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Piove da giorni e non accenna a smettere. Forse giovedì, ma c’è poco da fidarsi. Chi afferma che dalla terra veniamo e alla terra torneremo non sa quel che dice. Dimentica il fango. È dall’acqua che veniamo e all’acqua saremo ricondotti. La nostra salvezza sono gli idraulici, a loro dovremo confessarci nella Valle di Giosafatte. Un nuovo culto si affaccia dalle pozzanghere: Nostro Signore degli Spurghi, salvaci dal liquame che cresce, la falda acquifera che sale, il fiume che esonda, il lago che tracima, lo scolmatore che non scolma, il box che si allaga e la cantina che diventa piscina. Promettiamo di essere tutti più buoni, non sprecare il prezioso liquido, fare il bagno (pardon, la doccia) una volta ogni due settimane, non usare lo sciacquone più di una volta al giorno e non intasare le canne e i sifoni con rifiuti non idonei.

P.S.: mi ha sentito, ha mandato un tuono di assenso. O è un segnale di rifiuto?

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Finalmente la civiltà è giunta anche nella mia città. I “diversamente abili” sono trattati alla stregua dei “non diversamente abili”, anche se non ho capito bene la differenza in cosa consista, perché tutti, in fondo, siamo abili diversamente, altrimenti i “non diversamente abili” sarebbero abili tutti uguali, un concetto difficile da immaginare, che neanche un “diversamente abile” fantasioso avebbe l’abilità di concepire, anche diversamente. Ma sono quegli eufemismi tanto di moda oggi che ci portano a definire nonudente un sordo, nonvedente un cieco, nondeambulante un paralitico, per cancellare la vergogna del disprezzo che si iniettava in queste parole un tempo, neppure troppo lontano, quando la malattia, la deformità, la bruttezza, erano sinonimo di peccato e connivenza col diavolo: sei gobbo, storpio, cieco, sordomuto, ti esprimi malamente a gesti, sei un mostro? Te lo meriti, pentiti e vedrai che nell’aldilà sarai premiato, dopo un paio di millenni di purgatorio. O pagando una discreta somma al vescovo di turno per l’indulgenza plenaria. Ma torniamo a noi. Allora provate ad immaginare una città con i semafori sonori. Ci riuscite? Certo che sì, in Europa ce ne sono tante da molti anni: arrivi al semaforo, che quando è verde a tuo favore comincia a suonare, quando diventa giallo la frequenza cambia e smette quando è rosso. Automaticamente. In questa città, invece, il semaforo sonoro è facoltativo. Come la fermata degli autobus e il pagamento delle tasse. Intanto non è diffuso su tutto il territorio comunale e perciò bisogna essere fortunati nell’incapparci. Giusto, un po’ di suspense rende l’esistenza più interessante. E poi, come si riconosce il semaforo sonoro da quello muto? O diversamente abile? Da una simpatica scatoletta verdes scuro avvitata sul palo che regge le luci, con su scritto: solo per nonvedenti, con l’immagine stilizzata di un uomo che si orienta con un bastone bianco. Capito? Vedo che cominciate ad illuminarvi. Eh sì, è questa la civiltà: un cieco in prossimità di un incrocio regolato da un semaforo, deve cominciare a “perquisire” il palo (prima lo deve trovare, ovviamente), per verificare se “detiene” la magica scatoletta con la scritta “per nonvedenti”, premere il tasto sottostante ed attendere che il semaforo risponda (sempre che non sia rotto) e accompagni l’attraversamento della strada con la sua allegra musichetta. Uno spasso.
La mia è la stessa città che ha finalmente avviato l’annuncio delle fermate della metropolitana nelle stazioni. Non tutte, per non indurre il passeggero alla distrazione. Una grande conquista tecnologica e di civiltà: peccato che spesso, in concomitanza con l’annuncio della stazione d’arrivo, si inserisca la comunicazione di servizio della metropolitana che utilizza lo stesso circuito, di fatto cancellando il primo. Basterebbe annunciare la fermata all’interno del treno invece che nella stazione, dove i passeggeri hanno già coscienza di dove si trovano. Anche nei mezzi di superficie annunciano le fermate, ma il volume è spesso troppo basso da essere percepibile e d’inverno, con i vetri appannati, non sempre è facile capire dove ci si trova. E quando non sono appannati, sui nuovi bus “verdi”, hanno applicato sui finestrini delle vetrofanie tanto grandi, da non consentire la visione esterna. Ma lo fanno per comunicare ai passanti quanto è ecologico l’autobus che li ha appena inondati d’acqua, passando sull’ eterna pozzanghera che allaga il bordostrada in prossimità del marciapiede. La mia città è un sogno. Di quelli che ti appaiono quando a cena mangi la peperonata.

blinky.gifQuando sento i nostri amministratori locali che vogliono ripristinare le vie d’acqua e far tornare Milano quella che era un tempo, con i navigli e i fiumi che sono stati in gran parte coperti, penso che non sappiano cosa dicono e non capiscano come hanno ridotto questa città. Basta girare quando piove: c’è un lungo fiume che gira attorno alla città e si chiama Circonvallazione Esterna, costantemente allagata e tanti piccoli fiumiciattoli che corrono verso il centro e sono centinaia. Lo sanno soprattutto i pedoni, costantemente inondati dalle auto di passaggio e con i piedi a mollo ogni volta che scendono dal marciapiede. Altro che città d’acqua, siamo un città nell’acqua. Anzi, se va avanti così l’Acquario Civico, che ha appena festeggiato il centesimo compleanno (auguri), potrà cominciare a fare studi sulla fauna ittica di viale Umbria (più a sud e tropicale) e metterla a confronto con quella di viale Jenner (pù nordica), analizzare le alghe di via Palestro e la barriera corallina che si estende lungo la Barona, le migrazioni in banchi dei tonni da via Sammartini a via Spadari e organizzare cacce al pescespada al Parco Solari. Mi direte: la pioggia che scende è acqua dolce, mentre le specie che hai citato sono d’acqua salata. È vero, ma avete mai assaggiato la pioggia filtrata dalla cappa di smog milanese? Volete che non nasca qualcosa di mutante in quel liquame?