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180904032-5f80e1c0-711d-413f-a67e-92df1fe1952aPensavo: Berlusconi va a trovare Putin in occasione del suo compleanno. Potrebbe telefonargli, mandargli un biglietto, una mail, un regalo e invece ci va di persona. Strano, mi dicevo, nonostante le fanfaronate il premier ha un’età, acciacchi, politici e familiari, due divorzi in una botta sola, da Veronica e Gianfranco. Inoltre, quello di Vladimirovic è un compleanno come un altro, sono 58, non una cifra tonda.
Poi ho visto il calendario che hanno regalato a Putin: se questo è il regalo presentabile, posso solo immaginare quali siano gli altri e come si svolgerà la festa privata in dacia. Ecco spiegata la presenza del nostro primo ministro. Ci voleva così poco.

gheddafi

L’anno scorso il colonnello (ma non dovrebbe essere già generale dopo tutti questi anni?) Gheddafi è arrivato agghindato come un portiere d’albergo e aveva appuntata sulla marsina una fotografia.
Quest’anno, senza marsina, ma vestito in modo tradizionale, portava appuntato un foglietto di carta rettangolare. Nessuno si è chiesto cosa fosse?
Facciamo delle ipotesi:
il colonnello Gheddafi è uno smemorato e si è cucito addosso il biglietto aereo di ritorno per non perderlo;
il colonnello Gheddafi non si è accorto di avere messo il vestito al contrario e quella è l’etichetta;
il colonnello Gheddafi non gira con i contanti, nonostante le amazzoni coi tacchi, deve dei soldi a qualcuno qui in Italia, è arrivato con un assegno circolare e, per non perderlo, se l’è appuntato sull’abito che, evidentemente, non ha tasche;
il colonnello Gheddafi soffre di amnesie improvvise e sul biglietto c’è scritto: sono il colonnello Gheddafi, se leggete questo biglietto significa che mi sono perso e non  ricordo come si torna a casa, segue indirizzo di Tripoli;
se avete altre ipotesi fatevi avanti, chissà che non risolviamo il mistero.

Sto facendo un lavoro un po’ così. Non è che sia brutto, ma neanche bello. È un lavoro e come tanti lavori ha le sue noie, le sue leggerezze e, lo riconosco, anche una certa utilità. In pratica telefono a casa della “ggente” per sapere che cosa pensa di questo e quello. Esatto, faccio il sondaggista, come quelli della tv, solo che in televisione, giacca e cravatta e foglietto in mano, mostrano i risultati del sondaggio con cartelli colorati e vignette, mentre il lavoro “sporco” lo faccio io assieme a centinaia di colleghi. Ora, come dicevo, non è così brutto, in fondo non vendiamo prodotti, anzi, acquisiamo opinioni e non siamo così invasivi. Certo, telefonare alla “ggente” mentre sta mangiando non è sempre simpatico e qualche insulto ce lo becchiamo, i telefoni sbattuti in faccia sono un discreto numero, ma, con mia sorpresa, sono molte di più le persone che si dispiacciono di non poter rispondere, perché hanno da fare. L’importante è non prenderla sul piano personale: non ce l’hanno con te, neanche ti conoscono, semplicemente ce l’hanno con lo scocciatore che ti ha mandato, tu sei solo il sicario e come sicario il tuo atteggiamento deve essere assolutamente distaccato rispetto alla missione. Zen, direi. Io ho sempre un po’ maltrattato chi fa questo lavoro, soprattutto se tentava di intortarmi con storie improbabili (Lo sa che da oggi può non pagare più il canone del telefono? ma vaff…) e ora sto scontando il mio contrappasso. Pensavo, però, di meritare una pena peggiore. I fanculisti devono alloggiare in qualche girone superiore del Purgatorio e non nelle più profonde bolge infernali.
Ci sono aspetti buffi e drammatici, a volte anche nella stessa telefonata, persino grotteschi, come quando il “sondando” accetta di essere sondato, diciamo su temi politici, e poi non vuole confidarti per chi ha votato, perché il voto è segreto: “ma perché ti devo raccontare i fatti miei?” “Perché ha accettato di rispondere alle mie domande.” “Quando?” “Un minuto fa” “Be’ allora non ho più voglia.” “D’accordo, ma non si arrabbi che la vita è breve.” “E la mia età non gliela dico.” “Me l’ha detta prima.” “Vabbe’, però non le dico per chi ho votato.” “Ok, nessun problema. Passiamo ad un’altra domanda: le dirò dei nomi di politici e lei mi dirà da uno a dieci quanta fiducia vi ripone.” “Va bene.” “Berlusconi.” “10!!!” “Bersani.” “1!!!” Fini.” “Ahhhhh!!!” E via così.
È buffo quando infili cinque o sei telefonate di seguito e senti che non hanno tempo perché stanno per uscire, tutti, uno dopo l’altro. Ma dove vanno tutti quanti alle otto di sera? Sono strane coincidenze. Ci sono quelli che non rilasciano interviste al telefono non concordate precedentemente, possibilmente via telefono. C’è chi teme che alla fine voglia vendergli comunque qualcosa, dalle pentole all’appartamento, ma la cosa più malinconica sono i vecchi. Sì, i vecchi, non gli anziani, perché quelli, anche a 90 anni, ti rispondono con la prontezza di un quarantenne rampante. No, i vecchi sono quelli che ti rispondono: “siamo due anziani, non sappiamo niente, non ci interessa niente, non ci serve niente, non leggiamo niente, non sentiamo niente, ci lasci in pace – non lo dicono, ma sembra che tra “lasci” e “in” vogliano inserire “morire” – e ti viene rabbia e tristezza, perché pensi che anche tu potresti finire così un giorno, che non è giusto, che non è questione di nord e sud, perché sono risposte che vengono da Bovolone come da Anzio, da Fossano come da Salemi e Ploaghe. A volte basta poco per risvegliarli: una battuta, un motto, una parola detta nel modo giusto, li fai sorridere e, anche se non rispondono alle domande, li saluti con piacere e loro ti augurano buona serata. Ma spesso non va così: il sapore delle parole è amaro, sono cortesi, malinconicamente cortesi, ma rassegnati, la realtà passa sopra di loro e pare lasciarli indifferenti, ma li seppellisce ogni giorno di più e la morte non li coglierà vivi.
A parte questo è interessante sentire gli umori delle persone e quel che faccio non è tanto diverso dal mio lavoro precedente, quando correva animata la conversazione. Qui non è che possa permettermi di ribattere o argomentare. In compenso lo fanno loro: non ho tanto tempo, mi dicono, ma poi, quando chiedi una risposta secca, i “sondati” non si accontentano e vogliono spiegare, anche se tu non prendi nota, perché non ti compete, ma vogliono comunque approfondire il tema ed è difficile resistere alla tentazione di aprire il dibattito. Mi pare di percepire molta rabbia e senso di impotenza, diffidenza e, tutto sommato, anche ironia, perché in fondo siamo in Italia e non si può pretendere. A volte la stessa rassegnazione dei vecchi, anche in persone di mezza età, che vorrebbero svuotare il parlamento e farci un ostello della gioventù, “perché i giovani sono il nostro futuro e bisogna dare loro le opportunità”. E i vecchi? Bivaccano davanti alla tv, tra quiz, ballerine e risse che non capiscono.
Il più simpatico ieri sera verso le 21:30:”Senta, stavo facendo addormentare la bambina. Se adesso si sveglia vengo lì!” Stasera, per un sondaggio su un quotidiano: “non leggiamo giornali, qui siamo tutti ALFABBETI!”

Mentre il nostro Presidente del Consiglio dispensa lezioni di politica ed etica internazionale in un Paese confessionale come Israele, tacciando un altro Paese confessionale, l’Iran, di essere un pericolo per l’umanità – e intanto a casa gli stanno salvando la ghirba con la legge sul Legittimo Impedimento – ecco che in Italia si sta consumando un’infamia in nome della Morale di Stato in tipico stile fondamentalista.
Ora, il festival di Sanremo è una macchina sessantenne che serve a produrre spot pubblicitari, diritti d’autore, riempire il palinsesto RAI per settimane – tra il festival vero e proprio e addentellati – a vendere qualche disco e mettere in mostra qualche personaggio, che, di solito, non  se lo merita. Dal punto di vista strettamente musicale, Sanremo vale zero, in quanto non rappresenta l’Italia che fa musica, se non per una minima percentuale. Tuttavia, Morgan è un musicista colto e preparato, che ha fatto in passato delle scelte personali, originali e difficili, certamente un personaggio sopra le righe, come molti nel mondo della musica di tutti i tempi. Le sue abitudini personali, in quanto personali, possono interessare il lettore di rotocalchi e riviste, ma anche no, nel senso che ci si può limitare ad ascoltare i suoi dischi ed infischiarsene di ciò che fa nel tempo libero. Ma si sa come sono i giornalisti, sempre a rimestare nel torbido e si sa come sono gli artisti, sempre molto egocentrici e narcisi ed ecco che saltano fuori i vizi privati, salvo poi smentire, rettificare, precisare eccetera.
Se Marco “Morgan” Castoldi fuma crack, beve candeggina, sniffa detersivo al sapone di marsiglia o si inietta in vena amuchina, che cosa cambia in funzione della sua partecipazione ad un festival musicale? Chi è quello zelante funzionario che ha firmato la sua esclusione e in base a quale articolo del regolamento del festival? Chi sarà quel savonarola catodico che ha voluto imporre la legge morale ad una kermesse di canzonette? E visto che la RAI è ente di Stato, il ministro delle Telecomunicazioni non ha niente da dire, magari da un pulpito e vestito come il Mullah Omar? Intanto, sono intervenuti già i ministri Meloni e l’ineffabile Giovanardi, giusto per ribadire la propria inutilità politica e pochezza personale. Qualcuno ha già proposto l’antidoping a tutti gli artisti che si esibiranno all’Ariston. Bene sono d’accordo, se lo estenderanno anche a funzionari e dirigenti. Pare che anche la ragazzina che chiama papi il nostro presidente del consiglio lavorerà in RAI. Non vedo l’ora di verificare in quali specialità eccella. In prima serata su RAIUNO.

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Avete mai letto La Fiera degli Immortali di Enki Bilal? Uscì in Francia e poi in Italia nei primi anni 80, quando da noi imperversava il pentapartito seguito dal trio Craxi-Andreotti-Forlani. Ambientata in una ipotetica Parigi del futuro racconta di un presidente calvo, vecchio e pieno di acciacchi, che si trucca come una ballerina di varietà e cerca di trattare con una razza aliena, che ricorda gli antichi dei egizi, il segreto dell’immortalità. Naturalmente farà una brutta fine per via di un complotto ordito da uno dei suoi più fedeli alleati. Trent’anni dopo, cambiando il Paese, ma senza allontanarsi troppo da Parigi, Bilal si rivela un discreto profeta.
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