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Il titolo non fa riferimento ad un nuovo gruppo rock, che magari già esiste, ma mi è venuto in mente pensando ad un vecchio film. I due monologhi da Quinto Potere, quello nel filmato del post precedente e quello riportato testuale nel commento di Tomas, sono del 1976, 33 anni fa. Parlano del devastante potere persuasivo della televisione. Era l’America degli anni 70 e sembra l’Italia del 2009. La presa del potere, mediatico e politico, veniva paventata in quel film e si è verificata puntualmente. Il cinema è finzione, esattamente come la televisione, ma ha un’altra valenza. Il cinema è come un libro, un romanzo, un racconto. Ha il ritmo e il fascino della narrazione. Impone un’azione volontaria di scelta, attenzione, osservazione, ascolto, elaborazione, riflessione. Può essere persuasivo, ma sollecita la fantasia e una parte del cervello che è collegata ad un mondo, tra conscio e inconscio, profondo e complesso. La televisione è e resta un elettrodomestico che ci siamo comprati e messi in casa (e per questo richiamo l’attenzione al commento di Yubi, che riporta le parole di Ceronetti: Come si fa a non avere la televisione? Basta non acquistarla!) e, solo per il fatto che spendiamo soldi per l’acquisto e il canone, proviamo l’obbligo di accendere, altrimenti ci sentiremmo un po’ stupidi. Quello che la televisione ci butta (mi verrebbe da dire vomita) addosso è di una sostanza ben diversa dal cinema, persino quando vediamo un film di origine cinematografica (ma spesso montato a priori per lo sfruttamento televisivo), questo assume, con gli intervalli pubblicitari, la connotazione televisiva. La narrazione catodica – un termine che sembra anacronistico nell’era degli schermi lcd e al plasma – ha il ritmo e l’attrazione superficiale dell’immediatezza: non ci parla alla testa o, almeno, non direttamente, fa un giro molto più lungo e complicato attraverso occhi, orecchie, stomaco, fegato, intestino, lasciando tracce un po’ ovunque ed infine, come una cena troppo pesante che ci ottunde i sensi, ci arriva al cervello ormai annebbiato da grassi, trigliceridi, colesterolo, abbondante alcol, stress quotidiano, frustrazione, preoccupazione. Il messaggio è recepito frammentato, per impressioni, come un quadro divisionista, che non si capisce bene come è fatto, ma rende l’idea, non se ne percepisce l’esatta origine, ma non lascia indifferenti, anzi, traccia un segno, incisivo e profondo. L’elaborazione avviene a livello superficiale, inizialmente, ma una volta insediatosi, il messaggio scava nel profondo, come quelle larve d’insetto che vengono depositate negli organismi vivi e se ne nutrono, fino a modificare la nostra concezione stessa di esistenza e ad ammazzare la coscienza e il senso critico. Diventiamo come vuole la televisione, agiamo e parliamo come dice la televisione, compriamo quel che ci impone la televisione, amiamo e odiamo chi ci indica la televisione e anche se non vogliamo diventare, parlare, comprare, pensare, odiare, amare, come vuole la televisione, siamo comunque condizionati nel comportamento dalla televisione. Come dice Peter Finch in Quinto Potere: questa è la pazzia di massa. Francamente non so come sfuggire alla follia collettiva. Possiamo veramente fare a meno della televisione? Probabilmente sì, ma l’effetto si vedrebbe soltanto se molti di noi lo facessero, altrimenti è irrisorio. Io non credo che sia possibile un fenomeno di massa di questo tipo, siamo troppo affezionati-condizionati dal mezzo per disfarcene, ci sembrerebbe di tagliarci fuori da un pezzo di mondo reale, tornare indietro di un secolo, quando la realtà che conoscevamo era prevalentemente quella del quartiere in cui vivevamo. Ci basterebbe? Esiste internet, d’accordo, che, però, sempre più tende ad inglobare l’evento televisivo, scodellandocelo anche in rete. La televisione si autodifende, è in grado di persuaderci che abbiamo bisogno di lei, ci ricatta moralmente, ci convince che non esiste altro passatempo, mezzo di informazione, strumento di integrazione culturale, linguistica, sociale più potente di lei. In effetti è vero, ma appena ci ha irretito con le sue arti fascinose, ci tradisce propinandoci i suoi liquami come una Circe qualsiasi. E a quel punto è troppo tardi per sfuggirle. Siamo già maiali.

captatore.JPGNon sono uno spione, neppure un maniaco, non ascolto le telefonate altrui, non lavoro per agenzie di sicurezza o di investigazioni private. Il captatore telefonico a ventosa mi serve per fare le interviste telefoniche che mi sono utili quando non riesco ad incontrare faccia a faccia le persone che mi interessano. C’è chi è più bravo di me e prende appunti mentre parla, io non ci riesco e registro. Ora, dopo tanti anni di onorato servizio il mio fedele captatore si è rotto, non metaforicamente, e invece di ritrasmettere la voce che capta, si produce in rumori e fruscii inintelligibili. L’unica cosa da fare è procurarsene un altro. Vado alla GBC, glorioso fornitore di materiale elettronico da secoli a Milano, un tempo in via Petrella in un enorme seminterrato dove si trovava di tutto, dalle radioline bibliche in cui Mosé ascoltava le partite di calcio Babilonia/Tiro ai più moderni apparati di ricezione satellitare, oggi in un più modesto negozio sul piano strada in via Tamagno. Chiedo ciò che mi serve e mi guardano come se avessi preteso una radio a galena. Mi propongono l’acquisto di un apparecchio che registra le telefonate e che costa più di quaranta euro, ma rifiuto cortesemente l’offerta: il registratore l’ho già, mi serve un microfono, ma sembra che per registrare una telefonata si debba comprare tutta la compagnia telefonica.
Decido di fare una ricerca su internet – diamine! siamo nell’era dell’informatica – e trovo una ditta che distribuisce questi captatori a Cologno Monzese, la Elcart. Scrivo e, efficientissimi, mi rispondono nel giro di poche ore, informandomi che non possono vendere ai privati, ma mi forniscono l’indirizzo di un negozio a duecento metri da casa mia. Non mi sembra vero. Inforco la bici e mi fiondo al negozio di via Padova 74. È un posto di difficile definizione, perché sembra che vendano di tutto: materiale elettronico, telefonico, elettrico, modellismo, modificano playstation e altro ancora. Una gentile signorina mi chiede cosa desidero, lo illustro, ma subito ricevo una risposta scoraggiante: in prima battuta non capisce di cosa parlo, poi chiede ad un collega che risponde “non li abbiamo più, non li teniamo più”. Spiego che la ditta Elcart mi ha indicato quel negozio come dettagliante per quel prodotto e mi rispondono che allora si può ordinare il pezzo. Bene, guardiamo sul catalogo, lo troviamo, ma c’è un inghippo: bisogna ordinarne minimo cinque (5). Penso: ecchissenefrega, a me ne serve uno, gli altri sono tuoi. Dico: e quindi? Quindi noi gliene vendiamo cinque (5) – mi dice la signorina, che già mi sembra meno gentile.
Ma io ne voglio uno – ribatto.
Ma noi non ne teniamo quattro in magazzino – come se stessimo parlando di oggetti ingombranti come ippopotami.
Quindi è come se io volessi comprare una dozzina di uova e mi vendesero un intero pollaio, perché loro di tante galline non se ne fanno niente? Io sono il cliente, voi il negozio dettagliante, la Elcart è il grossista. I ruoli, nella catena commeciale, sono definiti precisamente, io non devo essere obbligato a comprare l’intera produzione di captatori telefonici se ne ho bisogno di uno solo.
Ma sono prodotti che non vendiamo spesso.
E io cosa c’entro?
Niente, ma è così.
Vabbe’, tanti saluti.
Comunque sappia che se lo vuole gliene possiano ordinare cinque.
Seee, uno lo tengo per me, gli altri quattro li spaccio in via Padova a qualche tossico telefonico.