Category: Teatro


Vi aspetto ancora, se non siete già venuti e, in ogni caso, questa volta non ci sono solo io a tediarvi con le mie elucubrazioni, ma ho la mia esegeta di fiducia.

locandina

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Information is not knowledge
knowledge is not wisdom
wisdom is not truth
truth is not beauty
beauty is not love
love is not music
music is the best

Per i 70 anni di Frank Zappa (1940-1993)

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Torna in edicola con il consueto CD inedito omaggio Musica Jazz, una delle poche riviste specializzate sopravvissute alla fortissima crisi editoriale che investe ampi settori del comparto e, in particolare, quelli che interessano nicchie di mercato come quelle del jazz e della musica d’avanguardia. Mi mette allegria la copertina, dedicata ad un simpaticissimo sassofonista portoricano che intervistai nel 1995 al Capolinea di Milano, quando esordì come leader dopo avere militato in diverse formazioni, tra cui la United Nations Orchestra di Dizzy Gillespie, che rappresentò il suo trampolino di lancio internazionale. Si parla anche dei lutti, che, purtroppo, non mancano mai: in particolare quelli di una grande cantante come Abbey Lincoln, dalla personalità impressionante, del trombettsita inglese Harry Beckett e di Willem Breuker, leggendario leader di un favoloso Kollektief. Per fortuna non mancano le giovani promesse, come Mattia Cigalini, di cui mi ha parlato recentemente con toni entusiastici Tullio DePiscopo nell’intervista uscita a settembre su Strumenti Musicali. E tanto altro ancora.

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Luca Barbarossa è un cantautore da sempre un po’ snobbato. Le sue canzoni, tranne qualche eccezione, non possono dirsi di “impegno”. Annoverato tra i cosiddetti artisti di sinistra, non ha mai fatto dell’appartenenza politica un grimaldello per aprire porte e portoni. Scrive con coerenza pezzi romantici, intimisti, che raccontano storie piccole di vita quotidiana, di sentimenti semplici, dall’inizio della sua carriera discografica, che possiamo datare al 1981, quando irruppe nelle radio col 45 giri (allora si vendevano ancora) Roma Spogliata, anticipo di un bel disco d’esordio eponimo, prodotto da quel genio ondivago, disilluso, innamorato perso del rock ‘n’ roll, che è Shel Shapiro. Trent’anni di carriera, un festival di Sanremo vinto nel 1992 con un pezzo, Portami A Ballare, a dir poco ruffiano, ma più che dignitoso, mai un pettegolezzo o una voce extra-musicale, mai una sbandata verso la conduzione televisiva o un cambiamento di mestiere qualsiasi solo per far parlare di sé. Un vero “operaio” della musica: centinaia di concerti, una quindicina di dischi (relativamente pochi rispetto ad altre carriere anche più brevi), la chitarra acustica sempre a tracolla, ricordo di quella passione west-coast che ha segnato la sua e la nostra esistenza una quarantina d’anni fa. Per il grande pubblico, però, l’impressione è che stia sempre ricominciando da capo: quando salta fuori il suo nome sembra si stia parlando di un reduce, uno sparito per chissà quanto tempo, che si sia arruolato nella legione straniera, abbia passato un periodo di ripensamento, come si dice quando si finisce in clinica o si cambia mestiere e si diventa taxista o lattaio. E invece praticamente non ha mai smesso. Tra l’altro, dall’anno scorso conduce un bel programma su RadioDue RAI al mattino del sabato e della domenica, RADIODUE SOCIAL CLUB, tra interviste ad ospiti in studio, canzoni dal vivo con una ricca band e sketch che rimandano ai tempi gloriosi del varietà alla radio. Personalmente ricordo un’intervista che gli feci nell’86: giustamente si lamentava un po’ del fatto che molta stampa lo trattava come una specie di nipotino di Lando Fiorini, per questa sua “passionaccia romana” che emergeva prepotente in tanti suoi successi, a cominciare da Via Margutta.
Ora sta girando l’Italia con uno spettacolo di musica e teatro satitrico e umoristico (non so perché, ma non mi piace chiamarlo cabaret, che sa tanto di tv), tra i più divertenti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Nonostante il titolo banalotto, Attenti a quei 2, per due ore e mezzo (!!!) Barbarossa ci porta in giro per il suo vasto repertorio, recente e no, accompagnato da un ottimo quintetto (due chitarre, basso, batteria, tastiere) assieme a quel bravo attore, non solo comico, che è Neri Marcoré, più noto al pubblico televisivo come imitatore di Pierferdy Casini, del più spassoso e somigliante Gasparri catodico in circolazione, di Silviuccio nostro (of course), di uno schizofrenico Di Pietro, di Amedeo Minghi e di un fantastico Alberto Angela. Anche Barbarossa, con una buona dose di autoironia, si lascia volentieri prendere in giro e maltrattare, condividendo il palco con un personaggio che rischierebbe di rubargli la scena (Marcoré è anche buon cantante e chitarrista), se lo spettacolo non fosse ben calibrato e se Luca non potesse contare sull’appoggio del suo pubblico più fedele, in prevalenza femminile, non foltissimo e scalmanato l’altra sera alla Festa Democratica di Milano al PalaSharp, tuttavia caldo e prodigo di complimenti, applausi e grida di sostegno.
Nel 2011 ci si attende che questo operaio della musica diventi almeno caporeparto: se lo merita.

— Bella l’orchestra sinfonica al concertone del Primo maggio.
— In che senso?
— No, dico, è stato bello che sul palco del Primo Maggio si mostrasse anche un’orchestra.
— In che senso?
— Cos’è, ti si è incantato il disco?
— No, ti sto chiedendo cosa c’è stato di bello. Qual è stato il senso dell’operazione.
— Come cosa? Alzare il livello di cultura dello spettacolo.
— Perché? La musica pop o rock non è cultura sufficientemente alta? Vuoi far venire le vertigini a tutti?
— No, ma vuoi mettere la musica classica?
— Aaahhh, ancora quella vecchia storia: portare la cultura classica alle masse. Anche tu fai parte della banda di spacciatori di cultura tagliata male. Gli avete smollato un polpettone di sessanta elementi senza titolo né autore, un assolo stonato di violino, un abbozzo di sinestesia truccata da citazione di Kandinsky e la deferenza fasulla e ignorante della presenta(t)trice. Siete dei bastardi! Neanche un acido cattivo provoca simili danni.
— Be’, ma era suggestivo vedere un’orchestra sinfonica sul palco, tra amplificatori, batterie, tastiere. La cultura classica e quella pop che si incontravano.
— E si ingroppavano! Ma quale suggestione? Ma sei allucinato? L’acido cattivo te lo sei fatto tu? Secondo te quanta gente andrà in un auditorium ad ascoltare un concerto classico dopo quella boiata? Allora: ti informo che nel mondo, ma anche in Italia, ci sono formazioni di matrice classica che suonano Coltrane, Hendrix, Led Zeppelin, Bacharach, Zappa. Lo stesso Frank Zappa fin dagli anni ’60 portava nei concerti rock la musica “colta”. Ha fatto in tempo a morire prima che se ne accorgessero al Primo Maggio.
— Sì, va be’, avrebbero potuto farlo un po’ meglio…
— Perché buttare via un’occasione e far finta di niente? Bastavano due righe scarabocchiate su un foglietto, bastava farle leggere a quella sfrattata della presentatrice, invece di farla cantare, nonostante il disappunto del pubblico. Avrebbe fatto migliore figura senza rischiare il linciaggio per oltraggio alla pubblica decenza.
— Oltraggio alla pubblica decenza?
— Sentirla cantare era una vera oscenità. Ha sbagliato anche il nome del segretario della CGIL, l’ha chiamato D’Epifani. È sempre così: basta ammantare di classico una musica qualsiasi e subito ci si sente intelligenti, anche se non si è capito nulla. È per questo che nel paese del “bel canto” si spaccia per cantante d’opera Andrea Bocelli. Con Carlo Bergonzi ancora vivo, tra l’altro.
— Secondo te dovevano suonare qualcosa di moderno?
— Ma anche no. Bastava che lo spiegassero. Tu puoi suonare Mozart e fracassare le palle alla gente se proposto in tempi, luoghi e modi sbagliati. Tanto la maggior parte del pubblico non saprà che quello è Mozart se non glielo dici e se non è un pezzo popolare utilizzato nella pubblicità o come suoneria del telefonino. La gente non sa ne nemmeno che la suoneria della Nokia è Tarrega.
— Chiiiii?
— Sì, buonanotte. Comunque, a parte l’orchestra, di Carmen Consoli che suona il basso facevo a meno, Vinicio Capossela me le ha triturate e i Baustelle sono talmente stonati che persino i miei gatti se ne sono lamentati. Meno male che Roy Paci ha risollevato un po’ il livello, almeno suona e canta intonato. Su Claudio Lolli ho deposto le armi.
— Allora non ti è piaciuto il Primo Maggio?
— A giudicare dall’allegria che esprimevano alcuni sembrava un 2 novembre.

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