Category: Teatro


bdf14La notte scorsa ci ha lasciato Bruno de Filippi. Aveva 80 anni.
La sua armonica cromatica la potete sentire in centinaia di dischi italiani, dagli anni 70 in poi, a cominciare da quelli di Mina, quando ancora la Tigre si esibiva in pubblico. È la stessa armonica che introduce Je so’ pazzo del primo Pino Daniele. La sua fortuna fu Tintarella di Luna, composta assieme a Franco Migliacci nel 1959 per i Campioni, il gruppo in cui militava come chitarrista, poi ripresa da Mina, che la trasformò in una hit stellare. Ma la carriera di Bruno de Filippi spaziò dalla musica leggera al jazz internazionale, con collaborazioni del calibro di Toquiño, Rossana Casale, Dalida, Adriano Celentano, Enzo Jannacci, Angelo Branduardi, Caterina Valente, Gino Paoli, Johnny Dorelli, Ornella Vanoni, Articolo 31, Louis Armstrong, Bud Shank, Barney Kessel, Lee Konitz, Toots Thielemans, Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Les Paul, Tullio De Piscopo, Enrico Intra, Franco Cerri, Guido Manusardi, Dino Betti, Renato Sellani, Laura Fedele, e decine e decine d’altri.
La sua discografia personale inizia con Energetic Line del 1978, registrato con l’amico organista Gigi Marson. Segue Harmonica del 1986 e il bellissimo Portrait in Black and White del 1989. Successivamente altre belle prove, come Different Moods, In New York col Don Friedman trio,  col quale incise anche You and The Night and The Music, Lili Marlene, You My Love, il malinconico omaggio all’amatissima moglie Mimi, appena scomparsa,  I love Paris, dedicato alla Ville Lumière,  Senti che Lune, col fisarmonicista Gianni Coscia e, ancora con Friedman, Alone Together.
Dagli anni ’90 comincia a girare il mondo e a farsi conoscere ovunque come jazzista, dagli USA al Giappone, trovando sempre un pubblico caloroso che lo accoglie come una star.
Il mio primo ricordo personale risale alla fine degli anni 80, quando lo invitai in radio per parlare del suo disco appena uscito, Portrait In Black and White. Poi il rapporto si prolungò in occasione di una lunga serie di trasmissioni dal titolo Brava Mina, che condussi sfruttando le conoscenze e l’aneddotica di Bruno e le passioni di due fan come Piera Pasotto e Marco Castiglioni, che mi fornirono materiale prezioso e rarissimo.
Ogni tanto ci si trovava a qualche concerto. L’ultima volta credo di averlo incontrato al BlueNote l’anno scorso e sicuramente l’ho visto suonare sul palco del Dal Verme in occasione degli ottant’anni di Peppino Principe.
Basso di statura, sempre elegante, non so se fosse una coincidenza, ma da quando aveva perso la moglie mi capitava spesso di vederlo vestito di bianco.
Bruno de Filippi non era solo un piccolo grande musicista, ottimo armonicista e brillante chitarrista, ma anche una brava persona, un uomo buono, ironico, simpatico.
Ci mancherà.


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grazie a offender

logoSu questo blog non ho quasi mai parlato della mia attività radiofonica a Radio Meneghina, che, fino a pochi giorni fa, è stata quella che più mi ha impegnato per quasi trent’anni. Domenica è terminata, spero temporaneamente, per molti motivi di carattere professionale e privato.
Non piacendomi  lunghi addii, ho annunciato la mia partenza solo negli ultimissimi giorni, dando comunque adito, mio malgrado, ad attestazioni di affetto, simpatia e stima in molti casi imbarazzanti.

Tuttavia, immagino che in tanti non abbiano avuto la notizia che a cose fatte. Non potendo spiegare ad ognuno di loro come sono andate le cose e sapendo che le notizie, percorrendo strade accidentate, si ammaccano, si stortano, si modificano, mutano, ho creduto opportuno mettere il mio commiato di domenica 13 dicembre in rete, in modo che, chi possegga un collegameno internet e dieci minuti da perdere, possa capire cosa è significato per me porre fine a ventotto anni di vita professionale e non solo. I nomi sono quelli di chi ho incontrato e con i quali ho collaborato a lungo e piacevolmente. Esiste anche anche la versione audio, ovviamente, un poco più ricca, ma quella è di proprietà della radio e, se vorranno, potranno metterla in onda di nuovo quando vorranno.

Siamo veramente ai titoli di coda di questo film lungo 28 anni. 28 anni lunghi e avventurosi. sono più di metà della mia vita trascorsa sino ad ora, che ho passato in gran parte qui, sabati e domeniche e festivi e natale e capodanno e pasqua e ferragosto compresi, come tutti sanno e come sanno anche gli ex colleghi che si sono alternati a quest microfoni e facevano i miei stessi turni. 28 anni di lavoro, di crescita, di divertimento, di incazzature, di discussioni, di conoscenza, di incontri interessanti, proficui, utili, inutili, di ogni genere. 28 anni di amicizia e vicinanza con tante persone: a cominciare da direttore e fondatore della radio, TB, col quale il rapporto è stato subito speciale, non so bene perché, ma forse aveva visto nel sottoscritto meriti e qualità che nemmeno io pensavo di avere. Un direttore che ha cercato di indirizzarmi verso un senso del lavoro che, confesso, all’inizio non è che mi andasse a genio. Avevo 19 20 anni all’epoca, abituato al mondo scolastico e uno spirito che respingeva un tantino l’autorità, aspetto che peraltro un po’ è rimasto, ma che si esprime in diverse forme, in qualche modo meno autolesionistiche. In realtà, come al solito, aveva ragione lui, ma l’ho capito solo col tempo e non senza difficoltà, problemi, contrasti, frizioni – ognuno ha il suo carattere e non sempre è compatibile con quello altrui – e devo dire che ripensandoci, a distanza di tanto tempo, fossi stato al suo posto mi sarei mandato a quel paese diverse volte, cosa che lui non ha fatto. Ci sono state diverse scosse di assestamento, ma alla fine, penso, ci siamo intesi. Mi ha dato la responsabilità dei notiziari del mattino, la rassegna stampa, il filo diretto quotidiano con gli ascoltatori, non è roba da poco. La cosa strana è che non mi ha insegnato quasi nulla direttamente, ma è bastato seguirlo e cercare d fare come faceva lui. Tanto bastava e credo sia bastato per farmi arrivare fino a qui.

Dei colleghi, dei conduttori quotidiani come me vorrei citarne due: Rino Mangano, che nei primi mesi mi ha guidato alla conoscenza della radio, del modo di parlare, condurre, usare mixer e altri macchinari, sempre con pazienza, comprensione, divertimento. Ero semianalfabeta di radio nel 1981 quando sono arrivato e lui mi ha insegnato l’ABC. Una cosa che non sono mai riuscito a fare era condurre come faceva lui, sempre allegro, riusciva dire delle cose pazzesche, a divertire la gente in un modo che era soltanto suo. Era rarissimo vedere Rino arrabbiato o nervoso, per tirarlo fuori dai gangheri dovevi lavorarci su mesi e non eri nemmeno sicuro di riuscirci. Qualcuno, però, ci è riuscito. Abbiamo lavorato anni assieme, di pomeriggio soprattutto, ma anche di sera quando i turni arrivavano sino a mezzanotte. Ne abbiamo fatte di tutti i colori. Una cosa che non abbiamo mai fatto assieme è suonare. ma chissà, un giorno magari. Un’altra cosa che non ricordo di avere fatto con Rino è litigare, anche se un paio di volte siamo arrivati al bordo di una discussione, credo, ma subito smorzata.

L’ altro collega è Marco Bergonti. Anche con Marco c’è stato un rapporto speciale, iniziato quando a metà anni 80 è tornato a lavorare in Radio dopo un periodo di assenza. Con lui l’intesa è partita diversamente, anche se non ricordo esattamente come. Fatto sta che ci siamo trovati a condurre un programma assieme il sabato pomeriggio, complice il pittore Elio Borgonovo. Con lui parlavamo di canzoni e ne citò una, Amor di Pastorello, raccontandoci che si trattava di una delle canzoni pù cretine che avesse mai sentito. La andammo a prendere, la ascoltammo ed effettivamente una canzone così cretina era dfficile da trovare. E invece ne trovammo molte. In realtà noi eravamo più cretini delle canzoni che commentavamo in un programma che si chiamava Crazy Old, di cui, ripensandoci, mi vergogno anche un po’, perché prendevamo in giro degli autori che facevano dignitosamente il loro lavoro, ma per noi rappresentavano l’oggetto del dileggio. Tra l’altro, ad un certo punto ci fu compice Rino, che registrava in modo orribile delle canzoni moderne e noi facevamo passare per l’ospite ogni volta con un nome diverso: Remo la Barca, Guido la Vespa e altri appellativi improbabili inventati quasi sempre da Marco. Seguirono altri programmi non meno assurdi, come 45’ della Nostra Storia e altri completamente improvvisati, tappabuchi realizzati all’impronta, sino all’ultimo L’isola, uno sceneggiato quasi a braccio, nel senso che avevamo un canovaccio su cui improvvisavamo. Due naufraghi in un’ isola semideserta con animali strani, i cannibali che volevano pasteggiare con noi eccetera. Poi Marco cambiò mestiere, infine se ne andò, in tutti i sensi. L’ultimo ricordo che ho di marco è seduto sul letto del San Carlo, che ride, come al solito.

Con Osvaldo Perelli, invece, ricordo benissimo come cominciò. Con una foca. Era l’epoca di Ambrogio Fogar e del suo tentativo di attraversare l’artide a piedi, poi con l’aiuto di un aereo per via di non ricordo cosa. In una trasmissione in cui OP parlava di questo episodio, scherzandoci su, io ebbi l’idea di imitare una foca, per fare ambiente del polo nord. Da lì partì una collaborazione che si è conclusa solo un due tre anni fa con l’ultima stagione dei Fusibili, l’ultimo di una lunghissima serie di cicli di trasmissioni, ad ogni ora del giorno e della notte: dal mattino, alle 8 – se Isaac Asimov scriveva le Cronache della Galassia noi avevamo le Cronache dal Gasometro – al pomeriggio con i suoi numerosi varietà, con Laura Olivares spesso, alla sera con Non c’è pace tra i giulivi con Giada De Gioia, e poi con Si stava Meglio Domani, ancora con Marco Bergonti. C’erano delle volte che ci bloccavamo in diretta, non sapevamo come andare avanti da tanto ridevamo. Bei tempi.

Di conduttori a cui sono/ero affezionato ce ne sono tanti: da Giovanna Ferrante, una collega e amica sempre piacevole, disponibile, colta, comprensiva e collaborativa al Prof. Pier Gildo Bianchi, serio, autorevole, autoironico, da Mario Censabella, presidente dell’Unione Italiana Ciechi di Milano, un’altra sagoma ad Alberto Lorenzi, finissimo umorista, da Carletto Colombo e Piero Mazzarella, due giganti del teatro, a Bruno Zocchi, col quale ho lavorato anche in palcoscenico, da Laura Olivares, con la sua simpatia, le sue risate e i suoi imbarazzi, a, naturalmente, Ada Lauzi, con la quale ho passato ore di puro divertimento, ma anche di cultura, perché è una vera sagoma, un’attrice comica nata, oltre che una bravissima poetessa e un’ottima traduttrice in milanese. Ezio Soffientini, col quale ho fatto innumerevoli stagioni di Tra ‘l Gnacch e’l Petacch, Lucillo Pitton con Ugole A 18K, conduttore austero enciclopedico per quanto riguarda la lirica e decisamente poco serio, dispettoso e burlone a microfoni spenti. E come dimenticare Giuliana Zerbini, timidissima all’inizio, col terrore del microfono, ma con la voglia, comunque di provare a farcela. E ce l’ha fatta, ha condotti tanti programi tra turismo e cronaca e poi è stata vittima anche lei della sindrome di OP, che l’ha coinvolta nelle sue e nostre mattane, col trio ZeCaPe, compresi i giochi della domenica e le notti di Capodanno. Il dott. Piero Bianchi, veterinario, che mi ha fatto venire voglia di gatti, e tanti altri. Chiedo scusa a chi non cito, ma starei qui per ore.

Un altro nome mi viene in mente, quello di Marco Cremonesi, un bravo giornalista, un ottimo collega, adesso al Corriere, ma che era bravissimo anche alla radio.

Quando Marco Bergonti se ne andò da RM, cominciai a occupare quasi ogni giorno il turno del mattino e a condurre il programma delle 8, quello con le telefonate. Era il 91-92, più o meno. Da lì non mi sono più schiodato. Il Direttore diceva che era il programma più importante della giornata, perché rappresentava il collegamento più diretto con gli ascoltatori. Io non ci credetti subito, ma, naturalmente aveva ragione lui, e mi ci sono affezionato e l’ho difeso da chi diceva che non serviva, che alla fine era inutile, perché si sentivano frequentemente le stesse voci, e i pareri non contavano, e che telefonavano persone “da poco”, le donnette, come a qualcuno piace chiamarle. A parte che chiamare donnetta un tipo come la Silvana è un azzardo che si può pagare col sangue, a me le “donnette” piacciono, perché rappresentano la gente che spesso e volentieri gli altri non ascoltano. O forse non ascoltavano, perché adesso lo fanno anche gli altri, comprese le televisioni. Con due differenze: noi cerchiamo di non tagliare sbrigativamente le telefonate di chi per molti motivi ha qualche difficoltà ad esprimere un concetto, per di più al telefono e in pubblico; secondo, non cavalchiamo le eventuali proteste o i sentimenti della gente per fini politici e utilitaristici, ma solo per fare vera informazione. Questo non significa che siamo una segreteria telefonica dove ognuno può lasciare il suo messaggio-sfogo e dire quel che vuole, ma, nel limite del lecito e del decente, se ne parla assieme, si litiga anche, ma tutti hanno la parola, tutti tranne uno, che, razzista e nazista esplicito, ho bandito dalla trasmissione dopo una sua battuta che non faceva ridere sugli ebrei e su Rita Levi Montalcini, in particolare. Quando mi ha chiesto perché non lo facevo più parlare gliel’ho detto, se ne è lamentato un po’, ma poi ha capito e non si è fatto più sentire. Una sera l’ho sentito alla RAI e l’hanno mandato subito sulla forca.Tutti gi altri parlano, anche quelli che mi sono antipatici, anche quelli a cui sono antipatico, ma, chissà perché, chiamano lo stesso, o ascoltano, o seguono, o commentano eccetera.

Solo che tutto finisce, anche i programmi radiofonici hanno i titoli di coda e questi sono i miei. Tre giorni fa ve li ho mostrati in anticipo, perché era da qualche giorno che la notizia della mia partenza girava, qualcuno dei conduttori già lo sapeva, ma ho preferito dirvelo di persona, piuttosto che lo sapeste da altre voci, magari in maniera sbagliata e distorta. Qualcuno si chiederà perché. Perché, come dicevo, tutto ha una fine, anche 28 anni di lavoro, di storia, di vita sono tanti, e visto che ho quasi 48 anni e ancora voglia di fare delle cose, ho deciso che ne farò di diverse, perché là fuori c’è un sacco di roba da fare , che aspetta solo di essere fatta. Non è detto che l’esperienza radiofonica per me si chiuda oggi, spero di vivere ancora a lungo e avere altre occasioni di questo genere, ma non ora. Può darsi che in futuro ci si incontri ancora su qualche frequenza, ma non ora. Sarà più facile che mi leggiate da qualche parte, come del resto càpita da almeno vent’anni su alcune riviste specializzate. Esiste la rete e pure lì sarò presente, come succede da cinque anni. È grazie alla rete che ho pubblicato il mio primo libro, che per il momento è l’unico, ma non ho perso le speranze.

Perciò, tirando le somme e soppesando pro e contro è stato un piacere, mi mancherà tutto questo, ne sono sicuro, ma anche no, nel senso che non ho ancora l’Alzheimer, arriverà prima o poi e quindi con me per adesso porto il ricordo di questi 28 anni. Non mi mancherà il piacere della sveglia che suona ogni giorno alle 6, quello no, ma tutto il resto sì: il tragitto da casa a qui, la fermata all’edicola, la ricerca del parcheggio, ultimamente sempre più difficile grazie alla politica viabilistica del nostro incredibile Comune; l’arrivo in sede, il tentativo a volte fallimentare di far funzionare correttamente le macchine e la soddisfazione quando ci riesco; il gusto di salutare gli ascoltatori che immagino appena svegli con la tazzina del caffè in una mano e per i più viziosi, la sigaretta nell’altra o ancora a letto sotto le coperte, ma con la radio accesa; il tentativo di rendervi digeribili i titoli e le notizie dai giornali, la ricerca di uno spunto da usare per aprire Parole Parole, a volte non lo trovo, a volte ne trovo venti e devo scegliere. Mi mancherà la sensazione che provo nel togliermi la cuffia dopo le prime due ore di diretta alle nove, la sensazione di aver fatto bene il programma, o di non essere riuscito a renderlo utile come momento di informazione o riflessione o solo di intrattenimento. Quello sì, sarà un bel vuoto da colmare. In qualche maniera lo colmerò.

Intanto il posto è finalmente libero da lunedì mattina. Chi vuole può farsi avanti ed occuparlo. L’orario, lo ricordo, è quello delle sette nei giorni feriali e le otto in quelli festivi.

Auguri e non dimenticate di divertirvi ogni tanto, perché, come dice Rosy, la vita è bella, anche se a vederla in faccia non sembra proprio, ma se abbassate un po’ la luce, la guardate di profilo e, per dare più effetto vi togliete gli occhiali, non vi sembrerà così male.

Addio.

antonio_di_pietro__aida_yespica_e_renato_schifani_5Mettetevi un po’ nei panni del carabiniere: Milano, tre di notte, vede arrivare un Range Rover dalla strada dei locali alla moda, delle discoteche di lusso, quelle dove gira gnocca e coca in quantità variabili, ma sempre abbondanti. Minimo è fermarlo, se non altro per passare qualche minuto a controllare i documenti ad una modella su di giri e poco vestita e rompere le balle al suo accompagnatore, di sicuro il solito arricchito snob col portafoglio gonfio e il naso imbiancato, cui papà ha regalato il giocattolo da centomila euro. Solo che a volte la realtà supera la fantasia e il militare nerovestito scopre che al volante del suv non c’è il rincoglionito che si aspettava, quello che domani mattina non ha un cazzo da fare e si può permettere di girovagare per Milano con un carrozzone di lamiera che parcheggia ovunque con l’arroganza attribuitagli  dai 400 cavalli del motore, ma la star venezuelana del Bagaglino, una giovane donna sui cui tornanti (curve è riduttivo) si sono strusciati politici del calibro (si fa per dire) di Gasparri, Mastella, Di Pietro, Schifani: nientemeno che Aida Yespica, ospite di pregio delle feste di palazzo Grazioli e Villa Certosa, ma con tariffe, giustamente, che la D’Addario se le sogna. E non solo. L’extra comunitaria è pure su di giri, tanto che all’esame alcolometrico risulta a 1,67, oltre tre volte il valore consentito dalla legge. Io non lo dico, ma lo penso: chissà se al carabiniere sarà passata nel cervello, solo per una frazione di secondo, la speranza che la Yespica avrebbe tentato di corromperlo? Per rifiutare sdegnosamente, è ovvio, fedele nei secoli e assolutamente irreprensibile l’Arma, non scherziamo. Però lei ci ha provato con la classica forma, anche se aggiornata ai tempi: “ma lei ha capito chi sono io?” Forse il “lei non sa chi sono io” le sembrava troppo d’antan o non fa parte del lessico venezuelano, dove sono abituati alle intemperanze del presidente Chavez.
In ogni caso il carabiniere non si è fatto impressionare e le ha appioppato un bel verbale, che prevede ammenda, il ritiro della patente e il sequestro del veicolo, fino al rischio di confisca. Allora lei l’ha messa sul patetico, dicendo che il suv l’aveva pagato sessantamila euro e sarebbe stato un delitto portarglielo via. Ma sotto la divisa  nera con striscia rossa e bandoliera bianca e fiamma d’argento, insomma lì nel petto, al centro, un po’ a sinistra, sotto i bottoni, batte un cuore di carabiniere, che sa essere severo e giusto, e così sequestra il mezzo, ma lo affida in custodia giudiziale alla stessa proprietaria, in modo che lei se lo possa portare a casa, naturalmente accompagnata da chi è ancora in grado di guidare. Scommettiamo che sul prossimo calendario dei carabinieri spunterà anche la bellezza venezuelana? Magari in divisa? Dopo la Arcuri, la Marcuzzi e la Canalis, la divisa la può vestire chiunque.

È un po’ vecchia, del marzo 2005, ma è diventata un classico del grottesco. Alcuni passaggi sono decisamente irresistibili. Da tramandare.

http://archiviostorico.corriere.it/2005/marzo/16/Riccardo_primogenito_Bossi_posto_anche_co_9_050316024.shtml

 

NEGBA-Verso il Mezzogiorno
Festival della Cultura Ebraica in Puglia
6-10 settembre 2009

La sera di domenica 6 settembre, al termine della decima edizione della “Giornata Europea della Cultura Ebraica”, prende il via a Trani il primo “Festival della Cultura Ebraica in Puglia” denominato “NEGBA – Verso il Mezzogiorno”.

La parola NEGBA  nell’ebraico biblico significa “verso Sud”: Neghev è anche il nome della regione meridionale della Terra di Israele.
La prima volta che si incontra questa parola nella Bibbia è quando Abramo si mette in viaggio – continuando ad  andare verso la Terra che l’ Eterno gli ha indicato – e si dirige verso Sud, in direzione di Gerusalemme.
Una metafora dunque, quella di un cammino di conoscenza che l’ebraismo italiano intraprende verso il Mezzogiorno d’Italia, i suoi territori, le sue comunità.
Questa parola così carica di significato è la chiave di un progetto e di un impegno per la riscoperta e la valorizzazione, con le istituzioni e i territori, dell’ebraismo perduto nel Sud Italia. La regione Puglia è per molti motivi una straordinaria opportunità: lo è per la rinascita della Comunità Ebraica di Trani, per la riscoperta della storia degli Ebrei di San Nicandro Garganico, per le tracce diffuse di questa storia millenaria. Lo è per l’impegno che la Regione sta portando avanti come area di riferimento per gli scambi e le relazioni nel bacino del Mediterraneo.

Dal 6 al 10 settembre sarà un susseguirsi di proposte culturali, momenti di approfondimento, musica, spettacoli, mostre sullo sfondo di alcune delle più belle città e località della Puglia: Andria, Bari, Lecce, Oria, Otranto, San Nicandro Garganico, Trani, città, quest’ultima, indicata quest’anno come “Città italiana capofila” della Giornata Europea della Cultura Ebraica.

Capoluoghi e piccole, talvolta piccolissime, località che sono stati “plasmate” dalla presenza di comunità ebraiche, centri storici di straordinaria suggestione, monumenti, strade, quartieri che nel nome o nelle forme tramandano l’impronta, il ricordo, le testimonianze della vitalità di comunità che qui gestivano commerci, lavoravano, pregavano ed erano il punto di riferimento per chiunque volesse imbarcarsi o transitare verso Israele.

Comunità tra le più antiche della diaspora se è vero che l’Imperatore Tito, all’indomani dell’abbattimento del secondo Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., qui deportò i primi 8 mila ebrei che nei secoli furono raggiunti da altri a formare comunità vitalissime in cui operarono alcune delle maggiori personalità del mondo rabbinico, a cominciare da Shabbetai Donnolo, medico, alchimista, astronomo medievale cui, non a caso, il Festival dedica uno dei suoi momenti di approfondimento culturale. Comunità molto attive, riferimenti per la cultura, la tradizione la presenza ebraica, cancellate nel 1510 quando venne decretata l’espulsione degli ebrei da tutte le terre dominate dagli spagnoli e finiva così la storia degli ebrei nel meridione d’Italia.

Il Festival, è promosso dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo con la collaborazione e il sostegno di 7 Amministrazioni Comunali: Andria, Bari, Lecce, Oria, Otranto, San Nicandro Garganico e Trani.
Il programma culturale è curato dal Rabbino Roberto Della Rocca con Cristiana Colli; la supervisione generale è di Victor Magiar, Assessore alla Cultura dell’Ucei.
Per la scelta degli spettacoli teatrali, il Festival gode della direzione artistica di Gioele Dix.
A firmare l’immagine ufficiale della manifestazione è uno dei più innovativi designer e grafici oggi attivi sulla scena internazionale, l’israeliano Yossi Lemel. Tre simboli tra natura e cultura: il fico d’India, il Tallit lo scialle con cui gli ebrei usano ammantarsi durante i momenti di preghiera e il Libro Sacro, la Torah, uniti a comporre una ideale bandiera tricolore. Un messaggio forte che sottolinea la consapevolezza di quanto la presenza ebraica abbia contribuito nei secoli alla crescita delle comunità locali e della comunità nazionale, ma anche il segno di una partecipazione ai dialoghi interculturali tra i popoli e le culture dell’oriente d’Europa e del Mediterraneo.

“NEGBA – Verso il Mezzogiorno” propone decine di iniziative, lungo un fil rouge, un continuo passaggio di testimone tra le città coinvolte. E’ una maratona di idee, proposte, suggestioni, visioni che inizia a Trani con lo spettacolo “La Bibbia ha (quasi) sempre ragione” con Gioele Dix e Cesare Picco, per proseguire il 7 in tutte e 7 le città coinvolte con l’inaugurazione di due mostre: “Aure” di Monika Bulaj, al Castello Aragonese di Otranto, e “Vele d’infinito” di Tobia Ravà al Castello Svevo di Trani, e con i primi dei numerosi incontri. Questi saranno complessivamente 12 e vedranno la partecipazione di personalità come Paolo Rumiz, Franco Farinelli, Anna Foa, Giacomo Saban, Silvia Godelli, Yoram Ortona, Vittorio Sgarbi, Gianfranco Di Segni, Lorenzo D’Avack, Piergiorgio Donatelli, David Bidussa, Scialom, Daniele Nahum, Luciano Caro, Piergiorgio Mancuso, Petar Bojanic, Victor Magiar, Haim Baharier, Guido Vitale, Alberto Melloni, Gabriele Mandel Khan, Roberto Dalla Rocca, Sira Fatucci, David Meghnagi, Massimo Bucchi, Benedetto Carucci Viterbi, Fabrizio Lelli, Franco Cassano, Luciano Canfora, Cristiana Colli, Helena Njiric, Daria Bonfietti, Pippo Ciorra, Arturo Schwarz, Ermanno Tedeschi, Tobia Ravà, impegnati a dibattere temi diversissimi: dall’importanza della cultura ebraica nell’arte e nella cultura italiana, agli intrecci tra le culture del Mediterraneo a “storie e geografie”, alla satira, umorismo e antisemitismo, alle forme della memoria, all’alfabeto ebraico, numeri e cabbalà, alla bioetica. Per proporre la ricchezza, l’originalità del pensiero ebraico in un territorio come la Puglia che è il naturale punto di incontro tra l’Europa continentale, l’Oriente del Vecchio Continente e il Mediterraneo.
Il Festival dedica molta attenzione anche alla musica, proponendola in contesti e momenti di assoluta suggestione, come i concerti all’alba e al tramonto, l’uno sul Torrione del Castello di Otranto il secondo a Torre Mileto di San Nicandro Garganico, oltre a “Jewis for ever” concerto con il maestro Francesco Lotoro sulla terrazza del Fortino Sant’Antonio a Bari. Sempre a Bari al Fortino Sant’Antonio si esibirà la giovane Mor Karbasi, stella emergente della musica internazionale e già considerata l’erede di Noa, e il duo Boogie Balagan che fondono le lingue e il groove medio orientale e mediterraneo con l’energia rock.
La vicenda, davvero singolare della piccola comunità ebraica di San Nicandro Garganico è oggetto di una riscoperta storica con il rabbino Roberto della Rocca e il professor Pasquale Troìa. Nonché di un film che verrà presentato al Festival in anteprima mondiale: “Il viaggio di Eti” di Vincenzo Condorelli. Stas’ Gawronski proporrà invece ad Oria “Molti vedranno.” una performance di letture e filmati.
Oltre allo spettacolo inaugurale con Gioele Dix e Cesare Picco, il calendario degli spettacoli propone “Ma che razza di mondo” di e con Ottavia Piccolo e Bebo Baldan, “L’ultima lettera di Shylock” di Nicola Fano con Vittorio Viviani, e “I silenzi di Joe” con Elia Shilton.

Ma, al d là delle molte, diverse e stimolanti proposte del programma, a rendere unica questa manifestazione pugliese sarà, con la suggestione dei luoghi e delle memorie, la scelta di offrire e condividere momenti di riflessione, anche intensi, con il piacere della socialità, per esempio degustando le eccellenze della cucina kasher realizzata sotto stretta osservanza rabbinica dal 6 al 10 settembre, con proposte speciali per il Festival in un ristorante di Trani.

Come per Abramo, anche per molti viaggiatori ebrei, dirigersi verso Sud ha significato nel corso dei secoli una tappa obbligata dei pellegrinaggi verso la Terra di Israele.
Perché oggi Negba, tornare verso il Sud?

“Abbiamo deciso di non limitarci ad aprire le nostre porte e a far conoscere noi stessi e la nostra cultura, ma di andare oltre, partendo dal presupposto che la storia e la civiltà sono un patrimonio comune – ha detto Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. A Trani, città capofila della Giornata della Cultura, e nella Puglia, che ospita il Festival, compiamo il primo passo verso la riscrittura di un intero capitolo, che è parte integrante della storia d’Italia e degli ebrei italiani”.

L’accesso a tutti gli appuntamenti è gratuito.
L’appuntamento è quindi dal 6 al 10 settembre in Puglia!

Ulteriori informazioni sul Festival:
http://www.moked.it/negba
http://www.festivaldellaculturaebraicainpuglia.it