Da lunedì mattina sono rimasto quasi isolato dal mondo. Se non fosse stato per il cellulare non avrei potuto comunicare col resto dell’universo, perché la rete mi aveva lasciato. Era già successo all’inizio dell’anno, ma un bravo tecnico di Tiscali era riuscito, in qualche decina di minuti, tra attesa e verifica, a ripristinare la rete, che gestisce anche i telefoni fissi (ne ho due). Lunedì, invece, il “bravo” tecnico di Tiscali mi comunicava che effettivamente la rete era down e avrebbero fatto una verifica in un periodo tra le 24 e le 96 ore. 96 ore – dico io – sono un tempo lunghissimo. No – risponde lui – sono un tempo ragionevole se sapesse come funziona l’ADSL, sono migliaia di connessioni da verificare. Iniziava così un tira e molla di tesi e contro-tesi, io ad attaccare, lui a difendere l’azienda, che, ad un certo punto, ho interrotto pensando che quelle telefonate sono spesso registrate dalla società e obbligano il tecnico a parlare in un certo modo sapendo di essere controllato. Inoltre, era al centro della vertenza sindacale Omnia, la società alla quale Tiscali aveva esternalizzato l’assistenza e che ora stava recuperando internamente. Insomma, abbozzavo e speravo che i tempi fossero ragionevoli. Tra l’altro cominciavo ad avvertire i sintomi dell’influenza che mi stava saltando addosso (fosse stata almeno thailandese avrei immaginato un massaggio rilassante) e mi avrebbe costretto a letto fino a stamattina. Mercoledì, miracolosamente, arrivavano i tecnici per informarmi del decesso del mio modem e della sua sostituzione entro martedì prossimo. Senza la forza di reagire elevavo una prece per il de cuius e attendevo con fiducia. Nel frattempo trovavo la forza di fare un tentativo con un modem Alice ereditato da mio fratello, ma risultava vano, perché, come mi informava mio nipote tredicenne, ingegnere informatico di famiglia,  i modem forniti dai provider funzionano solo con quel provider. Stamattina la lieta sorpresa e l’arrivo del nuovo modem, vivissimo, lucido e scattante, con ben quattro giorni d’anticipo rispetto ai tempi previsti. Un complimento grato a Tiscali, per l’efficienza e la comprensione verso i suoi clienti.

Nel frattempo, però, ho trascorso quattro giorni abbastanza particolari, tentando di sbobinare una lunga intervista tra uno starnuto e un accesso di tosse, senza quasi mangiare per la nausea e un cerchio alla testa permanente. Di leggere non se ne parlava, nemmeno a letto. Tra l’altro mi sto infliggendo “La Città della Gioia” di Dominique LaPierre, praticamente un giro all’inferno degli slum di Calcutta, che non solleva troppo lo spirito. Allora, per completare il quadro tragico, ma senza stringere ulteriormente la morsa che mi premeva tempie e nuca, mi sono addentrato nelle vicende di Six Feet Under, la serie televisiva ideata da Alan Ball attorno alla famiglia Fischer, che gestisce a Los Angeles una impresa di onoranze funebri. Italia Uno ne aveva trasmesso le prime due stagioni ad ora molto tarda, un po’ per il contesto “nero”, un po’ per le connotazioni (omo)sessuali molto insistenti, soprattutto dalla terza stagione in poi. La famiglia è composta dal padre, che muore nella prima puntata, ma ri-compare come coscienza critica in ogni momento; la moglie vedova, che cerca di motivarsi attraverso relazioni bizzarre e corsi di autocoscienza; un figlio maggiore, belloccio,ex ribelle, immaturo, decisamente etero, sessualmente attivissimo, piuttosto abile nell’impegolarsi con donne problematiche; un secondo figlio decisamente omo, coinvolto in una relazione abbastanza tempestosa con un poliziotto nero; una terza figlia adolescente dall’identità sessuale incerta, che, a sua volta, resta incinta per colpa di un ragazzo sessualmente più incerto di lei e finisce per tentare un rapporto con Mena Suvari (quella di American Beauty), ma senza grossi esiti. Tutt’attorno, l’azienda familiare e i cadaveri che arrivano in laboratorio per l’imbalsamazione – l’esperto è un giovane immigrato messicano, che diventa socio grazie all’eredità di una vicina di casa – il rapporto coi dolenti, le differenti ritualità a seconda della religione professata, le riflessioni su vita e morte, elaborazione del dolore, senso dell’esistenza e così via, niente di troppo complicato – è un telefilm – ma abbastanza per coinvolgere lo spettatore non particolarmente impressionabile, anche se le cannule che aspirano il sangue e riempiono la salma di formalina possono creare qualche problema le prime volte. Devo dire che le  storie intricate dei protagonisti nelle ultime stagioni  (sono cinque in tutto e sono arrivato a metà della quarta) prendono eccessivamente il sopravvento su quanto suggerisce il contesto inizialmente, ma sono scritte abbastanza bene, restano credibili e si lasciano seguire, senza noia o momenti troppo statici. Se siete a letto per qualche malattia, possibilmente guaribile, è una visione che tiene compagnia. Interessante, nella terza stagione, la comparsa, tra i comprimari, di Kathy Bates, in un ruolo che, da principio, ricorda quello di Misery Non Deve Morire (chiaramente una citazione sottile), ma che si rivela infine tuttaltro. I titoli di testa sono geniali e accompagnati da un tema musicale straordinario scritto da Thomas Newman. Ah, naturalmente i “sei piedi” sono la profondità a cui si viene abitualmente sepolti.