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BAGDAD – Troppo malconcio per apparire in aula davanti al giudice: Muntazar al Zeidi, il giornalista della tv irachena Al Baghdadia che ha contestato il presidente Bush tirandogli le scarpe durante la conferenza stampa a Bagdad non si è presentato oggi in Tribunale. Alla famiglia che era arrivata per assistere all’udienza è stato detto che il magistrato inquirente lo ha invece visitato in cella e di ripresentarsi dopo otto giorni. Ma questo, per il fratello Dhargham, vuol dire una cosa sola: che Muntazar è stato pestato e non è in condizioni di farsi vedere in pubblico. “Hanno temuto che la sua comparsa in aula potesse scatenare delle proteste”, ha denunciato.


Così scrive oggi il sito di Repubblica, mentre si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà nei confronti di Muntazar, che si è reso protagonista di un gesto che molti avrebbero voluto compiere avendone l’occasione. Possibilmente centrando il bersaglio.
Ma se, è solo un’ipotesi, Muntazar non fosse un eroe, ma solo un perfetto idiota? Ribadisco, è solo un’ipotesi e mi dispiace che probabilmente stia patendo la ovvia repressione delle autorità irachene che non staranno usando i guanti di velluto. Mi chiedo, tuttavia, se sia giusto avvalersi della qualifica di giornalista e della fiducia che il governo ha riposto su di lui, confidando nella sua professionalità quando l’ha invitato alla conferenza stampa, per attentare all’incolumità del presidente degli Stati Uniti d’America, alleato dell’attuale premier iracheno. Qual è stato il senso di tutto questo?
Dal punto di vista giornalistico non ve n’è, dato che l’informazione si fa con altri mezzi, soprattutto tenendosi le scarpe ben allacciate ai piedi e andando a testimoniare i fatti senza diventarne parte attiva. Tra l’altro si corre il rischio di concedere il pretesto per una più pesante censura nei confronti dell’informazione. Un ottimo servizio alla libertà di stampa. Si è immolato per una causa? D’accordo, infatti il consenso popolare non gli sta mancando e persino eserciti di avvocati in cerca di fama stanno offrendosi per difenderlo accampando tesi legali di difficile sostenibilità, se non in un Paese in bilico sul baratro come l’Iraq. Immolarsi, comunque, significa martirio da quelle parti e i maltrattamenti subiti in carcere sono il minimo prevedibile, considerati i trascorsi di Abu Graib, il cui responsabile principale è proprio Bush, in società con Cheney e Rumsfeld, secondo la commissione d’inchiesta del senato degli Stati Uniti. È veramente un terrorista? Da operetta, perché avrebbe potuto portarsi un’arma, non le scarpe e a quest’ora gli starebbero facendo il funerale, mentre Obama sarebbe già alla Casa Bianca. È davvero un eroe? Dipende dai punti di vista: Cesare Battisti era un traditore per gli austriaci. È un pazzo? Può darsi, ma se davvero non ragiona, tutta la simbologia della scarpa costruita attorno al suo gesto perde valore, data l’inconsapevolezza e l’incoscienza. È pur vero che tra martirio e pazzia abbiamo una tradizione storica che va dai cristiani divorati dalle belve nei circhi romani sino alla Locomotiva di Guccini, passando per la stampella di Enrico Toti, un retaggio che ci ha pesantemente condizionato, ma alle porte del 2009 sarebbe anche il caso di rivedere certi schemi mentali un po’ consunti. Insomma, non pretendo, come molti, di avere la verità in tasca, ma questo coro di consenso per lo scarparo, solo perché ha fatto un gesto becero contro un becero, lo sento stonato. Due torti non fanno una ragione.

Ogni giorno in Italia 3-4 persone escono di casa per andare a lavorare e non vi fanno ritorno se non in una bara. E questo si sa.
Si sa un po’ meno che ogni giorno in Italia 14 persone escono di casa e non vi tornano più, perché restano spalmati sull’asfalto o accatorciati nelle lamiere del proprio veicolo, indipendentemente dallo stato di alterazione dovuto ad alcool o altri stupefacenti, anzi, la maggior parte di questi era sobria e perfettamente cosciente di quanto stava facendo, perché solo il 3,1% degli incidenti ha a che fare con droghe e alcool (dati ACI/Istat). Alcuni di essi sono vittime innocenti dell’imprudenza e incoscienza di altri che, solo per il fatto di essere circondati da lastre di metallo, airbag e altri sistemi di sicurezza, avere le mani su un volante e i piedi appoggiati su tre pedali, credono di poter fare coriandoli del codice della strada. Probabilmente è proprio l’illusione di essere invincibili e indistruttibili che cancella la loro coscienza e li fa agire sconsideratamente.
Ieri sera ho quasi fatto parte della quattordicina quotidiana. Caso classico: passaggio pedonale su viale a doppia carreggiata, con spartitraffico in mezzo e rettilineo di qualche centinaio di metri fra un semaforo e l’altro, che favorisce l’alta velocità nonostante il limite di 50; pedoni in attesa di impietosire qualche automobilista sul ciglio della strada appena giù dal marciapiede, timidi tentativi di guadagnare centimetri di asfalto mezzo passo alla volta. Finalmente un accenno di rallentamento. Prima una macchina, poi un’altra, un’altra ancora, un motorino, uno scooter, via che si passa…no! dietro al motorino una potente Alfa frena, scarta sulla sinistra, probabilmente l’autista pensa che attorno a lui siano tutti rincitrulliti a rallentare e frenare. Lui no, lui non è stupido, sa che deve e può passare e ci prova, finché non vede due gambette (le mie) che spuntano da un giaccone impermeabile (il mio), con sopra una volto (il mio) tra lo spaventato e l’incazzato che si avvicina al suo finestrino e gli urla in faccia: PIRLA!
Aveva gli auricolari nelle orecchie il minus habens, ma se non mi ha sentito sarà stato in grado di leggere il labiale: P-I-R-L-A!