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Ahimé, la tragedia si è consumata definitivamente in mia assenza. Ed è stato un massacro. Le violette, complice il gran caldo e la mancanza di piogge, sono secche e accasciate sul terreno. Fanno una tristezza infinita. Le foglie ingiallite, piegate, accartocciate e inerti sembrano vittime sconfitte di una battaglia senza quartiere contro l’inclemenza del tempo. La violacciocca ha subito un destino appena migliore: unica, solitaria nel suo vaso si è inginocchiata al sole cocente, tuttavia sto facendo un tentativo d’urto di abbondante irrigazione, ancorché ritardata, che sembra sortire un discreto effetto. Le foglie in basso, irrimediabilmente perdute, sostengono, con quel che resta del loro fusto, quelle ancora verde pallido, che pare stiano riprendendo vigore.
I due cactus, Godzilla e suo figlio, sono gli unici che, per la loro natura di piante grasse, hanno resistito alla cocente canicola agostana e godono di buona salute. Il sospetto su di loro in relazione alla strage vegetale non è comunque caduto, anche perché in un altro vaso, accanto al cadavere mummificato di una violetta, è apparso dalla terra un terzo cactus. Questo fatto getta una luce ancora più sinistra sull’intera vicenda e fa sorgere il sospetto che violette e cactus in fondo si odino, probabilmente un’antica faida, e la grazia delle delicate piantine fiorite non sia in grado di resistere alla forza bruta del salsicciotto spinoso, che per forma, consistenza e postura assume anche delle connotazioni umane su cui non vorrei soffermarmi oltre. E il trifoglio, direte voi? Non sta bene, lo ammetto, buona parte del cespuglietto è rinsecchita, ma la sommità sembra avere ancora linfa da spendere e, d’altra parte, il cambiamento repentino del clima e l’assenza di minaccia da parte dei cactus nei suoi confronti, non fanno che ben sperare per una sua ripresa. Si vedrà. A questo punto mi aspetto che i cactus occupino l’intero vaso, richiamando da sotto terra i compagni zombie rimasti latenti, per festeggiare la conquista e la vittoria. Purché non mi tengano sveglio la notte, ‘ché voglio dormire e dimenticare la strage delle innocenti.

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È quando le cose vanno bene che si erge il pessimista. È facile esserlo quando tutto va a rotoli. Se rotola, finirà nel burrone, a meno che qualcuno non lo blocchi…e sarà travolto lui stesso. Il pessimista vero indica la pioggia dopo il sole, la miseria dopo il benessere, il buio dopo la luce, la morte dopo la vita.
Io non sono pessimista, nel senso che al peggio, credo, non c’è mai fine e quindi è una linea nera continua. Tuttavia, per un momento, la speranza si era affacciata dalle tenebre, come una lucciola col singhiozzo in una notte senza luna nel bosco Atro. Quelle cinque piantine di viola, quel cespuglietto di violacciocca, il trifoglio ipertrofico e il piccolo cactus risvegliato dal letargo invernale sembravano volermi dire che laggiù, sotto terra, qualcuno mi amava. Ma non era così.
Dopo qualche giorno, nel quarto vaso continuava a regnare il nulla, tranne un ragno senza fissa dimora che cercava un appiglio dove agganciare una tela. Non trovando nemmeno un germoglio artritico, si lanciava dal quarto piano credendo di essere spiderman, cercando, con le zampette, di schizzare ragnatele, ma non avendo dita e palmi, falliva tragicamente spiaccicandosi sul parabrezza di un suv bmw, che lo spazzava via col tergicristalli laser.
Le cinque violette crescevano, cominciavano a sbocciare, uno, due, tre fiori. Anche il trifoglio sembrava voler fiorire: dei boccioli che lasciavano intravvedere dei piccoli petali gialli, che, però, non si sono mai aperti, almeno non in mia presenza. In compenso il cespuglietto si sviluppava in larghezza e occupava almeno un quarto dello spazio aereo del vaso. Anche il piccolo cactus si era fatto più lungo e gonfio e aveva assunto un bel colore verde pisello, con le sue belle spinette bianche fitte fitte. Anzi, ad un certo punto notai che un altro piccolo cactus spuntava dalla terra a pochi centimetri dal primo: il figlio di Godzilla. Al momento non c’era di che preoccuparsi, lo spazio era ampio, c’era posto per tutti, sopra e sotto terra.
Un bel giorno, però, un fiore, una viola, cominciò ad appassire. Niente di che, pensai, il ciclo della vita e della morte. È naturale. Le viole, poi, sono fiori delicati, si vede, e non durano settimane. Il suo posto verrà preso da altri fiori che stanno già sbocciando. Eccoli lì, ad annunciare la nuova vita che prende forza e da speranza.
Non era così. Altri eventi mi attendevano, tragici e inquietanti.