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Non lasciare che gli altri andare avanti, che hanno orologio perfetto per impressionare le signore ed i vostri compagni d’affari

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Non voglio gridare al complotto, ma c’è qualcosa che non funziona nell’informazione sui referendum. E non parlo della campagna dei partiti, dei comitati, dei politici, che accedono o meno ai mezzi di comunicazione. No, qui la questione è puramente tecnica e cromatica. Vi sarete certamente accorti che in questi giorni la televisione sta trasmettendo degli spot relativi alle istruzioni per votare i quesiti dei referendum elettorali. A parte il fatto che non spiegano se si possa votare uno o due soli referendum, rifiutando eventualmente le altre schede, facendolo mettere a verbale in funzione del quorum, ma le indicazioni sui colori delle schede sono totalmente differenti rispetto a quelle date sino ad ora, anche dagli stessi comitati referendari, i quali parlano di schede verdi, bianche e rosse, come il tricolore. Invece, le schede indicate dagli spot televisivi sono viola, beige e verde. Se è vero che i colori sono questi ultimi, qualcuno lo dovrebbe dire ai referendari, dai quali attingono le informazioni tutti i siti di tutti i giornali, blog e portali che parlino di referendum. O ci stanno prendendo tutti per daltonici, e un colore vale l’altro, o ci stanno prendendo tutti per il culo, e la cosa non mi piace.

Finalmente la civiltà è giunta anche nella mia città. I “diversamente abili” sono trattati alla stregua dei “non diversamente abili”, anche se non ho capito bene la differenza in cosa consista, perché tutti, in fondo, siamo abili diversamente, altrimenti i “non diversamente abili” sarebbero abili tutti uguali, un concetto difficile da immaginare, che neanche un “diversamente abile” fantasioso avebbe l’abilità di concepire, anche diversamente. Ma sono quegli eufemismi tanto di moda oggi che ci portano a definire nonudente un sordo, nonvedente un cieco, nondeambulante un paralitico, per cancellare la vergogna del disprezzo che si iniettava in queste parole un tempo, neppure troppo lontano, quando la malattia, la deformità, la bruttezza, erano sinonimo di peccato e connivenza col diavolo: sei gobbo, storpio, cieco, sordomuto, ti esprimi malamente a gesti, sei un mostro? Te lo meriti, pentiti e vedrai che nell’aldilà sarai premiato, dopo un paio di millenni di purgatorio. O pagando una discreta somma al vescovo di turno per l’indulgenza plenaria. Ma torniamo a noi. Allora provate ad immaginare una città con i semafori sonori. Ci riuscite? Certo che sì, in Europa ce ne sono tante da molti anni: arrivi al semaforo, che quando è verde a tuo favore comincia a suonare, quando diventa giallo la frequenza cambia e smette quando è rosso. Automaticamente. In questa città, invece, il semaforo sonoro è facoltativo. Come la fermata degli autobus e il pagamento delle tasse. Intanto non è diffuso su tutto il territorio comunale e perciò bisogna essere fortunati nell’incapparci. Giusto, un po’ di suspense rende l’esistenza più interessante. E poi, come si riconosce il semaforo sonoro da quello muto? O diversamente abile? Da una simpatica scatoletta verdes scuro avvitata sul palo che regge le luci, con su scritto: solo per nonvedenti, con l’immagine stilizzata di un uomo che si orienta con un bastone bianco. Capito? Vedo che cominciate ad illuminarvi. Eh sì, è questa la civiltà: un cieco in prossimità di un incrocio regolato da un semaforo, deve cominciare a “perquisire” il palo (prima lo deve trovare, ovviamente), per verificare se “detiene” la magica scatoletta con la scritta “per nonvedenti”, premere il tasto sottostante ed attendere che il semaforo risponda (sempre che non sia rotto) e accompagni l’attraversamento della strada con la sua allegra musichetta. Uno spasso.
La mia è la stessa città che ha finalmente avviato l’annuncio delle fermate della metropolitana nelle stazioni. Non tutte, per non indurre il passeggero alla distrazione. Una grande conquista tecnologica e di civiltà: peccato che spesso, in concomitanza con l’annuncio della stazione d’arrivo, si inserisca la comunicazione di servizio della metropolitana che utilizza lo stesso circuito, di fatto cancellando il primo. Basterebbe annunciare la fermata all’interno del treno invece che nella stazione, dove i passeggeri hanno già coscienza di dove si trovano. Anche nei mezzi di superficie annunciano le fermate, ma il volume è spesso troppo basso da essere percepibile e d’inverno, con i vetri appannati, non sempre è facile capire dove ci si trova. E quando non sono appannati, sui nuovi bus “verdi”, hanno applicato sui finestrini delle vetrofanie tanto grandi, da non consentire la visione esterna. Ma lo fanno per comunicare ai passanti quanto è ecologico l’autobus che li ha appena inondati d’acqua, passando sull’ eterna pozzanghera che allaga il bordostrada in prossimità del marciapiede. La mia città è un sogno. Di quelli che ti appaiono quando a cena mangi la peperonata.

Ma come stiamo bene tutti insieme, tutti connessi, tutti collegati con pc, cellulari, iphone, gphone, sms, mms, palmari, blackberry, blueberry, cranberry, parliamo, digitiamo, chattiamo, siamo spiritosi, spediamo battute, sorrisini, faccine, linguette, foto, gif, icone, filmati, comunichiamo, comunichiamo, comunichiamo, comunichiamo….ma per dirci cosa? Se davvero comunicassimo, sarebbe il dialogo il mezzo prevalente per dirimere le questioni, grandi e piccole e, probabilmente, è davvero ancora così, ma c’è una porzione troppo consistente di individui che scelgono altri sistemi. Comunichiamo con l’Australia, il Nepal, il Canada e la Patagonia, ma stiamo bene attenti a mantenere le distanze, perché è bello salutarsi da lontano, ma quando si comincia ad avvertire la “puzza” di umano, scattano i meccanismi di difesa. E poi, tutto questo rumore di fondo di chiacchiere non comincia ad essere un po’ troppo alto? Se si cominciasse a stare tutti quanti un po’ zitti? A non esprimere per forza un’opinione anche quando non la si ha? Magari si comincerebbe a capire veramente qualcosa e a comunicare sul serio. E a vivere meglio.