Premessa: questa non vuole essere una recensione, che necessiterebbe di una dettagliata disamina della storia e dello stile, ma una serie di impressioni che mi ha lasciato il libro.

Nonostante la febbre ho portato a termine senza troppo fatica la lettura di 1Q84, l’ultimo romanzo di Haruki Murakami (scritto nella sequenza occidentale nome e cognome) e non mi è sembrato il suo capolavoro, come molti pare abbiano già detto e scritto. Se si è lettori dell’autore giapponese si è anche abituati ad enigmi irrisolti, personaggi fuori dagli schemi, passaggi repentini dalla realtà alla fantasia o, più spesso, fantasie che diventano inequivocabilmente realtà, dettagliate ossessioni, visioni oniriche e così via. Una cosa che mi ha sempre colpito della sua scrittura — il primo libro che ho letto è stato Kafka Sulla Spiaggia e mi ha stregato — è l’essenzialità, la mancanza di orpelli inutili, la scelta precisa delle parole che dessero il giusto significato al concetto, all’immagine, allo scenario. E le metafore, molte, giuste, incisive, equilibrate, evocative, tante di carattere musicale. Ora, in 1Q84, tutto questo non l’ho ritrovato, o, più correttamente, l’ho ritrovato solo in parte, tanto che, mentre lo leggevo, mi chiedevo se fosse stato tradotto male (si sa, la colpa è prima di tutto del traduttore traditore) e, invece, ho verificato trattarsi dello stesso traduttore di Kafka e Norwegian Wood: Giorgio Amitrano. A parte la storia, visionaria e affascinante come sempre, anche se troppo favolistica rispetto ad altre come L’Uccello Che Girava Le Viti Del Mondo o Afterdark, mi sembra di avere colto nella narrazione di Murakami qualche barocchismo di troppo, iperboli fuori luogo, ripetizioni/ossessioni fin troppo insistite. Insomma, mi è parso un Murakami diverso dal solito, più concentrato su un’elaborazione stilistica e formale, che sostanziale, come se avesse voluto accontentare i suoi lettori affamati di metafore orientali fatte di mare spumoso, isole nebbiose, brume che si alzano da pianure desolate e gelide, germogli che sbucano dalla terra smossa. Purtroppo, avrei dovuto prendermi degli appunti durante la lettura, ma non pensavo di avere voglia di scriverne una recensione e, francamente, al momento non ho intenzione di scorrere di nuovo le oltre 700 pagine per sottolineare  passaggi che non mi hanno convinto, anche se ce ne sono parecchi. Con ciò, Murakami resta uno dei miei scrittori preferiti e maestro della narrazione, proprio per quel suo essere fuori dai canoni, anche se, questa volta, ha voluto essere troppo se stesso, si è replicato, come se fosse nato da una Crisalide d’Aria nell’anno 1Q84. Tra l’altro la storia non termina in questa edzione pubblicata da Einaudi, ma c’è un seguito in uscita in Italia nel prossimo ottobre, a quanto pare. C’è da chiedersi perché non abbiano pubblicato tutta la storia in un volume unico, come avevano già fatto in Giappone?

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