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Eppure…

È sottile, impalpabile e irrefrenabile come la sabbia nella clessidra, non si riesce neanche a parlarne tanto è fluida. Ti percorre, ti attraversa, la senti partire dalla pianta dei piedi e ti arriva di corsa fino ai capelli. È ancestrale, endemica, fisiologica, non ne puoi fare a meno, neppure se ti sforzi di negarla. La comprimi, la schiacci, ma è come l’acqua, ti schizza fuori tra le dita. Basta poco: un rumore sospetto, uno scricchiolio, uno scatto del micio, la finestra che sbatte, una moto che romba in strada, il coperchio del portatile che si muove solo perché stai scrivendo. E poi questa continua sensazione di ondeggio: oggi ero su una panchina al parco a leggere e mi pareva che si muovesse. Ho persino provato a muoverla io stesso, ma era saldamente avvitata al terreno e non si spostava di un millimetro. Mi sono nuovamente appoggiato allo schienale ed ecco di nuovo il movimento ondulatorio. Ma a chi raccontarlo? Per essere preso per paranoico o peggio? Non c’è niente come l’ossessione per diventare inaffidabile e sospetto. La gente comincia a guardarti strano e a evitarti. Già non sono un gioviale che da confidenza a tutti, ho scoperto recentemente che sono considerato un freddo (in senso positivo, credo), un razionale, che non si lascia coinvolgere facilmente e non cede alle lusinghe, ma anche difficile da identificare e catalogare. Se poi vado in giro a raccontare che sento di continuo la terra  ballare sotto i piedi e a letto di notte è come una gita in mare, è la volta che dalla categoria “indecifrabile” precipito in quella di “psicotico”. Eppure è solo paura.

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La terra trema, l’Italia barcolla assieme alle nostre certezze e speranze.
Senza tirare in ballo ipotesi catastrofiche precolombiane, a Milano è il terzo terremoto nel giro di cinque mesi che ci scuote in ogni senso. Se di giorno fa già un certo effetto destabilizzante, di notte lo smarrimento è totale e l’idea di uscire di casa al buio in pigiama non si rivela tra le priorità, almeno finché non diventa un’emergenza, ma, ripensandoci, a quel punto forse è già troppo tardi. Abitando al quarto piano, poi, ascensore e scale non sembrano i percorsi più sicuri e ci si chiede quale sia l’opzione meno rischiosa. Di restare a letto non se ne parla con l’armadio stagionale di fronte che potrebbe spalancarsi e riversarti addosso tutto il guardaroba estivo, invernale e di mezza stagione. Sotto il letto? Troppa polvere. E poi temo che le doghe non siano così robuste. Sotto il tavolo come Attila? È un’idea, anche se fa sentire un po’ ridicoli come in quei filmati amatoriali giapponesi, che mostrano stanze scosse all’inverosimile da sismi immani, con le suppellettili che crollano da mobili e scaffali e la gente che si rifugia sotto le scrivanie. Efficace, ma grottesco, anche perché non siamo in Giappone e i nostri edifici, per niente antisismici, crollano assieme alle suppellettili, non dopo.
Idea: mi metto al computer e verifico se alle quattro del mattino c’è qualcuno nelle mie stesse condizioni. Mi troveranno sepolto sotto le macerie in mezzo alle pagine di facebook. Infatti, di gente sveglia ce n’è, tutti arzilli e spiritosi, forse per esorcizzare lo spavento che si ripropone dopo pochi minuti, mentre si posta qualche battuta.
Ricomincia, dici, il pavimento ondeggia, ti alzi e ti appoggi al muro, lo senti solido e ti da conforto, ma i mobili rumoreggiano, scricchiolano, anche la tenuta del muro ha un limite, ma non sai qual è. Si apre da sola l’anta della vetrinetta e i bicchieri tintinnano, come in un brindisi. Cosa festeggiamo? Cosa ci auguriamo? Che finisca presto, subito, ora. Nessun segno ti assicura che sarà così. Non è come quando sei piccolo con il temporale. Terrificante, sì, ma sai che segue un percorso in crescendo, raggiunge un picco, un climax, poi lo senti allontanarsi e difficilmente tornerà. Il terremoto è imprevedibile, non ha orario, né codice di comportamento, è infido, vigliacco, ti assale alle spalle, mentre dormi, quando lavori, riposi, leggi, scrivi, mangi.
Non siamo abituati qui, ma, in fondo, dove ci si abitua?
È finita? Pare di sì, ma quando decidi che è andata anche stavolta senti un altro sussulto, dura un attimo, quanto basta per farti provare un ultimo brivido e mandarti di nuovo a letto con un incubo già confezionato, pronto per essere consumato.
Ora ogni vibrazione del letto è un brivido nella schiena. L’autosuggestione fa perfidi scherzi. Giù in strada si ferma un gruppo di persone che parlano e scherzano ad alta voce in una lingua sconosciuta. Accendono anche l’autoradio e sparano una musica assurda che nemmeno ricordo, ma mi fa ridere. Chissà se anche loro hanno sentito il terremoto? Ne staranno parlando? Sembrano allegri. Probabilmente ci ridono sopra, perché da loro sì che i terremoti sono forti, assieme a vulcani, uragani, alluvioni e maremoti. Qui la natura ha manifestazioni più discrete, civili, politicamente corrette e contenute. Ma la paura è la stessa. E mi addormento sulle portiere che sbattono e le auto che partono.

Sto scrivendo, ho la cuffia per sentire la registrazione dell’intervista, fuori c’è un bel sole che entra dalla finestra e illumina la stanza come solo d’inverno succede, con una luce calda e fresca. Provo una strana sensazione, come se la sedia si muovesse. Non è strano, vivo al quarto piano di una casa abbastanza mobile e quando un camion passa di sotto sulla strada sconnessa è normale che si muova il pavimento. Un momento! La strada non è più sconnessa dopo che il comune l’ha finalmente sistemata e poi non sento rumore di camion. La sensazione di movimento si accentua, dura a lungo e si accompagna al tic-tic dei pesciolini d’osso appesi al soffitto che battono tra loro sopra di me. Non c’è più dubbio: è il terremoto. Mi alzo che la casa trema ancora. Sono pochi secondi, una decina, ma il tempo è lentissimo e nessun segnale preannuncia la fine delle scosse. Non è la prima volta che “sento” il terremoto, ma non mi era mai capitato così intensamente e, starò invecchiando?, mai mi aveva preoccupato. Dove sto? Dove mi metto? Giro per la casa mentre gli ultimi tremori sfumano in dissolvenza nel rumore di fondo della città. È finita. Ma se ricominciasse, penso, cosa dovrei fare? Forse è il caso di uscire? Ma no, a Milano non si è mai sentito di un terremoto forte, per di più ripetuto. Mi vengono in mente le notizie lette in tanti anni di sciami sismici durati ore se non giorni. Mi chiedo cosa significhi essere tanto fortunati da vedersi crollare davanti agli occhi la propria casa. Mi guardo intorno ed è tutto a posto. Sulla strada la vita scorre normalmente, nessuna scena di panico. I gatti sono tesi, camminano lentamente con la pancia quasi a terra. L’hanno sentito, ma non in anticipo, perché fino a pochi minuti prima, correvano tra le mie cose sul tavolo per dispettosità innata, come fanno ogni mattina quando mi alzo e mi metto a lavorare. Ora mi è rimasta una curiosa sensazione alle gambe, come quando si scende a terra dopo una  gita in barca e pare di ondeggiare ancora un po’. La sensazione però non è solo alle gambe, ma anche allo stomaco e non è un bel segno. È paura. Sì, mi sono spaventato, non mi vergogno a dirlo, mi sono preso un bello spavento razionale, proprio per la consapevolezza di esser impotente rispetto ad un evento simile. Ora che l’ho scritto non sono sicuro di stare meglio, ma rileggere le proprie paure forse le rende meno spaventose,  dà loro una forma, una concretezza che si può guardare, toccare, modificare e probabilmente ridurre a qualcosa di controllabile. Si fa per dire.

24 dicembre, manca l’olio d’oliva e la passata di pomodoro, che nella mia cucina sono fondamentali. Decido di affrontare l’orda della vigilia e muovere verso il super. Avrei voluto alzarmi prima, ma ormai sono le 9,30 ed è fatta. Guardo la macchina, non la lavo da tre mesi, non piove mai, se passo vicino ad una centralina anti-inquinamento e rilascio un po’ delle polveri accumulate il sindaco fa chiudere la città al traffico per un anno. Decido di andare all’autolavaggio, con due euro me la cavo, le do una sciacquata e mi lavo anche un po’ di coscienza, visto che è un diesel euro3, razza maledetta di questi tempi. Giunto sul posto noto un po’ di fila: per forza, è sabato, la vigilia di natale, tutti si sono accorti di quanto è sporca l’auto e decidono di lavarla per fare bella figura coi parenti. Non è tutto: a parte i pervertiti, quelli che lavano l’auto con meticolosità psico-patologica, la insaponano, la risciacquano, la asciugano e la massaggiano come delle geishe thailandesi, ci sono gli impediti che infilano i gettoni nel verso sbagliato, li incastrano nella macchinetta, la bloccano e non sanno come fare, si guardano in giro imbarazzati  – in tutte le auto in attesa c’è qualcuno che scuote la testa come a dire “ma guarda che pirla” – per scovare un addetto, ma quello si deve essere imboscato e la fila si allunga. Basta, ho l’auto sporca e ma la tengo, alla faccia del sindaco, dei parenti e di tutti quelli che quando passerò si volteranno a dire “ma guarda quello con che auto va in giro”. Mi dirigo verso il super e fermo al semaforo vengo adocchiato dal solito lavavetri armato di spazzolone. Avanzo di un paio di metri e gli faccio segno con la mano che non ho bisogno. Non ho bisogno???? Stavo per dare due euro ad una stupida macchinetta automatica, senza nemmeno conoscerne il proprietario, per lavare la macchina con le mie mani e rifiuto 50 centesimi ad un ragazzo, un essere umano che sta in mezzo alla strada, respirando le peggio cose, imbacuccato in sciarpe e maglioni visto il freddo che fa, che mi avrebbe almeno lavato il parabrezza per vederci un po’ meglio e mi avrebbe pure detto grazie e buon natale? Ma sono scemo? No, sono un coglione, ci sono voluti solo dieci secondi per rendermene conto, troppi, comunque, perché il semaforo verde è scattato, il ragazzo si è già allontanato e le macchine dietro pretendono giustamente di attraversare l’incrocio. Naturalmente al super si è riunito tutto l’universo e per comprare due cose mi tocca fare una coda biblica, che quella nella valle di Giosafatte al confronto sembrerà la fila davanti al cinema dove proiettano l’ultimo film di Kiarostami. Facciamo cose insensate, senza pensarci, solo per abitudine, pessima abitudine. Abbiamo delegato il pensiero all’istinto, viviamo di impulsi, agiamo compulsivamente. Forse anche perdere mezz’ora a scrivere queste righe è un’azione compulsiva, non sarà molto utile, ma almeno mi ha dato modo di rifletterci su. Ve le lascio, se avete cinque minuti da perdere.

Il fatto stesso di presentare una petizione a favore dei gatti presso un’istituzione che si chiama BundesRat, in un Paese che ha come simbolo il formaggio – notoriamente una ghiottoneria per i topi – non depone a favore dei felini. E, infatti, le già scarse speranze, si sono infrante contro il muro politico-burocratico rappresentato dal Consiglio Federale Elvetico, il BundesRat appunto, che ha respinto l’istanza. Nella civilissima Svizzera, che ha inventato le banche più sicure del mondo, dove depositano i loro risparmi gli uomini peggiori del mondo, che produce un ottimo cioccolato, alleva bellissime mucche e dove la benzina costa meno del gasolio, se vedete un gatto passeggiare tranquillamente sul bordo della strada, in un campo, nel vostro giardino o in quello del vicino, potete sparargli (al gatto, non al vicino). Ebbene sì, contro il vagabondaggio felino è stata presa questa misura e, nonostante le proteste e la raccolta di quasi quattordicimila firme – che per l’Elvezia è un numero consistente – cacciatori professionisti e dilettanti potranno fare il tiro a segno usando come bersaglio i nostri amici pelosi. Se le ragioni di questo “sfoltimento” della specie possono essere comprensibili – i randagi sono pericolosi per uccelli, lepri e rettili (???) – è incomprensibile il metodo, anche perché, a distanza, come si riconosce un “errante” da un domestico, che sta semplicemente tornando a casa dopo un giretto un campagna? E poi, come fa l’archibugiere ad essere sicuro di avere centrato il micio e non il signor Spelagatti Giacomo, impiegato alle ferrovie svizzere, suo dirimpettaio, che stava potando la siepe? Sarà anche stato un vicino noioso e antipatico, ma non per questo passibile di fucilazione? C’è di più: lo sparafucile in questione dev’essere una specie di Buffalo Bill per riuscire, con un colpo solo, a far fuori un bersaglio piccolo e svelto come un gatto e, infatti, sono numerosi i casi di mici soltanto feriti, che vagano per giorni sanguinanti e sofferenti, grazie ad una barbarie legalizzata. È chiaro che, se per caso dovessi soggiornare in Svizzera e i miei gatti venissero soltanto sfiorati da un proiettile, la Confederazione Elvetica smetterebbe di essere il Paese neutrale per antonomasia. Ancora: una delle ragioni della necessità di sfoltimento della specie è che, da «erranti», i mici si accoppiano con gatti molto più selvatici di loro, minacciando così, con possibili malattie, la sopravvivenza stessa della specie domestica. Ora, non si deve pensare ai gatti in termini umani, ma il pensiero corre ugualmente alle abitudini sessuali, gratuite o a pagamento, della nostra specie: c’è chi, a tutt’oggi, crede di poter dettare legge in questo senso decretando obblighi, costrizioni, punizioni, penitenze e dannazioni. Ancora non si è arrivati alla pubblica esecuzione, ma prossimamente?

Lo so, è sempre la solita solfa: il profumo della carta, il polpastrello che sfiora la pagina e ne avverte la ruvidezza, l’increspatura, la patinatura della sovracoperta, le modanature della copertina cartonata, persino lo spessore dell’inchiostro (i più visionari o in preda a sostanze psicotrope), il disturbo della fascetta col numero di copie vendute (compresa quella che ho in mano? quindi non quelle vendute, ma quelle ordinate e ancora nei magazzini delle librerie?) e premi vinti, che finisce col fare da segnalibro o nella spazzatura, la nostalgia del tempo passato, la diffidenza del presente o il terrore del futuro. La morte del libro cartaceo è incombente, pugnalato alle spalle dal cugino elettronico in agguato on line: ce lo stanno ripetendo da qualche anno e alle conferenze – anche mie – cui ho presenziato, ho spesso riscontrato la contrarietà della maggior parte dei presenti nei confronti della più moderna e snella versione dell’invenzione di Guttemberg, rispetto a quella  ingombrante e tradizionale che riempie ancora gli scaffali. In effetti, a giudicare da quel che si vede in giro, non sembrerebbe di notare le migliaia di tablet nei parchi o in metropolitana, impugnati da letterofili avvinti dalle avventure dei personaggi di Dumas o Manzoni, Grisham o Cornwell, Roth o Roth (Joseph o Philip), Carofiglio o Mazzantini, Ammaniti o Biondillo. A parte gli sfaccendati che ammirano l’aria, analizzano il pulviscolo, radiografano le ragazze, gli altri sfogliano tomi russi da 1300 pagine che durano tutta l’estate, l’autunno e parte dell’inverno o fascicoletti in corpo 12 che resistono da Cordusio a Conciliazione (per i non milanesi si tratta di tre fermate di metropolitana, dieci minuti in tutto) o la free press rinvenuta negli appositi contenitori o abbandonata sui sedili. Qualche mese fa Amazon annunciava di avere venduto in due mesi più copie elettroniche che cartacee e tutti avevano già affisso i manifesti listati a lutto, in cui annunciavano la dipartita del loro caro (carissimo a volte, nel senso del prezzo) estinto, vittima assassinata del progresso. Ora, la stessa Amazon fa resuscitare il defunto, annunciando l’abbattimento di un bosco e la pubblicazione di due volumi stampati su cellulosa. Non ci è dato di sapere di cosa parlino i “lazzari”, magari della morte del libro elettronico, tuttavia il fatto è abbastanza curioso. Forse, le notizie che arrivano da Seattle risentono del clima di quello stato del Nordamerica e dovrebbero essere sbrinate, prima della pubblicazione da noi, oppure c’è qualcuno che specula, come in borsa, sugli annunci mortuari, che alla fine vengono regolarmente smentiti. Si dice che annunciare una morte fasulla allunghi la vita. Se è vero, il libro di carta durerà ancora mille anni.