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E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

(John Steinbeck, Furore, 1939)

Siamo il popolo, la gente che sopravvive a tutto, nessuno può distruggerci, noi andiamo sempre avanti.

(Ma’ Joad, Furore, John Ford, 1940)

Il 21 febbraio avevo postato queste citazioni dopo avere rivisto il film di John Ford e avere scoperto che, nella edizione italiana, la frase citata da Ma’ Joad, pur essendo fortemente emblematica, chissà perché, era stata tagliata. Sono in vena di classici, ultimamente, forse perché il mio romanzo si è arenato in rilettura e sto cercando motivazioni. In questi ultimi due giorni ho sorbito (è il verbo esatto, a sorsi brevi e frequenti) Stabat Mater di Tiziano Scarpa e, al di là dell’argomento musicale che mi ha intrappolato, l’ho trovato alquanto deludente, nella sostanza e nella forma. Questione d’opinioni, naturalmente e di propaganda televisiva, dato che era stato parecchio “pompato” nei programmi di divulgazione letteraria (è Einaudi) e mi ero fatto convincere. M’aspettavo di più. Ora, I Karamazov dovranno aspettare, perché Tom Joad ha preso il sopravvento.

Sono padre! Ecco spiegata la nausea con cui mi sono svegliato ieri. Tutti a prendere in giro, a far battute, a scherzare e invece era vero. Una paternità inaspettata, ma voluta, capitata all’improvviso come una notizia piovuta dall’Ansa. In questo caso dalla Rete. Sono padre, d’accordo, ma non mi sono moltiplicato o riprodotto, o almeno, non che io sappia: se c’è un piccolo gcanc che zampetta in giro, lo fa a mia insaputa. Ad ogni modo, sono padre di una parola, l’ho adottata dopo avere saputo dell’iniziativa della società Dante Alighieri, volta alla difesa delle parole inusitate che rischiano l’oblìo. Non mi piace la locuzione “ai miei tempi”, né credo che una lingua debba restare immobile, altrimenti parleremmo e scriveremmo ancora come i fenici, ma ci sono molti modi di fare evolvere una lingua e quello in vigore è terrificante, non tanto per l‘uso di parole straniere, che hanno sempre contaminato l’italiano (pensiamo ai numerosissimi lemmi che derivano da arabo, spagnolo, francese, tedesco e inglese, persino nel dialetto), ma per la povertà del linguaggio, che ci rende poveri anche di pensiero. L’italiano è una delle più belle lingue del mondo, ha avuto un’evoluzione straordinaria e la sua ricchezza sta proprio nella varietà. Impoverendo la lingua, impoveriamo noi stessi e non ne abbiamo davvero bisogno. Perciò sono diventato padre adottivo di una parolina di uso non comune, me ne rendo conto, e, dato che tra gli impegni presi nell’atto di adozione ho assunto anche quello di usarla sempre appena possibile e diffonderla, ma so che non sarà cosa facile. Però mi piaceva il suono e il suo significato metaforico, quello che le ho voluto attribuire. La parola, il lemma, detto in linguaggio tecnico è: enarmonia. Capite bene che non è proprio un termine che si può inserire in un discorso normale:
“Ciao, come stai?”
“Bene, mi sento enarmonico, e tu?
“Sono andato in vacanza a Biella, ho fatto una passeggiata nei boschi per funghi, ma non ho trovato l’enarmonia che cercavo.”
Oppure:
“La situazione contingente impone misure enarmoniche che saranno contestate e provocheranno agitazioni. La CGIL ha proclamato uno sciopero in enarmonia con le altre sigle sindacali.”
Enarmonia, in effetti, nel sistema musicale temperato occidentale, è il rapporto tra due note, che pur appartenendo a scritture diverse, hanno la stessa altezza. In altre parole, si scrivono differentemente, ma suonano in ugual modo. È chiaro che il discorso in cui rientra l’enarmonia è prettamente tecnico e si esaurisce in fretta: si e do bemolle sono enarmonici, mi diesis e fa vivono un rapporto enarmonico, la bemolle e sol diesis coabitano in enarmonia e così via. Stop. Finito. Discorso chiuso. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, è bello che la stessa nota, lo stesso suono, la stessa vibrazione, lo steso concetto, possano essere chiamati in modi diversi. Sembra che parlino due lingue differenti, ma, in realtà, esprimono la stessa idea di altezza e di emozione. Per questo mi piace “enarmonia”: esprime ricchezza e unità, diversità e univocità, differenza e intesa. È come essere padre di due gemelle: enarmonia e ainomrane. Va be’, mi accontento di poco, ma di questi tempi non si può esagerare. Già essere padre è coraggioso: tra qualche anno saranno adolescenti e vorranno le chiavi di casa, torneranno tardissimo dopo essere uscite con cluster e dodecafonico, aver passato la serata al tritono e aver tracannato marzemino. A pensarci bene: ma chi me l’ha fatto fare?

Ad una conferenza su arte e scienza: l’artista dice di essersi ispirata alla scienza per realizzare la sua opera; lo scienziato annuisce e dice che l’arte spesso attinge al magazzino della scienza per ispirarsi. Tutto bello, ma avrei voluto fare una domanda, che mi è rimasta in gola, poiché non erano previste domande (forse perché quando sono previste nessuno ha il coraggio di farle): ma se la scienza è in cerca della legge definitiva, della regola ultima, che spieghi la natura dei fenomeni, che riveli finalmente e definitivamente i meccanismi intrinsechi di ciò che vediamo e percepiamo, insomma, se la scienza è in cerca di risposte, mentre l’arte fa domande e non sa fare altro, procede per rotture, delle regole, delle convenzioni, del “dato per scontato”, se l’arte è il più alto modo di porre dubbi e rappresentare un punto di vista che non è convenzionale e universalmente accettato, come fanno arte e scienza ad andare d’accordo? Cosa si raccontano la sera, la testa sul cuscino, prima di addormentarsi? Ecco, questo avrei voluto chiedere. Magari a braccio mi sarebbe venuta una domanda un po’ più breve e concisa, ma si sa che scrivendo ho la tendenza a dilungarmi e a precisare meglio, tuttavia non mi resta che tenermi il dubbio artistico e, al limite, proporlo ai lettori/viandanti che passano di qui.

C’è un nuovo nato in casa. Dato che mi sono impegnato a non moltiplicarmi biologicamente, ma il mio DNA, condiviso con mio fratello, si è trasmesso parte ai suoi figli – miei nipoti – parte devo aver lasciato in giro senza dar luogo a scissioni geometriche, parte finirà nel grande tutto/nulla dell’universo alla mia dipartita e quindi alla futura umanità tutta, ho pensato di riprodurmi ancora informaticamente. Al primo blog, What A Wonderful World, ormai abbandonato a se stesso come le sonde Voyager, è seguito l’erede bonsaisuicidi (quello che state consultando, casomai vi foste distratti), il quale vive vita parallela a distanza col cugino facebook (autarchicamente detto anche libro delle facce), il quale ha copulato incestuosamente con i link di bonsaisuicidi, generando il gruppo Silenziosa(mente) e dando vita al concorso omonimo. Sembrava finita, ma le circostanze della vita, qualche incontro fortuito, un po’ di incazzatura, riflessioni a mazzi, soprattutto di notte, quando il buio contribuisce a creare mostri, ecco che dal gruppo, dal blog, dal link e da me, in un’ammucchiata indegna e scandalosa, nasce un altro blog: si chiama Silenziosa(mente), come il romanzo, come il gruppo, come una delle più belle composizioni di Joe Zawinul (In A Silent Way), come vorrei che mutasse tante volte la realtà che mi circonda: “Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire” si diceva ne La Voce Della Luna. Sarà un luogo di lettura, scrittura, ascolto, visione, riflessione sulla musica, sulle musiche, sui musicisti. Possibilmente, facendo il minor rumore possibile, chiacchierando tranquillamente come si fa in un salotto, seduti su comodi cuscini, tazza di tè appoggiata sul tavolino basso e la casse che diffondono suoni. Come si ascoltava una volta la musica, con calma, relax, attenzione, concentrazione, godendone e non consumandola, perché le cose consumate, alla fine, si buttano. Se vi va, venitemi a trovare anche lì. Altrimenti accontentatevi dei vostri miseri, microscopici, ridicoli, antiestetici, consumistici mp3.

Lo so, è sempre la solita solfa: il profumo della carta, il polpastrello che sfiora la pagina e ne avverte la ruvidezza, l’increspatura, la patinatura della sovracoperta, le modanature della copertina cartonata, persino lo spessore dell’inchiostro (i più visionari o in preda a sostanze psicotrope), il disturbo della fascetta col numero di copie vendute (compresa quella che ho in mano? quindi non quelle vendute, ma quelle ordinate e ancora nei magazzini delle librerie?) e premi vinti, che finisce col fare da segnalibro o nella spazzatura, la nostalgia del tempo passato, la diffidenza del presente o il terrore del futuro. La morte del libro cartaceo è incombente, pugnalato alle spalle dal cugino elettronico in agguato on line: ce lo stanno ripetendo da qualche anno e alle conferenze – anche mie – cui ho presenziato, ho spesso riscontrato la contrarietà della maggior parte dei presenti nei confronti della più moderna e snella versione dell’invenzione di Guttemberg, rispetto a quella  ingombrante e tradizionale che riempie ancora gli scaffali. In effetti, a giudicare da quel che si vede in giro, non sembrerebbe di notare le migliaia di tablet nei parchi o in metropolitana, impugnati da letterofili avvinti dalle avventure dei personaggi di Dumas o Manzoni, Grisham o Cornwell, Roth o Roth (Joseph o Philip), Carofiglio o Mazzantini, Ammaniti o Biondillo. A parte gli sfaccendati che ammirano l’aria, analizzano il pulviscolo, radiografano le ragazze, gli altri sfogliano tomi russi da 1300 pagine che durano tutta l’estate, l’autunno e parte dell’inverno o fascicoletti in corpo 12 che resistono da Cordusio a Conciliazione (per i non milanesi si tratta di tre fermate di metropolitana, dieci minuti in tutto) o la free press rinvenuta negli appositi contenitori o abbandonata sui sedili. Qualche mese fa Amazon annunciava di avere venduto in due mesi più copie elettroniche che cartacee e tutti avevano già affisso i manifesti listati a lutto, in cui annunciavano la dipartita del loro caro (carissimo a volte, nel senso del prezzo) estinto, vittima assassinata del progresso. Ora, la stessa Amazon fa resuscitare il defunto, annunciando l’abbattimento di un bosco e la pubblicazione di due volumi stampati su cellulosa. Non ci è dato di sapere di cosa parlino i “lazzari”, magari della morte del libro elettronico, tuttavia il fatto è abbastanza curioso. Forse, le notizie che arrivano da Seattle risentono del clima di quello stato del Nordamerica e dovrebbero essere sbrinate, prima della pubblicazione da noi, oppure c’è qualcuno che specula, come in borsa, sugli annunci mortuari, che alla fine vengono regolarmente smentiti. Si dice che annunciare una morte fasulla allunghi la vita. Se è vero, il libro di carta durerà ancora mille anni.

Leggendo la storia dei fratelli Grimm, anni fa, scoprii che vi era una tradizione tra i popoli germanici e barbari in genere: quella di non scrivere le storie. I Celti, ad esempio, lo facevano per misteriosi motivi religiosi; altri per evitare che le storie, una volta scritte, fossero dimenticate. Sì, perché, potrà sembrare assurdo, ma la scrittura, pur tramandando la memoria, la relega alla pagina, consentendo alla nostra mente di liberarsene.
Questo mi ha fatto pensare ai nostri tempi internettiani. Quante volte ci è capitato di tentare di ricordare un nome, una data, un evento, anche solo una parola e abbiamo fatto ricorso ad un motore di ricerca? Le enciclopedie e i dizionari giacciono sempre più impolverati sugli scaffali delle nostre librerie, sostituiti dai loro parenti elettronici, così spesso imprecisi, pressapochisti, superficiali, per non dire, addirittura, scorretti. E la nostra memoria è sempre più libera dai ricordi, il nostro hard-disk personale è on-line, sul web, consultabile in rete.
Confesso che la cosa mi spaventa un po’. Forse sono troppo ansioso o ignorante e immagino cose impossibili, ma se un malaugurato giorno la rete andasse in tilt, tutto il nostro sapere, delegato al supporto informatico, dove andrebbe a finire? Se l’esercizio della memoria è così scarso, se decenni fa le enormi calcolatrici elettroniche da tasca, proibitissime quando andavo a scuola io, cominciarono ad inibire le nostre capacità di moltiplicare e dividere “a mente”, non ci staremmo trasformando tutti in poveri dementi senza ricordi?
D’accordo, sto esagerando e forse il demente sono io, che ricordo le facce, ma spesso non le associo ai nomi facendo figuracce, tuttavia ho appena letto uno studio pubblicato su Science, che si basa su esperimenti fatti attorno al pericolo di perdere la memoria per colpa della Rete. Guarda caso. Secondo questo studio della Columbia University di New York, la consapevolezza di avere a portata di click la conoscenza, la memoria, il sapere, sta diminuendo le capacità delle nuove generazioni di “ricordare”. La ricerca ha evidenziato come internet stia trasformando il modo di organizzare la nostra memoria. In altre parole, più che ricordare la nozione, le nuove generazioni tendono a memorizzare il sito su cui andarla a cercare, il metodo di ricerca, le parole chiave. A pensarci bene è quasi un concetto zen: è più importante il percorso della meta. Ma se metto Zen nel motore di ricerca quanti milioni di pagine escono. E poi: Zen cosa? Cosa? I Fratelli Grimm erano Celti? E Panoramix? Ma dove sono? E voi chi siete…