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mondo3Stamattina, per la seconda volta in poche settimane, ho avuto la precisa sensazione di essere cittadino del Mondo. Ero all’Ufficio Immigrazione della questura di Milano. A parte gli impiegati, probabilmente ero l‘unico italiano. Ero osservato come un corpo estraneo e curioso. Una strana impressione interrottasi nel momento in cui ho conferito con una poliziotta, che mi ha dato le informazioni che mi servivano. E poi via, di nuovo in metrò verso la Stazione Centrale. Uguale.

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190938114-182bcf91-0ef8-4ae5-b944-bc5021953cb3A Milano hanno inaugurato la Torre a Spirale di Arnaldo Pomodoro. Cattelan ha regalato a Milano il suo gigantesco Dito Medio. Si stanno costruendo grattacieli un po’ ovunque in città, eretti e no, spigolosi e a tortiglione. A parte il carattere fallico di tutti manufatti (gli unici di carattere prettamente femminile sono i tunnel del metrò che si allagano periodicamente), ma indicano tutti verso il cielo e rappresentano l’elevazione. Perché, allora, a Milano ci sentiamo tutti così giù?

giuliano_pisapia_home1Ero deciso a non votare alle primarie di Milano per la scelta del candidato-sindaco, anche perché mi sembravano truccate: il PD aveva già scelto il suo candidato Boeri e sembrava non ci fosse partita. Invece ha vinto Pisapia, il candidato che avrei scelto io. Ultimamente i candidati che ho votato hanno sempre perso o fatto una fine miseranda. Questa volta che non l’ho votato, il mio candidato ha vinto. Mi faccio delle domande. Tra l’altro, se il PD con la sua forza organizzativa non è riuscito a far vincere il suo candidato, come farà a vincere contro la Moratti? Si impegnerà davvero a favore di Pisapia? O vorrà perdere a tavolino come ha fatto le ultime volte sbagliando candidato? E se io vorrò far vincere Pisapia alle comunali di primavera dovrò votarlo o stare a casa?

Come sapete sto cercando per quanto possibile di portare in giro il mio libro, visto che l’ho fatto senza gambe (anche se per per qualcuno è scritto con i piedi) e non cammina da solo. Mi sto rivolgendo in particolare alle biblioteche, luogo di lettura per antonomasia (ma anche anastasia, malesia, polinesia, tiresia, persia, lipsia e poésia) e, ultimamente, pare, più frequentate di un tempo. I responsabili non sono sempre incoraggianti: sa, mi dicono alcuni, alle presentazioni non vengono in tanti, non so se vale la pena. Capisco, rispondo, ma proviamoci ugualmente, faccio propaganda io, fate propaganda voi, dieci persone riusciamo ad attirarle nella sala, poi liberiamo i doberman e chi tenta di uscire prima della fine senza comprare il libro si ritrova le zanne nel polpaccio. Va bene, mi rispondono, soprattutto quelli col gusto del macabro (per via dei doberman, non del libro, che macabro non è, tranne per pochissime pagine), ma c’è un problema. Quale? chiedo. Non possiamo comprare il suo libro per limiti burocratici. In che senso? Compriamo solo da grossista. Va be’, ve lo regalo, lo davo per scontato. In altri casi i limiti sono economici. La legge finanziaria ha tagliato ulteriormente i fondi alla cultura e questo influisce anche sulla gestione delle biblioteche comunali. Gli enti locali ricevono meno soldi dallo Stato, non hanno il coraggio di applicare nuove tasse comunali (aumentano quelle esistenti, ma di poco e silenziosa(mente), soprattutto sotto elezioni) e si ritrovano a tagliare dove è possibile, in particolare in quei settori che fanno poco rumore: le biblioteche.  A Milano, ma soprattutto in provincia, continuo a sentire il solito ritornello: abbiamo ridotto tutte le attività extra, che significa, teniamo aperto solo le ore indispensabili alla consultazione dei libri e per il prestito, poi chiudiamo il più in fretta possibile per evitare di pagare gli straordinari; anzi, abbiamo ridotto anche l’orario di apertura per pagare meno ancora luce, telefono e dipendenti. Così, il luogo di lettura per antonomasia ( e per anastasia eccetera) diventa un ufficio pubblico come tutti gli altri, dove ad un certo punto lo sportello si chiude e tanti saluti alla cultura. Ora, affiancare il mio libro alla cultura è uno sforzo che un pigro come me non se la sente di fare (hai voglia a spingere, non ci passa!), ma penso anche ad altri autori che cercano di farsi largo tra le pagine e ai potenziali lettori, che hanno voglia di frequentare un luogo piacevole e tranquillo come la biblioteca di zona, caldo d’inverno e fresco d’estate (finché funziona la climatizzazione) e ne vengono allontanati.

Finalmente l’autunno a Milano, col suo tipico grigio, umido, fresco lunedì, tanto per inaugurare bene la settimana, tornare a casa coi vestiti neri di fango-smog e maledire il martedì che già si annuncia come copia-carbone (è il caso di dirlo). Ci voleva il giorno di San Francesco per assistere all’apertura della terza stagione dell’anno. D’altra parte, da patrono d’Italia non poteva che annunciare personalmente la malinconia di un Paese senza più stimoli, che si lascia vivere, o morire, ben rappresentato da una città a sua volta immalinconita, svogliata, scossa da scatti di rabbia temporanei e vigliacchi, giusto per far finta di darsi un tono, per poi tornare a quel torpore che la attanaglia da anni. Milano il traino d’Italia? Sì, quando non è sotto valium. Milano dove tutto nasce e cresce e si sviluppa? Sì, quando è fertile e irrigata e salubre. Oggi, quando piove, i cittadini guardano preoccupati ai tombini che rischiano di scoppiare a causa della cattiva politica delle acque fatta negli ultimi vent’anni e gli amministratori mettono alla frusta i portavoce e gli addetti stampa, affinché trovino scuse plausibili per giustificare l’inerzia che li ha distinti: colpa della crisi internazionale, del riscaldamento globale, dell’immigrazione incontrollata (questi sciamani che vengono dall’Africa con la loro mania della danza della pioggia), degli amministratori passati, gli austriaci, i francesi, gli spagnoli, i romani (la solita Roma ladrona e adesso anche di perturbazioni e isobare malefiche), la sinistra, i comunisti, i cosacchi, gli zar, Gengis Khan e il Prete Gianni.
Tanto per dare un esempio di distrazione di uno dei nostri principali amministratori, il vicesindaco Riccardo De Corato, vi racconto cosa succede sotto le mie e sue finestre da un po’ di tempo a questa parte più volte alla settimana: attorno alle 13,00 si ferma un camion. Ad attenderlo una decina di giovani, presumibilmente indiani, bengalesi, cingalesi. Dal camion scende un signore europeo, biondo, riccio, corpulento, che apre lo sportello dell’autocarro per dare modo ai ragazzi di rifornirsi di svariati mazzi di fiori recisi, gli stessi, che poi saranno venduti agli incroci con semaforo di Milano. Naturalmente, prima di risalire sul mezzo e allontanarsi, il camionista incassa da ciascuno dei ragazzi stranieri mazzette di banconote, si presume, il costo dei fiori. Ora, siamo in una zona molto vicina al centro di Milano, ma anche a cinquanta metri alla strada più multietnica d’Italia, soggetta al coprifuoco serale-notturno voluto dall’amministrazione per prevenire chissà quali barbarie nell’oscurità della notte, mentre di giorno, alla luce del sole avvengono questi fatti. Possibile che non ci sia  mai nei dintorni un vigile o, ancora meglio, una guardia, magari di finanza, che chieda al camionista un documento di trasporto, una fattura, una ricevuta per i fiori che costui distribuisce ai ragazzi e che si fa pagare? Chissà se denuncia l’incasso nel modello Unico? Certo, anche i giovani orientali dovrebbero avere uno straccio di permesso per vendere i fiori, ma mi sembra il male minore, pur tenendo conto delle eventuali proteste dei fioristi con licenza. Se ogni tanto il vicesindaco si affacciasse dalle sue finestre invece di vagolare soltanto nei pressi dei campi rom in favore di telecamere, si renderebbe meglio conto di come funziona la città. Sono già che avrebbe la scusa pronta in tasca per dire di non potere intervenire come assessore alla sicurezza per via dei poteri limitati (chissà perché questi amministratori vorrebbero tutti essere Superpippo, coi superpoteri conferiti dalle noccioline) e che occorrerebbe un intervento di ben altra portata, da ben altre autorità e che lui è afflitto da ben altri problemi: quando si dice il “benaltrismo”. Comunque è autunno, facciamocene una ragione, c’è solo da sperare che lo sia anche per questo modo insano di gestire la cosa pubblica.
Intanto, vai col valium.

Martedì 23 marzo, alle 17,30, presso la Sala Napoleonica di Palazzo Greppi, via S. Antonio 10/12 a Milano, introdurrò e dibatterò con Gherardo Colombo su Il senso delle Regole per una cultura della Giustizia. Riflessioni.


Siete tutti
invitati, l’ingresso è libero.

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