Avrò l’aria da disoccupato? Mi sono cresciuti i capelli e ho accorciato la barba fin quasi a farla sparire. Così si vede meno che è bianca. La disoccupazione aumenta l’amor proprio. Di questi tempi non sai se conviene apparire più giovane o più vecchio di quel che sei.  Però è strano vedere le facce di chi sa o l’ha appena saputo, magari da me in quel momento. Non riesco ad interpretare quel silenzio iniziale quasi imbarazzato, quel chiedere “ma come ti stai muovendo?”, “cosa stai facendo?”, “stai a casa?”, “ma scrivi, almeno?”, come se scrivere fosse un ripiego e non una parte della mia attività da decenni. Forse, però, non intendono articoli per giornali – considerati alla stregua di vero lavoro – ma quella sorta di passatempo che porta a pigiare i tasti del computer quasi a caso, seguendo un filo di fantasia e immaginazione, che talora inonda come un idrante e più spesso inumidisce appena la fronte, come un velo di sudore. Chissà, forse anche loro hanno vissuto l’esperienza e sanno in che caos emotivo ci si contorce oppure non ne hanno idea e immaginano scene dickensiane alla Oliver Twist, anzi, meglio, alla Christmas Carol, visto il periodo. Sono teneri, in fondo, alcuni, quelli che mi sono amici davvero. Gli altri, finti compassionevoli, sono solo invidiosi del fatto che non devo più buttarmi giù dal letto alla mattina per correre in studio.
Quando, dopo ventotto anni, scopri che i ritmi della tua vita sono completamente ribaltati,  passando dallo swing antelucano al valzer lento scandito da caffé, coccole e croccantini ai mici, lettura posta notturna, giornali e blog, non necessariamente in quest’ordine, qualche domanda te la poni su come stai vivendo. Devo dire che la sagoma del senso di colpa tenta pervicacemente di stagliarsi in cima alla riflessione. L’impulso è quello di abbatterla subito a sassate, mettendomi a fare qualcosa, qualsiasi cosa: dalla polvere che si forma ogni minuto su qualsiasi superficie, non importa se piana, ruvida, orizzontale o verticale che sia, alla ricatalogazione dei quasi 4000 dischi, ormai archiviati secondo i criteri in uso su Urano, a causa dei continui spostamenti, utilizzi, ascolti, consultazioni, condivisioni, masterizzazioni (sì, anche quelle) ricevute e cedute; dalla preparazione di sughi e pietanze varie alla spesa più meticolosa, senza troppi extra; dal bucato – ma non stiro nemmeno con la pistola alla tempia – al riordino dei cassetti della cucina, che si rivelano miniere inesauribili di oggetti la cui utilità è forse rivelata negli antichi Veda o più probabilmente nei libri di Calasso; dal cambio del client di posta, cercando di non perdere messaggi e indirizzi, all’aggiornamento di sistema operativo e word processor, sperando di capirne la necessità, visto il prezzo.
Ma una volta esauriti i compiti auto-assegnatimi, la sagoma si riaffaccia, con l’enorme dito puntato, ad indicarmi. Manca solo l’insegna luminosa e la dicitura “disoccupato” sulla porta di casa per farmi sentire peggio. Che poi, la matassa è talmente ingarbugliata, che, se ne parlo, sembra davvero che voglia farmi compatire in qualche modo, farmi dare una pacca sulla spalla e sentirmi dire “vedrai che troverai qualcosa che ti piace”, che è incoraggiante e scalda, ma non è quello che voglio veramente, cioè sì, ma non così. In realtà non so nemmeno io cosa mi farebbe stare meglio. Tutta colpa dell’inverno. Fosse estate, almeno andrei in vacanza da qualche parte, ma le vacanze d’inverno non mi sono mai piaciute. Va be’, ho capito, la faccio finita, in fondo sono un privilegiato in confronto a tanti altri che sono alla canna del gas, ma di qualcosa devo pur parlare nel blog. Fuori nevica e siamo a -5°. Chi è che diceva che faceva troppo freddo per nevicare?
Oggi avrebbe compiuto 69 anni Frank Zappa. Ve ne lascio una traccia.


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