fotoL’autonomia, l’autosufficienza, bastare a se stessi, è come un’ebbrezza che ti coglie e ti fa girar la testa. Non dover chiedere, non avere necessità di ricorrere alla perizia altrui, imparare a fare, a dire, ad agire. Investire nelle proprie capacità, nel proprio ingegno, nella volontà. Si comincia con le piccole cose, a fare lavori in casa, semplici riparazioni, bricolage, costruire un armadietto, aggiustare una serratura, ridipingere un mobile, una porta, un muro. Spesso si fanno dei pasticci, ma è dagli errori che si impara. Certo, se per piantare un tassello nel muro ti ritrovi a tavola coi vicini che stanno pranzando con spaghetti calcinaccio e pepe, forse non hai letto bene il manuale del bravo muratore e qualche domanda dovresti cominciare a portela sull’opportunità di proseguire il percorso autonomista. Ma sono dettagli. E quindi si passa alla cura della persona.
Ho sempre avuto un rapporto conflittuale col parrucchiere fin da bambino. Un po’ perché questo signore dalla parlantina sciolta mi faceva sedere su di un’enorme poltrona che mi ricordava pericolosamente quella del dentista. Inoltre maneggiava quelle forbici con troppa disinvoltura e io venivo dalla letture di Pierino Il Porcospino, dove il “sartore” col forbicione tagliava i pollici di Corrado, che se li succhiava quando la mamma non lo guardava.

“E quei due pollici, così tagliati,
Mai più a Corrado son rispuntati.”

Io non mi sentivo Corrado, ma i pollici ogni tanto me li succhiavo anch’io come tutti i bambini e l’idea di farmeli tagliare dal sartore o dal “tonsore” non mi garbava molto. Tra l’altro lui aveva dita grosse, enormi e le usava per piegarmi le orecchie con una tale violenza, che pensavo non si sarebbero più raddrizzate. E infatti un po’ a sventola mi sono rimaste. Era anche l’epoca in cui la tendenza delle nuove generazioni era lasciarsi crescere i capelli, come presa di posizione e di distanza dal passato, dalle convenzioni, dal modello preconfezionato di società che padri e nonni ci stavano consegnando. Ero un bambino, d’accordo, ma avevo fratelli più grandi che già mostravano segni di ribellione, almeno formale e non potevo che rimanerne attratto. Tagliarmi i capelli stava diventando un affronto repressivo alle mie legittime istanze sociali e personali.
Anni dopo col parrucchiere ho fatto pace, ma la sgradevole sensazione dei ditoni che mi piegano le orecchie è rimasta immutata nel tempo. E un giorno ho deciso di comprarmi un tagliacapelli, una di quelle macchinette a batteria che sempre più spesso i parrucchieri usano in bottega: i meno esperti nell’uso delle forbici per sbrigarsi, con la scusa del taglio moderno; i più bravi per creare effetti speciali e dar sfogo all’estro artistico sulla testa del malcapitato. Comunque, ho voluto fare una prova, il costo era contenuto, fungeva anche da rasoio, più preciso di quello tradizionale e mi pareva un buon investimento.
Per qualche mese ha funzionato bene, soprattutto sulla barba, che riuscivo a profilare con una certa precisione. Sui capelli ho dovuto acquisire un po’ di manualità, in particolare sulla nuca, raggiungibile con l’aiuto di due specchi posti uno di fronte all’altro, situazione nella quale qualsiasi movimento va rovesciato e calcolato con cautela, per evitare danni esteticamente irreparabili se non col tempo (di ricrescita del pelo). Ogni tanto incontravo il mio solito parrucchiere, scambiavamo qualche parola, ma mai mi ha chiesto che fine avessi fatto (l’orgoglio non è acqua) nonostante notasse che i miei capelli non erano più ricresciuti dall’ultima volta che avevano incontrato le sue forbici.
La troppa disinvoltura, però, è l’anticamera dell’inferno, troppa confidenza porta alla rovina. Questa è la lezione. Ieri, nel corso della periodica spuntatina è bastato un attimo di distrazione per provare un brivido di terrore. Ero in fase di ripulitura del pettine che regola la lunghezza del taglio, prima di completare la rifinitura. Una volta applicato il pettine sul rasoio e rimesso in moto l’apparecchio ecco che lo ripasso sulla nuca, quando mi accorgo di una massa inaspettata di capelli cadermi in mano. Non è possibile che abbia sbagliato la regolazione del taglio, perché era al minimo, un centimetro, e sotto di quello non si poteva andare. Lancio un’occhiata allo specchio posteriore e noto uno strano percorso roseo e curvo che taglia il nero della chioma dal collo alla sommità del cranio. Mi ricorda stranamente quelle drammatiche fotografie delle strade che si aprono in mezzo alla vegetazione della foresta amazzonica (mutatis mutandis, ho dei capelli abbastanza folti), tanto stigmatizzate dagli ambientalisti. Non credo ai miei occhi. Guardo il pettine e mi accorgo di avere inserito per sbaglio quello per la barba, alla misura di un millimetro. Che fare? Disperarsi? Armarsi di colla e riattaccarli uno per uno o a ciuffi? Un parrucchino? Taglio da coatto? Naziskin? Mai! Ora so cosa vuol dire passarsi la mano sulla testa e non trovare nulla o quasi (un millimetro di capelli non sembra, ma ha un suo perché). Un’esperienza nuova, estrema, a termine. L’ebbrezza della calvizie a tempo e dello scherno familiare. E sarà meglio che non mi faccia vedere dal parrucchiere per un po’.

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