im000936Bella no, sembra dipinta da Matisse, ma buona lo è abbastanza, soprattutto abbondante, nutriente e dolce. È il risultato del mio esordio come pasticcere. Qualcuno ha già detto pasticcione, ma fa niente, intanto mangia. L’avevo annunciato en passant nel post precedente ed ecco qua il primo tentativo. Dovrebbe essere un cheese-cake ai lamponi e gli ingredienti sono consoni al nome, ma il dosaggio, la forma, la cottura e la relativa crescita sono alquanto approssimativi. Non volevo farla così grande, ma la tortiera lo era e mi sono adeguato. Cacciati i mici, che volevano assolutamente assistere all’evento in prima fila e svolgere improbabili ruoli da consulenti, assaggiando gli ingredienti e spargendo peli ovunque, ho dato inizio all’opera. Il preparato per la pastafrolla, con uova e burro, mi ha creato subito dei problemi diventando denso come il cemento a presa rapida nel giro di dieci minuti, la frusta si è impantanata, tanto che per metterlo sul fondo della tortiera ho pensato di usare una cazzuola. Alla fine, spalmato alla bell’è meglio, l’ho ricoperto di marmellata di lamponi. Intanto preparavo la crema di formaggio con mascarpone e yogurt greco, che infilavo nel frullino, non avendo altro attrezzo. Purtroppo, la densità della miscela sottoponeva il motore elettrico a sforzo eccessivo e cominciava a diffondersi nell’aria uno strano odore di bruciato. Non potevo certo fermarmi a quel punto, anche perché dovevo aggiungere uova, zucchero e scorza di limone grattugiata, preparati a parte.  Per fortuna il liquido stemperava la densità dei latticini e salvava il motore del frullino. Acceso il forno e portato a 180°, versato il composto cremoso sulla copertura di marmellata di lamponi, per scoprire che un goccio di più avrebbe provocato la tracimazione dalla tortiera, infornavo il tutto raccomandandomi a San Pancrazio, il santo grasso e giammai sazio e a San Telemaco, protettore dello stomaco.
Cinquanta minuti, diceva la ricetta. A trentacinque, la finestra sul forno mi mostra uno strano blob di color dorato scuro che respira come cosa viva, giuro che sale e scende, minacciando di traboccare dal contenitore e dilagare nel forno e chissà dove. Abbasso la temperatura, anche perché il colore brunito della superficie non promette bene. Ancora un quarto d’ora. Tengo sotto osservazione l’organismo, che pare aver messo da parte le cattive intenzioni espansive e contenersi negli spazi assegnati.
Finalmente il forno si spegne, il suono del campanello giunge liberatorio come l’annuncio che la scuola è finita e iniziano le vacanze. Ma, attenzione: il forno andrà aperto subito o un poco alla volta? La torta, o l’entità prodottasi all’interno dell’incubatrice, risentirà della temperatura esterna e reagirà violentemente o accoglierà l’aria dell’ambiente come una carezzevole brezza rinfrescante? Scelgo la via di mezzo e apro parzialmente la porta allungando lo sguardo sulla creatura che ha smesso di respirare, o almeno così sembra e sulla cui superficie si sono prodotte crepe che rivelano dense vene giallognole di crema. Dopo dieci minuti, prendo coraggio ed estraggo l’essere ormai apparentemente inoffensivo — non si sa mai, ma ho pronto un cucchiaio di legno per rintuzzare qualsiasi colpo di coda – e lo appoggio sul tavolo. L’aspetto non è granché, tanto che rinuncio alla copertura di lamponi: la superficie è troppo irregolare. Poi, però, col passare dei minuti, tutto sembra sistemarsi, come se i tessuti avessero la divina o aliena facoltà di autoripararsi, cosicché la crepe si rimarginano, la superficie si regolarizza e assume una conformazione pianeggiante. Sì, certo, la rotondità non è degna di Giotto – ma chi l’ha mai visto davvero il suo tondo? – e le rughe ai bordi invecchiano non poco l’aspetto generale, ma con i lamponi sopra e una spruzzata di zucchero vanigliato, quasi non ci si accorge. E poi è la prima e la prima non si scorda mai. Ed è anche buona! Una bomba calorica devastante.