Category: Teatro


Andare a teatro è bello. Per un concerto o una rappresentazione di prosa, anche dopo tanti anni senti la tensione dell’evento, l’atmosfera del rito, uno dei più antichi dell’umanità. Il teatro come metafora dell’esistenza, messa in scena del reale e del supposto, dell’irreale e del metafisico, il teatro come denuncia del sopruso o esaltazione della bellezza, ribellione al potere e celebrazione del sentimento. La vita è teatro e viceversa. L’allegria, il dramma, la risata e la tragedia, il pianto, il dolore più lancinante, la rabbia, la liberazione, la catarsi, la felicità, il sublime piacere e l’orrore, è tutto nel teatro. Anche le poltrone.
Anticipa il rito antico del teatro, il moderno rito della ricerca del posto a sedere. Ora, anche le menti meno allenate al calcolo matematico, quelle più aduse a filosofeggiare sui massimi sistemi, dovrebbero riuscire a mettere assieme due coordinate semplici semplici come quelle fornite con il biglietto d’ingresso: fila F, posto 43. Non obbliga a un calcolo algebrico, non si pretende di risolvere un’equazione con otto incognite, non bisogna essere in grado di elencare a memoria venti numeri primi, conoscere la soluzione del teorema di Fermat o snocciolare la sequenza di Fibonacci per dieci minuti di seguito. Eppure, nonostante si continui a dire che si vendono più biglietti per il teatro che per lo stadio, ancora oggi, appena si spengono le luci in sala, si possono notare decine di errabondi che stanno ancora decifrando il biglietto d’ingresso e cercando di metterlo in relazione con la disposizione dei posti a sedere. È vero, ci sono le maschere, pardon, le hostess, che molto gentilmente si mettono a disposizione dei dispersi, ma costoro vi ricorrono solo a tempo scaduto, quando il buio è già sceso in sala e le perfide si incamminano verso le poltrone sempre a passo troppo svelto, sapendo che gli infelici impiegano qualche decina di secondi ad abituarsi alla penombra, col risultato di perderli per strada. Dove finiscono costoro? Se qualcuno non li recupera, terminano la loro corsa nei sotterranei del teatro. Si narra di presenze misteriose nelle catacombe del teatro Strehler di Milano e del Donizetti di Bergamo, ma sono leggende. Però, ogni tanto, durante i sopralluoghi delle immobiliari che comprano i teatri per abbatterli e farne garage, centri commerciali o atelier per stlisti, trovano resti umani: tra le mani ormai scheletrite, stringono ancora i tagliandi dell’ Otello con Salvo Randone e Vittorio Gassman o del Rinaldo in Campo con Modugno, Delia Scala e Franco e Ciccio. Bisogna anche dire che gli architetti arredatori e loro collaboratori fanno di tutto per mettere in difficoltà il pubblico. Spesso suddividono la platea in settori colorati, attribuiscono nomi di fantasia – la balconata furetto, il palchetto ficus, la poltrona cinciallegra – mettono i posti dispari a sinistra e i pari a destra, in modo che, chi si aspetta una normale progressione numerica, si ritrova a dover saltare da una parte all’altra della sala o, per i teatri più antichi, correre da un ordine di palchi all’altro, perché anche quelli sono suddivisi con criteri demenziali. Ci sono anche i più sadici, che indicano con le lettere le prime cinque file e con i numeri tutte le altre. Per non parlare di dove mettono il numero della poltrona: sullo schienale del posto davanti, sullo schienale del posto dietro, sullo schienale del posto giusto, sotto il sedile, sopra il sedile, sul bracciolo (ma destro o sinistro?), inciso in braille per terra, da decifrare con i piedi, proiettato da un raggio laser dal soffitto in modo che si imprima nella retina, trasmesso telepaticamente da un sensitivo.
Facciamo qualcosa. Se vedete qualcuno in difficoltà, aiutatelo a evitare una fine certa. Se notate che sta per iniziare lo spettacolo e c’è ancora gente col biglietto in mano che vaga per la sala, indicatelo alle hostess. E se proprio non si arrendono a sala ormai al buio, INTIMATE LORO DI SEDERSI, ANCHE PER TERRA, MA DI SEDERSI, A CALCI SE NECESSARIO, PERCHÈ NE ABBIAMO ABBASTANZA DI QUESTI DEFICIENTI CHE NON SONO CAPACI DI TROVARE UNA CAZZO DI POLTRONA IN TEATRO! STIANO A CASA, ALLORA, A RINCOGLIONIRSI DI TELEVISIONE! IL DIVANO DI CASA LO TROVERANNO, SI SPERA!

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Ad una conferenza su arte e scienza: l’artista dice di essersi ispirata alla scienza per realizzare la sua opera; lo scienziato annuisce e dice che l’arte spesso attinge al magazzino della scienza per ispirarsi. Tutto bello, ma avrei voluto fare una domanda, che mi è rimasta in gola, poiché non erano previste domande (forse perché quando sono previste nessuno ha il coraggio di farle): ma se la scienza è in cerca della legge definitiva, della regola ultima, che spieghi la natura dei fenomeni, che riveli finalmente e definitivamente i meccanismi intrinsechi di ciò che vediamo e percepiamo, insomma, se la scienza è in cerca di risposte, mentre l’arte fa domande e non sa fare altro, procede per rotture, delle regole, delle convenzioni, del “dato per scontato”, se l’arte è il più alto modo di porre dubbi e rappresentare un punto di vista che non è convenzionale e universalmente accettato, come fanno arte e scienza ad andare d’accordo? Cosa si raccontano la sera, la testa sul cuscino, prima di addormentarsi? Ecco, questo avrei voluto chiedere. Magari a braccio mi sarebbe venuta una domanda un po’ più breve e concisa, ma si sa che scrivendo ho la tendenza a dilungarmi e a precisare meglio, tuttavia non mi resta che tenermi il dubbio artistico e, al limite, proporlo ai lettori/viandanti che passano di qui.

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