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Francamente (come direbbe dalemone) comincio ad averne abbastanza delle beghe familiari del presidente del consiglio. Ma da quando in qua i politici italiani sono messi alla gogna per le loro storielle o storiacce con attricette, ballerine, presentatrici, veline, colleghe di partito e compagnia danzante? A parte il democristiano che si sentiva solo e si intratteneva con due amichette opportunamente anestetizzate dalla cocaina (fossero state lucide con uno così neanche in fotografia), finito nei guai solo per un malore di una delle “fortunate”, era da tempo immemorabile che la politica non si intrecciava col sesso. Giusto Bettino Craxi aveva fama di tombeur de femmes, con tanto di citazioni più o meno velate sui libri di alcune sue cortigiane, e la di lui consorte, signora Anna, che abbozzava. Altrimenti bisogna tornare ai tempi del ventennio, quando c’era Lui, caro lei, e le leggende sulle capacità amatorie del “capoccione”, anche senza viagra (epperbacco!). Da noi la vita privata dei politici è sempre rimasta privata, appunto, mentre in Inghilterra scoppiavano scandali sessuali a profusione e in USA si facevano le pulci ai candidati alla presidenza. Ma ci stiamo americanizzando anche in politica? Possibile che ci interessi quante segretarie affollino la scrivania o il sotto-scrivania del capo del governo, a quali feste vada, se di diciottenni o cinquantenni, se abbia figli/e naturali sparsi/e per la penisola o il continente? A Clinton stavano facendo saltare la poltrona per un problema di sesso “improprio” e ci ha pensato sua moglie a “sistemare” la faccenda, forse più privatamente che pubblicamente, ma stiamo parlando di un Paese puritano e a maggioranza protestante, in cui mentire (Bush junior escluso) è un fatto gravissimo, anche nella vita privata. Da noi i panni sporchi si lavano in famiglia, com’è noto, e non esiste che si elevi a maître à penser una moglie tradita, solo perché ha un passato (pure lei) da attricetta e ha sposato un imprenditore miliardario, che, molti anni dopo, sarebbe diventato un politico di grido. Non conosco la situazione familiare degli altri miliardari italiani, ma se Berlusconi non fosse diventato capo del governo per la terza volta, sua moglie non avrebbe scritto ai media per dichiarare il suo disprezzo sulla condotta del consorte. E tutti ce ne saremmo infischiati, come dovremmo effettivamente fare. Se poi nelle liste per le europee ci saranno davvero veline, nani e ballerine e queste saranno elette, vorrà dire che ce le saremo meritate, come ci meritammo Ilona Staller e Tony Negri, per non parlare del Partito dell’Amore con la candidata Moana Pozzi (santa quasi subito), che nel 1992 ottenne oltre 12000 preferenze personali.

BAGDAD – Troppo malconcio per apparire in aula davanti al giudice: Muntazar al Zeidi, il giornalista della tv irachena Al Baghdadia che ha contestato il presidente Bush tirandogli le scarpe durante la conferenza stampa a Bagdad non si è presentato oggi in Tribunale. Alla famiglia che era arrivata per assistere all’udienza è stato detto che il magistrato inquirente lo ha invece visitato in cella e di ripresentarsi dopo otto giorni. Ma questo, per il fratello Dhargham, vuol dire una cosa sola: che Muntazar è stato pestato e non è in condizioni di farsi vedere in pubblico. “Hanno temuto che la sua comparsa in aula potesse scatenare delle proteste”, ha denunciato.


Così scrive oggi il sito di Repubblica, mentre si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà nei confronti di Muntazar, che si è reso protagonista di un gesto che molti avrebbero voluto compiere avendone l’occasione. Possibilmente centrando il bersaglio.
Ma se, è solo un’ipotesi, Muntazar non fosse un eroe, ma solo un perfetto idiota? Ribadisco, è solo un’ipotesi e mi dispiace che probabilmente stia patendo la ovvia repressione delle autorità irachene che non staranno usando i guanti di velluto. Mi chiedo, tuttavia, se sia giusto avvalersi della qualifica di giornalista e della fiducia che il governo ha riposto su di lui, confidando nella sua professionalità quando l’ha invitato alla conferenza stampa, per attentare all’incolumità del presidente degli Stati Uniti d’America, alleato dell’attuale premier iracheno. Qual è stato il senso di tutto questo?
Dal punto di vista giornalistico non ve n’è, dato che l’informazione si fa con altri mezzi, soprattutto tenendosi le scarpe ben allacciate ai piedi e andando a testimoniare i fatti senza diventarne parte attiva. Tra l’altro si corre il rischio di concedere il pretesto per una più pesante censura nei confronti dell’informazione. Un ottimo servizio alla libertà di stampa. Si è immolato per una causa? D’accordo, infatti il consenso popolare non gli sta mancando e persino eserciti di avvocati in cerca di fama stanno offrendosi per difenderlo accampando tesi legali di difficile sostenibilità, se non in un Paese in bilico sul baratro come l’Iraq. Immolarsi, comunque, significa martirio da quelle parti e i maltrattamenti subiti in carcere sono il minimo prevedibile, considerati i trascorsi di Abu Graib, il cui responsabile principale è proprio Bush, in società con Cheney e Rumsfeld, secondo la commissione d’inchiesta del senato degli Stati Uniti. È veramente un terrorista? Da operetta, perché avrebbe potuto portarsi un’arma, non le scarpe e a quest’ora gli starebbero facendo il funerale, mentre Obama sarebbe già alla Casa Bianca. È davvero un eroe? Dipende dai punti di vista: Cesare Battisti era un traditore per gli austriaci. È un pazzo? Può darsi, ma se davvero non ragiona, tutta la simbologia della scarpa costruita attorno al suo gesto perde valore, data l’inconsapevolezza e l’incoscienza. È pur vero che tra martirio e pazzia abbiamo una tradizione storica che va dai cristiani divorati dalle belve nei circhi romani sino alla Locomotiva di Guccini, passando per la stampella di Enrico Toti, un retaggio che ci ha pesantemente condizionato, ma alle porte del 2009 sarebbe anche il caso di rivedere certi schemi mentali un po’ consunti. Insomma, non pretendo, come molti, di avere la verità in tasca, ma questo coro di consenso per lo scarparo, solo perché ha fatto un gesto becero contro un becero, lo sento stonato. Due torti non fanno una ragione.