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Recensione

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ACover ebook R quasi dieci anni dal primo post nel mio primo blog torno sul luogo del delitto. Era il 2005 quando ho aperto questa parentesi personale  nell’attività giornalistica professionale, grazie, soprattutto, a questi due animaletti che mi giravano attorno e hanno acceso la mia fantasia, nutrendo una vena ancora fortunatamente attiva, tra alti e bassi. A loro era ispirato in prevalenza Gatto-capra e Bonsai Suicidi; attorno a uno di loro, sotto mentite spoglie, girava Silenziosa(mente). Ecco, quindi, un volume interamente e specificamente dedicato ai due “pelosi”, con tanto di foto esplicative. Era un dovere, oltre che un piacere. Spero che lo sarà anche per voi. Buona lettura.

Pretese pelose

IMG_1205— Mi fai un caffè?
— No.
— Mi fai un caffè?
— No.
— Mi fai un caffè?
— No. Ti fa male.
— Come fai a dirlo?
— Non si è mai visto un gatto che beve un caffè.
— Appunto. Non puoi sapere se mi fa male o no.
— Non si è mai visto un gatto che beve il caffè perché gli fa male, appunto.
— Chi lo dice?
— Io lo dico.
— Da quando sei esperto di nutrizione felina?
— Da quando ti do da mangiare tutti i giorni.
— Il caffè fa male agli umani, non ai felini.
— Il caffè in dosi elevate fa male agli umani e ai felini.
— Ma io ne voglio solo una tazza.
— Sei troppo piccolo per una tazza.
— Mezza tazza.
— Sei troppo piccolo per mezza tazza.
— Un quarto.
— Senti, faccio un caffè per me, ci metto un dito dentro e te lo faccio leccare. Va bene?
— Va bene.
— Ecco, il caffè è pronto. Assaggia.
— Bleah, che schifo! Ma come fate voi umani a bere questa porcheria?
— E come fate voi felini a mangiare quei croccantini?
— Ma almeno quelli non fanno male.
— Ok. Sei contento ora? Caffè archiviato.
— Mmmmm…..
— Be’, che c’è ora?
— Mi fai un tè?
— No, ti faccio uno stufato di gatto.
— Cafone!

AGFA DIGITAL CAMERAHo messo le tende fucsia alle finestre, ma il grigio del 16 gennaio penetra da ogni fessura e colma soggiorno e cucina sbiadendo i contorni e facendo diventare ogni cosa più piccola e meno importante. È ora di preparare la colazione per due, anzi, per tre, visto che Rossini non vuol perdersi nulla, nemmeno l’occasione di allungare una zampa e predare un biscotto o un brandello di pandoro. Tovagliette, piatti, tazze, posate, tovaglioli, bustine del tè, zucchero, miele, frutta. Tutto è pronto. Devo solo aspettare qualche minuto e poi son sicuro che il profumo e il calore del cibo si spanderà e colorerà un po’ la giornata.
Accendo il Mac: posta, notizie, fb, ovvero la solita pubblicità, le solite notizie, le solite idiozie. Spengo. Afferro il reader. Ultimamente mi sto dedicando al noir d’evasione, nel senso che sto leggendo tonnellate di Deaver, Cornwell, Carrisi, Lansdale, ma anche qualche Carrère, Simenon, Ellroy, persino il buon vecchio Scerbanenco, che ha sempre in serbo pagine gustose e melanconiche. Insomma, mi sto rimpinzando di crimini, autopsie, indizi, prove, interrogatori, confessioni, condite con qualche puntata di CSI che mi capita saltuariamente di vedere in streaming. Il mio immaginario più recente è arredato come un obitorio. Proprio mentre sto scoperchiando un cranio con una sega Stryker ecco che mi sento artigliare una coscia. Che sia il cadavere improvvisamente risvegliatosi per il rumore? Macché, un cadavere emette gorgoglii, sciacquettii, schiocchi, occasionalmente versi gutturali se rianimato tramite riti voodoo, ma non fa fusa, o, almeno, non se ne ha notizia. Credo che nemmeno Stephen King in Pet Sematary ci abbia pensato. È semplicemente il vivissimo peloso casalingo che esige di sapere quando potrà rubare la sua parte di colazione. Nel frattempo vuole essere considerato, guardato, accarezzato, coccolato, viziato.
Mi si accuccia in grembo dopo un paio di giravolte, mi guarda da sotto in su con la solita espressione falsamente candida e innocente, mi appoggia le zampe sul braccio come fosse una ringhiera affacciata sul cortile e si sistema come piace a lui. A lui, appunto, perché ora il reader deve passare nell’altra mano visto che il braccio destro è bloccato dal nuovo ospite.
Ma è a quel punto che mi viene in mente una cosa: non so spiegare bene la sensazione, ma sento che è qualcosa di importante, non di vitale importanza, non ne va della mia esistenza e persino i destini della nazione sono salvi, ma so che è qualcosa di determinante per la riuscita della mattinata, almeno. Ecco, c’entra con la colazione. Eppure credo di avere preparato tutto. Sono in soggiorno, ma faccio mente locale e rivedo i gesti, gli oggetti, gli ingredienti. È tutto pronto in cucina sul tavolo, devo solo aspettare che bolla l’acqua per poi versarla…che bolla l’acqua per il tè…che bolla l’acqua…l’acqua…
Mi alzo. Rossini brontola e mi dice cose che non voglio capire. Entro in cucina, guardo i fornelli e mi coglie un senso di desolazione. Non c’è nulla. Il bollitore è al suo posto sullo sgocciolatoio e né io né altri ha pensato di riempirlo d’acqua e metterlo a scaldare sul fuoco affinché si potesse preparare l’infuso di erbe, frutti e spezie, meglio conosciuto col nome appetibile di tè aromatizzato, agli agrumi nel caso specifico. Giurerei di aver visto Rossini scuotere la testa sconsolato, mentre si dirigeva verso il divano.
Ho messo le tende fucsia alle finestre, ma il grigio del 16 gennaio penetra da ogni fessura e colma soggiorno e cucina sbiadendo i contorni e facendo diventare ogni cosa più piccola e meno importante.

MahIl problema non è che le feste portino sfiga, ma sicuramente la sfiga si appiccica alle feste. Se vi capita un qualsiasi accidente il 16 febbraio o il 22 settembre, a meno che non sia il vostro compleanno, rimarrà relegato nel novero delle centinaia di guai che nella vita media di ognuno accadono normalmente. Ma se solo vi rompete una costola il 25 dicembre o un virus viene a sfidare il vostro sistema immunitario a Pasqua, vi rimarrà scolpito nella vita per sempre. Lo racconterete a più riprese ad amici, parenti e discendenti (“sapete, mi ricordo che era il Natale del ’92 quando scivolai sul tappetino davanti al lavello in cucina e ci mancò poco che restassi paralizzato…) con narrazioni lunghissime e dettagliate – prologhi, antefatti, epiloghi, esegesi – e, a un certo punto, con l’età che avanza, piene di lacune ricolme di ricordi immaginati, con gli astanti che si scambieranno occhiate di comprensione e compatimento, perché sarà la decima volta che sentono quella storia sempre più romanzata. Insomma, le feste sono insidiose, scivolose, appiccicose e contagiose, perché contaminano anche i giorni attigui. Mio padre, ad esempio, è morto il giorno successivo al mio compleanno, che, tra l’altro, è già festa di suo, perciò potete immaginare ogni volta quale sia il retropensiero che mi insegue, oltre a quello di un altro anno trascorso sul quale riflettere e trarne un rischiosissimo bilancio. Anche il giorno del mio onomastico è legato al lutto della mia gattina di tre anni che feci sopprimere per non vederla morire di fame e sete, dato che aveva smesso di nutrirsi spontaneamente. Rovinata anche quella festa (festa per modo di dire, perché non se la ricorda quasi nessuno, ma io sì). Per non parlare delle liti che inevitabilmente scoppiano a tavola e dintorni tra parenti e affini i quali, complici due bicchieri di troppo, rivalità mai sopite e coniugi dotati di memoria elefantiaca, trovano modo di rinfacciarsi dissapori risalenti alle guerre puniche e di infimo conto, ma ingigantiti dal tempo e dalla lente deformante dell’evento festivo ad alta gradazione spirituale (nel senso di alcolica). Per prevenire conflitti le forze diplomatiche familiari inventano tattiche logistiche degne di Yalta, ma altrettanto deleterie, tanto da ripromettersi che quella è l’ultima volta, che l’anno prossimo ognuno se ne starà a casa sua e chi vorrà sfogarsi potrà prendersela con i congiunti più prossimi o lanciando bottiglie di birra contro le finestre dei dirimpettai. Ma ogni anno la storia si ripete. Per quanto mi riguarda spero solo di uscirne vivo, ma sento una strana vibrazione, segno che qualcosa si sta preparando.

P.S. L’immagine che accompagna il post non c’entra nulla, ma l’ho trovata molto tempo fa da qualche parte, non sapevo mai dove metterla e qui mi sembrava il posto adatto. È sufficientemente sgradevole e idiota per descrivere la sensazione che mi accompagna.

155250_102371513168475_1591957_nSe fossi superstizioso dovrei cancellare dal calendario i mesi di gennaio e febbraio. Negli ultimi sei anni le cose peggiori mi sono capitate in questa stagione. Eppure no, non credo in momenti migliori o peggiori, congiunzioni astrali, cattivi segni, cicli positivi o negativi, ruote di una fortuna cieca o ipovedente, destino baro e crudele od onesto e magnanimo, sorte matrigna o fato perverso. La vita è questo: un percorso, una strada su cui camminare che si materializza davanti a noi, passo dopo passo come un ponte gettato sul vuoto. A volte si aprono improvvisamente delle voragini e vi precipitiamo dentro, finché qualcosa o qualcuno non arresta la nostra caduta. Allora ci rialziamo doloranti, ci massaggiamo le tumefazioni, ricuciamo le ferite e riprendiamo il cammino, prima zoppicando, poi con più sicurezza fino alla prossima rovinosa caduta. A seconda del numero di buche o dei danni subiti parliamo di sorte benigna o malvagia, mentre in realtà non è nulla di tutto ciò, ma un succedersi di eventi casuali collegati solo da un processo di causa ed effetto che origina da luoghi e tempi di impossibile rintracciabilità. Eppure da secoli speculiamo su trame scritte da entità misteriose e onnipotenti su cui scaricare le responsabilità per le nostre sventure. È più probabile che sia tutto frutto delle nostre azioni che viaggiano nel tempo e nello spazio e, in qualche maniera ci vengono restituite come una specie di “effetto farfalla” circolare, un karma quasi istantaneo, che si esercita nell’unica vita che ci è concessa. Ma anche queste sono vuote speculazioni che non portano a destinazione. Gli animali sembrano non badarci troppo e vivono meglio: meno filosofia e più senso pratico. E quando ci salutano, perché la loro strada è giunta al termine, è come se ci ringraziassero per la compagnia e ci augurassero buon proseguimento del viaggio. Ci voltiamo a guardarli, mentre ci allontaniamo, e sono ancora lì che ci salutano finché non diventano un puntino all’orizzonte e scompaiono. È come la perdita di un amico, la stretta al cuore è forte e dolorosa. Ma a quel punto affiora qualcosa a lenire il male ed è il piacere di avere condiviso il loro affetto incondizionato e la loro spensieratezza che a volte ci ha contagiato e ci ha fatto provare una leggerezza tanto simile alla felicità. Addio Attila.