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Rapsodia in nero rQuesto romanzo ha cominciato la sua gestazione nell’ottobre del 2007, subito dopo la pubblicazione di Gatto-Capra e Bonsai Suicidi e la scrittura di Silenziosa(mente). Quando l’ho concepito doveva essere una sorta di scherzo sulla morte, un libro ironico, se non umoristico, sulla paura di morire, sull’assurdità della vita e sulle mille ipotesi che la specie umana ha immaginato per dare seguito all’esistenza così come la conosciamo, per non sentirsi perduto e sulle quali sono stati fondati altrettanti culti, alcuni spentisi nel giro di pochi anni o secoli, altri sopravvissuti sino a oggi. Poi, quando la morte mi è passata più volte molto vicina nel giro di poche settimane, tutto ha assunto un tono più tetro. Non mi ha fatto cambiare opinione su di sé, ma non avevo più molta voglia di scherzare, almeno in questo libro. E non avevo più voglia di scriverlo.
La prima stesura si articolava su una storia piuttosto lunga e complicata, molto d’azione, con parecchi personaggi: gelidi killer a pagamento dotati di sentimenti familiari (una mia vecchia fisima), singolari poliziotti appassionati di musica e buona cucina, malavitosi isterici, stupidi e un po’ infantili, morti alla ricerca di una destinazione e del tempo perduto e, forse, ritrovato.
Da persone esperte mi fu consigliato di tagliare, asciugare, cancellare: troppi personaggi, troppe situazioni, troppi generi mescolati assieme, troppi nomi da ricordare. Già, i nomi. Per me sono importanti in un libro. Non credo al destino presagito dal nome – nomen, omen – tuttavia un killer a pagamento non può chiamarsi Gigi e se sento chiamare Eddie, anche per questioni generazionali, penso a un rocker o a un ciclista belga, non a un formaggiaio. Perciò ho scelto dei nomi “misti” che suonassero bene con l’inclinazione musicale mia e della storia, ma fossero anche in sintonia con una società attuale e futura sempre più globalizzata.
Comunque, con molta perplessità ho rimesso mano al romanzo e l’ho quasi completamente riscritto, mantenendo un impianto di base, ma cambiando l’ambientazione, trasformando alcuni personaggi, dando loro una veste diversa, conservandone il carattere, l’indole e togliendone altri, che hanno già trovato casa in altre storie in via di creazione. È rimasto lo sfondo musicale, che, in questa seconda versione, ha assunto un ruolo salvifico e rigenerante, forse un pizzico più retorico, ma è stato più forte di me. Per qualche pagina ho messo da parte il disincanto, spesso rasente il cinismo, di cui sono capace e ho mollato i freni abbandonandomi all’emotività più pura. Ma sono momenti…. (dalla premessa di Rapsodia in Nero)

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Lo so, è sempre la solita solfa: il profumo della carta, il polpastrello che sfiora la pagina e ne avverte la ruvidezza, l’increspatura, la patinatura della sovracoperta, le modanature della copertina cartonata, persino lo spessore dell’inchiostro (i più visionari o in preda a sostanze psicotrope), il disturbo della fascetta col numero di copie vendute (compresa quella che ho in mano? quindi non quelle vendute, ma quelle ordinate e ancora nei magazzini delle librerie?) e premi vinti, che finisce col fare da segnalibro o nella spazzatura, la nostalgia del tempo passato, la diffidenza del presente o il terrore del futuro. La morte del libro cartaceo è incombente, pugnalato alle spalle dal cugino elettronico in agguato on line: ce lo stanno ripetendo da qualche anno e alle conferenze – anche mie – cui ho presenziato, ho spesso riscontrato la contrarietà della maggior parte dei presenti nei confronti della più moderna e snella versione dell’invenzione di Guttemberg, rispetto a quella  ingombrante e tradizionale che riempie ancora gli scaffali. In effetti, a giudicare da quel che si vede in giro, non sembrerebbe di notare le migliaia di tablet nei parchi o in metropolitana, impugnati da letterofili avvinti dalle avventure dei personaggi di Dumas o Manzoni, Grisham o Cornwell, Roth o Roth (Joseph o Philip), Carofiglio o Mazzantini, Ammaniti o Biondillo. A parte gli sfaccendati che ammirano l’aria, analizzano il pulviscolo, radiografano le ragazze, gli altri sfogliano tomi russi da 1300 pagine che durano tutta l’estate, l’autunno e parte dell’inverno o fascicoletti in corpo 12 che resistono da Cordusio a Conciliazione (per i non milanesi si tratta di tre fermate di metropolitana, dieci minuti in tutto) o la free press rinvenuta negli appositi contenitori o abbandonata sui sedili. Qualche mese fa Amazon annunciava di avere venduto in due mesi più copie elettroniche che cartacee e tutti avevano già affisso i manifesti listati a lutto, in cui annunciavano la dipartita del loro caro (carissimo a volte, nel senso del prezzo) estinto, vittima assassinata del progresso. Ora, la stessa Amazon fa resuscitare il defunto, annunciando l’abbattimento di un bosco e la pubblicazione di due volumi stampati su cellulosa. Non ci è dato di sapere di cosa parlino i “lazzari”, magari della morte del libro elettronico, tuttavia il fatto è abbastanza curioso. Forse, le notizie che arrivano da Seattle risentono del clima di quello stato del Nordamerica e dovrebbero essere sbrinate, prima della pubblicazione da noi, oppure c’è qualcuno che specula, come in borsa, sugli annunci mortuari, che alla fine vengono regolarmente smentiti. Si dice che annunciare una morte fasulla allunghi la vita. Se è vero, il libro di carta durerà ancora mille anni.