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Ma oggi non è lunedì? Perché, allora, ho incontrato solo gente sorridente stamattina? In posta, in banca, dal prestinaio, per strada, tutti che mi salutano cordialmente, sorridono, sono contenti. Anch’io sono contento, ma è lunedì, è ovvio, non lavoro. Il mio lunedì è il martedì. E allora, cosa sta succedendo? In banca un’ impiegata era tutta felice di dirmi che aspettava il venerdì per andare ad aggiustare il tetto di casa sua e poi imbiancare. Con questo caldo sarà uno spasso. Se le va bene, venerdì pioverà. Sono salito un attimo sul marciapiede in bicicletta per evitare che la 55 mi trasformasse in una frittella e in quel momento girava l’angolo una vigilessa. Ci siamo trovati nella peggiore delle situazioni possibili: impediti a passare nello spazio ristretto lasciato da una macchina parcheggiata male, un palo e il muro, io da una parte e lei dall’altra. Mi ha guardato malissimo, io ho sfoderato un’espressione innocente e vittimista (che mi riesce malissimo di solito, perché, invece, ce l’ho strafottente) e lei cosa ti fa? Mi chiede gentilmente e sorridentissima: può scendere dal marciapiede per favore? Subito – le rispondo altrettanto sorridentissimo e senza accampare scuse. E vado. Al ritorno la rivedo che gesticola in mezzo ad un incrocio tentando, con un certo successo, di coordinare il flusso del traffico. Le passo davanti, mi riconosce, mi saluta sempre sorridente, nonostante il pulviscolo nero dello smog rischi di macchiarle i denti bianchissimi e le auto attorno a lei attentino pericolosamente alla sua incolumità. Ma è lunedì. Anzi, è un lunedì, quello seguente alla prima ondata di caldo pre-estivo. Forse è questo che mette di buon umore la gente, nonostante l’afa. Il pensiero delle vacanze imminenti, il mare, la montagna, il tempo libero, ma anche il traffico in autostrada, il pezzo di alberghi e ombrelloni, il mutuo acceso per l’affitto di un appartamenteo a tre chilometri dallla battigia, le spiaggie affollate, i bambini urlanti e il puzzo di creme abbronzanti e nauseanti. Stringiamo i denti ancora un po’ e si parte Ma è lunedì, è il 25 maggio e tra sette mesi è già Natale. Sarà per questo che sono tutti contenti?

Finalmente la civiltà è giunta anche nella mia città. I “diversamente abili” sono trattati alla stregua dei “non diversamente abili”, anche se non ho capito bene la differenza in cosa consista, perché tutti, in fondo, siamo abili diversamente, altrimenti i “non diversamente abili” sarebbero abili tutti uguali, un concetto difficile da immaginare, che neanche un “diversamente abile” fantasioso avebbe l’abilità di concepire, anche diversamente. Ma sono quegli eufemismi tanto di moda oggi che ci portano a definire nonudente un sordo, nonvedente un cieco, nondeambulante un paralitico, per cancellare la vergogna del disprezzo che si iniettava in queste parole un tempo, neppure troppo lontano, quando la malattia, la deformità, la bruttezza, erano sinonimo di peccato e connivenza col diavolo: sei gobbo, storpio, cieco, sordomuto, ti esprimi malamente a gesti, sei un mostro? Te lo meriti, pentiti e vedrai che nell’aldilà sarai premiato, dopo un paio di millenni di purgatorio. O pagando una discreta somma al vescovo di turno per l’indulgenza plenaria. Ma torniamo a noi. Allora provate ad immaginare una città con i semafori sonori. Ci riuscite? Certo che sì, in Europa ce ne sono tante da molti anni: arrivi al semaforo, che quando è verde a tuo favore comincia a suonare, quando diventa giallo la frequenza cambia e smette quando è rosso. Automaticamente. In questa città, invece, il semaforo sonoro è facoltativo. Come la fermata degli autobus e il pagamento delle tasse. Intanto non è diffuso su tutto il territorio comunale e perciò bisogna essere fortunati nell’incapparci. Giusto, un po’ di suspense rende l’esistenza più interessante. E poi, come si riconosce il semaforo sonoro da quello muto? O diversamente abile? Da una simpatica scatoletta verdes scuro avvitata sul palo che regge le luci, con su scritto: solo per nonvedenti, con l’immagine stilizzata di un uomo che si orienta con un bastone bianco. Capito? Vedo che cominciate ad illuminarvi. Eh sì, è questa la civiltà: un cieco in prossimità di un incrocio regolato da un semaforo, deve cominciare a “perquisire” il palo (prima lo deve trovare, ovviamente), per verificare se “detiene” la magica scatoletta con la scritta “per nonvedenti”, premere il tasto sottostante ed attendere che il semaforo risponda (sempre che non sia rotto) e accompagni l’attraversamento della strada con la sua allegra musichetta. Uno spasso.
La mia è la stessa città che ha finalmente avviato l’annuncio delle fermate della metropolitana nelle stazioni. Non tutte, per non indurre il passeggero alla distrazione. Una grande conquista tecnologica e di civiltà: peccato che spesso, in concomitanza con l’annuncio della stazione d’arrivo, si inserisca la comunicazione di servizio della metropolitana che utilizza lo stesso circuito, di fatto cancellando il primo. Basterebbe annunciare la fermata all’interno del treno invece che nella stazione, dove i passeggeri hanno già coscienza di dove si trovano. Anche nei mezzi di superficie annunciano le fermate, ma il volume è spesso troppo basso da essere percepibile e d’inverno, con i vetri appannati, non sempre è facile capire dove ci si trova. E quando non sono appannati, sui nuovi bus “verdi”, hanno applicato sui finestrini delle vetrofanie tanto grandi, da non consentire la visione esterna. Ma lo fanno per comunicare ai passanti quanto è ecologico l’autobus che li ha appena inondati d’acqua, passando sull’ eterna pozzanghera che allaga il bordostrada in prossimità del marciapiede. La mia città è un sogno. Di quelli che ti appaiono quando a cena mangi la peperonata.

Non mi dispiace il 9, anche se ho molti dubbi sul senso dei numeri e la loro influenza sulle vicende umane. Tuttavia ci sono intere biblioteche relative ai significati occulti contenuti nei simboli numerici di cui si può tenere conto oppure no. A me, francamente, colpisce la forma del 9, tondeggiante, quasi senza spigoli, ma aperta, non come quel furbacchione dell’8, col suo significato esteso, ma chiuso in sé stesso a ripetersi sempre la stessa cosa “oh come sono tondo, oh come sono bello, oh come sono perfetto, oh come sono infinito”, l’autoreferenzialità aritmetica. Il 9 è tutt’altro: ti dà una sensazione di benessere con al sua testa grossa e il corpo flessuoso. Se lo immagini di profilo, sembra un uomo seduto, rilassato, ma pronto ad ascoltare l’interlocutore, con il capo un po’ chinato volto ad incoraggiare il discorso. Per non parlare delle proprietà fisico-matematiche: multiplicità, potenze e radici quadrate, cubiche, pesi atomici, pregevolezze e difettività, anatemi e apotemi. Il 2009 nasce sotto buoni auspici, quindi. Come spiegarmi, allora, che la scorsa notte alle tre sono tornato a casa col servosterzo fuoriuso (per fortuna buona parte della circonvallazione esterna di Milano è costituita da vialoni pressoché dritti o con curve quasi impercettibili)? Come interpretare il fatto che l’inquilino sotto il mio appartamento aveva deciso da dare una “fiesta latina” a base di salsa e merengue durata ben oltre il lecito con volumi da concerto sulla spiaggia di Copacabana? Cosa intravedere nell’allagamento della camera da letto di mia madre dovuto alla rottura del termosifone dell’inquilino del piano di sopra? Quanto c’è di imperscrutabile nell’impossibilità di controllare la posta elettronica per un guasto del server che non mi consente di accedere alla mia casella in alcun modo? È solo il primo gennaio del 2009, ma ho come un vago pensiero che mi sta germogliando nell’ippocampo: se passassimo direttamente al 31 dicembre e cambiassimo decina? L’ottimismo dilaga nella pianura padana.