, compatibilmente con le proprie forze, restare fuori tutto il tempo del turno. Per qualcuno l’essenziale è bloccare la produzione, ma esiste anche una forma nello sciopero e questa è esercitata dai lavoratori con la loro attiva partecipazione. Bisogna esserci, non starsene a casa perché c’è sciopero. Non siamo a scuola, non si scherza col lavoro. Non si scherza con la vita della gente.

Dal Devoto Oli. Trasparente: che può essere attraversato in tutto il suo spessore dalle radiazioni luminose consentendo la visione di oggetti al di à di esso; oppure, in senso figurato:  di un’espressione il cui senso, pur non esplicito, sia facilmente individuabile; che appare come effettivamente è, senza finzioni o simulazioni; esente da manipolazioni propagandistiche o estraneo a interessi illeciti o segreti.
Comunque la si legga, la bolletta del gas non è trasparente.
A parte il fatto che il 15 aprile 2012 arriva una bolletta del 7 aprile 2012 da pagare entro il 27 aprile 2012 per un conguaglio che si riferisce ad un periodo che va dal 25 marzo 2009 al 5 aprile 2012 (oltre 3 anni!!!) con un importo di 358€ per 1312, 810480 Smc detraendo 605, 80€ corrispondenti a 802,364085 Smc già addebitati in acconto nelle bollette precedenti, confermandomi (bontà loro) che, alla data odierna, tutte le bollette precedenti risultano pagate, ma come faccio a guardare attraverso 6 (SEI!!!) facciate di numeri a dieci-undici cifre, incolonnati sotto diciture come “commercializzazione al dettaglio (parte fissa)”, “commercializzazione al dettaglio (parte variabile)”, “quota annuale per l’assicurazione dei clienti finali civili (civili? e gli incivili, i militari, i tramvieri, il filobustieri, i ferrovieri, i capistazione in borghese col cappello in divisa?) del gas”, “quota fissa”, “quota aggiuntiva”, “quota variabile”, “oneri aggiuntivi di vendita”, “materia prima gas (sì, c’è anche quella, non sembra vero, ma c’è anche il gas)”, “1° scaglione”, 2° scaglione”, “3° scaglione”, “U1”, “U2”, “U3”, “Oneri Aggiuntivi di vendita”, “Quota Fissa Distr. Tau1”, “Quota Fissa Distr. UG2”, “Quota Variabile Distr. GS”, “Quota Variabile Distr. RE”, “Quota Variabile Distr. RS”, “Quota Stoccaggio”, “Quota Trasporto Vendita”, “Quota Variabile Distr. UG1”, “Quota Variabile Distr. Tau3”, “Quota Variabile Distr. UG2”, Imposta Erariale di consumo, Oneri Diversi da quelli dovuti per la fornitura di gas naturale (ma che linguaggio è?), come faccio, dicevo, a verificare se le radiazioni luminose attraversano tutto il suo spessore, consentendomi la visione di oggetti al di là di esse o se appare come effettivamente è, senza finzioni o simulazioni, esente da manipolazioni propagandistiche o estranea a interessi illeciti o segreti? Soprattutto come fa mia madre, a 94 anni, visto che è lei la titolare della bolletta, a convincersi che non la stanno imbrogliando?
Chi dirige la compagnia del gas è in grado di interpretare la bolletta o è necessario rivolgersi ad un glottologo specializzato in lingue extraterrestri? Sua moglie (perchè sono sicuro che il “signor gas” è un uomo) non gli dice niente? Non gliela fa recitare tutte le sere a mo’ di preghierina davanti al letto in ginocchio sui ceci per ricordargli che il giorno dopo in ufficio dovrà fare qualcosa per renderla più chiara e intelligibile? O lo stipendio principesco che questi figuri si assicurano rende mute anche le mogli più coscienziose a suon di vacanze a Cortina, alle Maldive e abbonamenti annuali nelle migliori spa.
E le associazioni di consumatori cosa fanno? Protestano? Contestano? Pretendono? Tacciono? Siamo al consenso condiviso e generalizzato in nome della ripresa economica auspicata e ancora lontana che sta bruciando l’equilibrio psicologico di decine di migliaia di famiglie? Quando arriva una bolletta scritta in questo modo come si resiste all’impulso di andare a cercare chi l’ha ideata e fargliela mangiare assieme alla sua busta paga?