The_Cincinnatian_Baltimore_and_Ohio_steam_locomotive_1956La tecnica mi ha concesso la velocità, ma mi ha tolto lo swing. E pensare che una volta avevo un ritmo così caratteristico, una scansione inedita che tutti cercavano di imitare e su quella viaggiava l’ispirazione. Ancora non camminavo e il ritmo l’avevo già dentro, lento, regolare, tintinnante di catene, martello su chiodo, che scandiva un canto alto e doloroso, di riscatto e di rivolta. Poi su quel metro poetico si innestò un nuovo orizzonte: la conquista della frontiera, ma anche la sconfitta, la miseria, la morte. Era il ritmo del progresso e della protesta, nell’empito della giustizia sociale. Le chitarre cavalcavano il mio tempo e i menestrelli intonavano melodie che giravano il mondo. Molte risuonano ancora oggi, nell’era digitale, dai chip dei computer, ma prosciugate dell’energia che le innervava. Eppure io proseguivo la mia corsa, il mio ritmo non si fermava mai, anche se i personaggi erano cambiati: raramente imbracciavano una chitarra e mi accompagnavano con un canto, più spesso si assopivano sulla poltroncina, mentre il mio swing li cullava fino alla perdita di coscienza. Poi un giorno mi sveglio e provo una strana energia in corpo, mi sento più forte, più potente. Parto di slancio come sempre, ma sotto di me qualcosa è mutato, il ritmo è scomparso, sostituito da un lungo sibilo anonimo. Ora filo come un treno superveloce, ma sono cambiati i binari e ho perso per sempre quello swing. Sono un treno fantasma, solo un fruscio mi accompagna, finché non scompaio nella notte.

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