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La coclea è una specie di chip, un microprocessore fatto di tessuto organico, non so bene di cosa, ma è vivo e trasforma le vibrazioni sonore esterne percepite dal timpano in impulsi riconoscibili dal cervello, che li classifica in suoni, rumori, armonie, cacofonie, tribune politiche, promesse elettorali e d’amore eterno, piacevolezze e strazi. Purtroppo c’è chi nasce con la coclea guasta o, alla scadenza della garanzia, il processore improvvisamente smette di funzionare e rende sordo il proprietario. Interviene, così, la chirurgia, assieme alla tecnologia, con gli impianti cocleari, che restituiscono l’udito. Talvolta, però, si verifica una incompatibilità tra il nuovo chip artificiale e l’elaboratore principale, il nostro encefalo, che riconosce come estranei, addirittura inutili, questi nuovi impulsi e li cancella, non li “lavora”, li butta nel cestino, lasciando nel silenzio il paziente. Ed è qui che si produce il fatto, l’evento, la notizia straordinaria. Si è scoperto, infatti, che una terapia d’urto fatta di ore ed ore di ascolto musicale di notte, attraverso l’ipod, riattiva lo spirito di accoglienza del cervello nei confronti delle vibrazioni sonore. Di più: pare che Mozart sia particolarmente stimolante e, specificamente, il trio per piano, violino e violoncello K 442. Otto ore di seguito, ogni notte per un anno e il cervello si risveglia, l’udito riprende a funzionare, il paziente ricomincia a vivere nel mondo dei suoni. La ricerca è stata fatta all’Ospedale di Circolo di Varese e sarà presentata domani durante un convegno, ma, al di là dell’aspetto strettamente scientifico, la notizia è stupenda perché dimostra una cosa che ho sempre pensato: la bellezza salverà il mondo. E’ semplicemente straordinario – lo so non è una novità, ma vale la pena ribadirlo – che una cosa “scontata” come la musica sia in grado di guarire. Mozart ridà l’udito ai sordi: dirlo sembra di citare un passo di una qualsiasi sacra scrittura, un miracolo di qualche sant’uomo, mentre, invece, Wolfgang sembra avesse l’abitudine di non farsi mancare nulla. Tuttavia ci ha lasciato un’eredità artistica straordinaria. Ma, ancora di più, è l’arte, in tutte le sue forme, che guarisce, che è ancora in grado, nonostante tutto, di ridare luce alla vita. Lo dice la scienza.

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Si legge in questi giorni che, secondo una ricerca spagnola, la bellezza avrebbe un sesso. Posti di fronte ad un’immagine oggettivamente bella, un paesaggio o un’opera d’arte, negli uomini si registra un coinvolgimento solo dell’emisfero cerebrale destro, mentre nelle donne di entrambi gli emisferi. Sottolineando che il sinistro è anche quello dell’espressione verbale, gli scienziati danno una spiegazione che riconduce addirittura alla preistoria ed ai ruoli maschili e femminili che si sono consolidati nell’evoluzione del genere umano. Le donne tenderebbero a verbalizzare le emozioni, sarebbero più semantiche. In altre parole, se gli uomini di fronte alla bellezza restano a bocca aperta, le donne non riescono mai a chiuderla.