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Venerdì sera vi aspettiamo qui

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Ogni anno si recita la litania delle donne uccise a decine in Italia da mariti, fidanzati, ex mariti ed ex fidanzati che ritengono la loro compagna una proprietà privata, tanto che qualsiasi loro mancanza o assenza andrà punita come fosse un furto e un oltraggio. Se poi la proprietà passa di mano, un altro uomo, ecco che le vittime della punizione diventano almeno due. Una donna che lascia il marito o il fidanzato deve come minimo restare sola, meglio ancora se entra in convento, così sconterà i suoi peccati e non sarà indotta in tentazione. Perché parlo di litania? Perché è un’analisi ipocrita quella che viene riproposta ogni anno, perché in Italia non esiste una politica seria per ovviare a questo fenomeno sociale gravissimo, risultato di una mentalità arretrata, nonostante il diritto di famiglia sia stato riformato da oltre trent’anni, il delitto d’onore non sia più riconosciuto dal codice penale e la violenza sessuale non sia più considerato oltraggio al pudore, ma reato grave contro la persona. La famiglia resta sacra e inviolabile, come ci ricordano i nostri prelati e, perciò, intoccabile, inattaccabile, irriformabile. Chissà perché qualsiasi forma di socialità che genera violenza viene repressa e il matrimonio, la famiglia resta tale e quale nonostante generi morte in tanti, troppi casi. Possibile che non si pensi ad una seria forma di educazione, anche nelle scuole, un’educazione civica e sessuale assieme, che insegni ai ragazzi a non considerare la partner alla stregua di uno smartphone o un motorino? La tua ragazza, la fidanzata, la moglie non te la tieni in tasca e la estrai solo se ti serve e se ti allontani la leghi al palo con la catena, perché nessuno te la rubi. Eppure, purtroppo, questa forma mentis è ancora diffusa, anche tra le nuove generazioni. Persino l’immigrazione straniera, che tanto bene fa per certi versi all’apertura mentale dei ragazzi, basti notare la multietnicità che si riscontra davanti alle scuole, d’altro canto ha importato cattive abitudini, soprattutto in quei gruppi che si riuniscono in gang e utilizzano le ragazze come merce di scambio e compravendono la loro “protezione”. Sono fenomeni marginali, è vero, ma considerato il terreno fertile qui da noi per certe degenerazioni, l’attenzione deve restare altissima. Esiste una questione femminile? È vero, ma perché esiste una questione maschile che andrebbe affrontata, ma si fa finta di niente. Se ci sono uomini squilibrati in così alto numero ci sarà un motivo. Perché non trovarlo e risolverlo? Lo so, qualcuno dice: basterebbe che le donne tornassero a casa ad occuparsi dei figli, obbedissero al marito e lo onorassero come tutte le brave mogli e come recitava la vecchia (ma neanche poi tanto) formula del matrimonio religioso. Qui vige ancora il detto che “tra moglie marito non bisogna metter dito” e non è incoraggiante: così non cambierà molto e tra moglie e marito continuerà ad inserirsi la canna di una pistola. Se ne riparla il prossimo 8 marzo.

Non più tardi di dieci giorni fa ho sentito un signore anziano con la “erre” arrotata a cui la Giunta sta cadendo a pezzi, ma che continua ad affermare che non è un problema suo, dire: “non abbiamo aumentato le tasse regionali in Lombardia e garantiamo gli stessi servizi ai cittadini”. Mia madre ha 94 anni, è vedova, inferma, non auto-sufficiente e necessita di cure a domicilio. Purtroppo la Regione Lombardia non garantisce più visite e prestazioni ambulatoriali a domicilio col servizio sanitario nazionale da un anno. Ciò significa che bisogna rivolgersi agli ambulatori privati convenzionati. Entro in uno di questi e dopo mezz’ora di coda, mi informano che i prelievi a domicilio li prenotano solo al telefono (???), non di persona e l’uscita costa 31€. Perbacco, penso, costa come l’uscita del tecnico della lavatrice! Mi viene da picchiare un pugno sul bancone, ma l’impiegata non ha colpa e abbozzo. Sto per tornare a casa, quando passo davanti alla sede della mia ASL di zona ed entro a chiedere delucidazioni. In effetti, mi dicono, la sanità pubblica da un anno non presta più questo servizio, ma se vuole, qui dietro l’angolo, c’è un ambulatorio privato convenzionato e può chiedere lì se le fanno un prezzo migliore. Penso: vuoi vedere che Monti sta arrivando anche qui con le liberalizzazioni e mette in concorrenza gli ambulatori? Incoraggiato, entro e l’impiegata mi dice che l’uscita costa 20 euro. Avevo ragione, viva la liberalizzazione della sanità e viva il libero mercato! Mi dice di rivolgermi ad un signore che è lì in un angolo intento a scrivere qualcosa su un blocco. Io quella faccia l’ho già vista, mi dico. Ma sì, l’ho visto mezz’ora fa nell’altro ambulatorio, quello dei 31€. Cosa ci fa qui? È lui l’incaricato dei prelievi, mi dice. Che strano, penso, due centri diversi, in concorrenza, che si affidano alla stessa persona per questo servizio. Dove sta la concorrenza? Mi chiede se va bene effettuare il prelievo il giorno dopo. Ottimo, gli rispondo, considerato che volevo prenotare anche una visita cardiologica per mia madre ed un importante centro privato convenzionato di Milano mi ha dato appuntamento al maggio del 2013! Chiedo quanto costa e mi risponde: 30€ con fattura e 20€ senza fattura. In quel momento giuro che, se non fosse stato per mia madre non avrei saputo controllare la mia reazione. Con fattura, gli rispondo e lui: Ma lei scarica? Sì, gli dico. Tutto? insiste lui. Scarico quello che posso e che la legge mi consente, gli ribatto. Già, ma io le faccio il 33% di sconto senza fattura, mi tenta. E io: 30€ con fattura.
Avete capito? Eccola la concorrenza: con fattura o in nero. Non solo la sanità pubblica in mano a questi figuri falsi e bugiardi che ci governano concede il business delle visite a domicilio ai privati a nostre spese, ma ci si mettono di mezzo anche questi pirati, questi sciacalli, che sfruttando il bisogno degli anziani invalidi e non abbienti, trovando il modo di incassare soldi in nero. Questo spregevole individuo è al servizio di chissà quanti ambulatori e chissà quanti prelievi fa ogni giorno e quanti soldi incassa senza fattura. E gli ambulatori che gli forniscono il lavoro ne saranno consapevoli? Dalla disinvoltura con cui parlava all’interno dell’ambulatorio direi di sì e, comunque, se non lo sapevano prima adesso lo sanno, perché al ritiro del referto l’ho comunicato all’impiegato che il medico (sì, è un medico dentista!) che mandano in giro a fare i prelievi a domicilio è un evasore fiscale o, come dice la pubblicità: un parassita della società. Disinfestiamo!

A questo punto mi sento di dire alcune cose: dopo quasi vent’anni di grottesca farsa mi è capitato di assistere ad un’intervista in cui un signore educato e senza il gusto della provocazione, anche se con qualche incertezza dovuta all’emozione, forse, alla poca dimestichezza, più probabilmente, ma per nulla sgradevole, poneva delle domande abbastanza precise, ma un po’ in ordine sparso, al capo del governo del Paese in cui vivo da cinquant’anni. Non dovrebbe essere un evento, cose del genere accadono in tutti i Paesi civili in cui vige una forma di governo democratico, luoghi in cui la Politica deve rendere conto ogni giorno di ciò che fa, non solo alla vigilia delle elezioni. E invece lo è, per le ragioni dette nella prima riga. Mi sembrava di essere tornato indietro di circa trent’anni, quando a capo del governo italiano c’erano personaggi dai nomi che oggi suonano quasi come bestemmie: Craxi, Andreotti, De Mita, Amato. Con tutto il livore che simili personaggi possono suscitare, costoro erano Politici, che, a domanda Politica rispondevano con parole Politiche. E alle parole Politiche facevano seguire azioni Politiche, che si potevano condividere o meno, ma erano Politica, non pagliacciate, battute, barzellette, pacche sulle spalle, corna e insulti. Erano Politica. Forse si è perso il senso di questa parola e hanno ragione coloro che tacciano il governo tecnico di essere un governo Politico, ma non per lo spregio con cui questi figuri pronunciano la parola Politica, poiché quella che sanno fare loro è politicanza. Semplicemente per il fatto che un gruppo di persone, nel momento in cui decide per il destino di 60 milioni di cittadini “fa” Politica, nel senso che prende decisioni in nome e per la Polis, per la comunità tutta, tra l’altro col consenso e l’approvazione di un’assemblea che rappresenta, almeno formalmente, il popolo italiano, cioè, il Parlamento. Ora, il signor Mario Monti, professore, funzionario europeo, prestato alla Politica, pare temporaneamente, sembra provenire da un’ altra epoca e da un altro Paese, come se una macchina del tempo o un teletrasporto lo avesse scaraventato a Palazzo Chigi assieme al suo drappello di collaboratori e ministri. È di destra o di sinistra? Non si è ancora capito e questo è un bene e un male: è un bene, nel momento in cui riesce a prendere decisioni dolorose, che, forse, rimetteranno in piedi l’Italia, senza dover accontentare un corpo elettorale che lo ha votato o appoggiato; è un male, perché non si comprende che tipo di Italia abbia in mente, quale modello di società voglia costruire. In ogni caso, se sulle macerie sociali lasciate da Berlusconi, riuscirà a ri-costruire la fiducia nella Politica da parte degli italiani, farà già un enorme miracolo, quello sì un nuovo miracolo italiano, perché impedirà, almeno per una decina d’anni, che si ripeta un ventennio come quello che abbiamo appena trascorso. Pensavamo che i nani e le ballerine fossero tramontati col craxismo e invece ce li siamo trovati al governo. Vediamo di non farlo più, anche perché i prossimi, passati i clown,  saranno i  mostri, i freaks e quelli saranno incazzati come belve.

E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

(John Steinbeck, Furore, 1939)

Siamo il popolo, la gente che sopravvive a tutto, nessuno può distruggerci, noi andiamo sempre avanti.

(Ma’ Joad, Furore, John Ford, 1940)

Il 21 febbraio avevo postato queste citazioni dopo avere rivisto il film di John Ford e avere scoperto che, nella edizione italiana, la frase citata da Ma’ Joad, pur essendo fortemente emblematica, chissà perché, era stata tagliata. Sono in vena di classici, ultimamente, forse perché il mio romanzo si è arenato in rilettura e sto cercando motivazioni. In questi ultimi due giorni ho sorbito (è il verbo esatto, a sorsi brevi e frequenti) Stabat Mater di Tiziano Scarpa e, al di là dell’argomento musicale che mi ha intrappolato, l’ho trovato alquanto deludente, nella sostanza e nella forma. Questione d’opinioni, naturalmente e di propaganda televisiva, dato che era stato parecchio “pompato” nei programmi di divulgazione letteraria (è Einaudi) e mi ero fatto convincere. M’aspettavo di più. Ora, I Karamazov dovranno aspettare, perché Tom Joad ha preso il sopravvento.

“I grandi classici non tramontano mai”: ce lo sentiamo ripetere periodicamente dalla radio e dalla televisione quando qualche editore ci vuole rifilare l’ennesima ripubblicazione di Cuore, I Promessi Sposi, Guerra E Pace, I Tre Moschettieri o le poesie di Rainer Maria Rilke, Pablo Neruda ed Eugenio Montale, magari allegata al quotidiano o al settimanale. Nulla di male in tutto ciò, intendiamoci, ma la frase fatta già suona commercialmente sospetta. Meglio riscoprirli da soli i classici, frugando in libreria, sui piani più alti e polverosi, negli stipi dove si sono infilati i vecchi libri di scuola invenduti. Tra decine di storie orientali, grazie a mio padre appassionato di Salgari e avventure esotiche in genere, ho rinvenuto un’edizione scolastica di David Copperfield di Carlo Dickens (sic), tradotta da Cesare Pavese per gli studenti delle medie, con annotazioni chiarificatrici e pronunce corrette (più o meno) dei termini inglesi, anno 1964. All’epoca avevo due anni, mio fratello dodici e, infatti, era suo. “La Storia E Le Esperienze Personali Di David Copperfield” – questo il titolo completo ideato da Carlo Dickens – è un libro che a scuola ho sempre cercato di evitare. Non so perché, ma ne diffidavo, lo confondevo con “Incompreso”, mi ricordava “Il Giornalino Di Gian Burrasca”, che, peraltro mi piaceva, ma senza la parte divertente. Insomma, lo associavo all’angoscia di crescere e non essere accettato. E, infatti, Carlo Dickens, di angoscia, e violenza, freddo, crudeltà e morte, ne ha rovesciate a palate in Copperfield. Poi, io preferivo Giulio Verne – come si diceva allora, facendoci credere che fosse italiano – e i suoi viaggi sulla Luna o al centro della Terra, sotto i mari o in isole misteriose. Finalmente, messe da parte riserve e angosce, l’ho letto e gustato sino in fondo. Devo confessare che, nonostante il secolo e mezzo abbondante trascorso, Copperfield si apprezza ancora, non tanto per la storia, che, riportata ai giorni nostri, è ancora attuale – sopraffazione, ingordigia, disonestà, ma anche candore, altruismo, generosità, sono temi universali e senza tempo – ma per il linguaggio di Dickens, le metafore tuttaltro che scontate, il sentimento che traspare da certe pagine, come quelle sulla morte della madre e della moglie del protagonista, il terrore che emerge dal racconto del naufragio in cui periscono il suo più caro amico e l’uomo corso a salvarlo, a cui il primo aveva rubato la promessa sposa (ve l’ho detto, freddo, amore e morte dilagano ovunque); l’efficacia con cui  l’autore descrive il viscido ed infido Uriah Heep, l’ironia che Dickens lascia scorrere qua e là commentando certe figure buffe come la zia Betsy e lo scombinato Micawber, che si rivelano, alla fine, personaggi indispensabili alla risoluzione felice di vicende complicatissime. È anche un bel ritratto della società inglese dell’Ottocento, dove si cresceva in fretta, non c’era tempo di restare bambini a lungo, si andava a lavorare anche a nove-dieci anni, se non si aveva la fortuna di poter studiare – e anche a scuola erano dolori, a causa di pene corporali che venivano inflitte con abbondanti dosi di sadismo – la giustizia non sempre era giusta, la corruzione era strumento utile per farsi strada, mentre le donne erano destinate a sposarsi in matrimoni combinati dai genitori, spesso per ragioni che avevano a che fare più col denaro che col sentimento e, comunque regolati dal rigidissimo sistema delle classi sociali. Ombre e luci, amore, crudeltà e morte in questo bel romanzo, non so quanto adatto ai ragazzini delle medie degli anni Sessanta, ma certamente apprezzabile ancora oggi. Ho sullo scaffale “I Fratelli Karamazov” che mi guata da un paio d’anni, accanto a “Giochi Sacri” di Vikram Chandra, quello di “Terra Rossa e Pioggia Scrosciante”. Non so se seguire una filologia cronologica, che mi orienterebbe verso Dostoevskij o storico-sociologica, che mi porterebbe verso l’India. Sono entrambi tomi da un migliaio di pagine. Oddio, lì di fianco ho visto “Pattini D’Argento”, ma non ho il coraggio di aprirlo: dopo le esperienze dell’estate scorsa sento ancora il freddo del ghiaccio sul fondoschiena. Qualcuno l’ha letto? Ne è uscito con le ossa integre?