Category: Gossip


[immagini.4ever.eu] la morte, gesto 162352C’è qualcosa di inquietante e di triste nel desiderio di documentare la morte con immagini e suoni. Non sto parlando di film o cronaca telegiornalistica, ma dell’abitudine, ormai diffusa, di riprendere incidenti e catastrofi con telecamere o, più spesso e peggio, con telefonini e quant’altro sia a portata di mano al momento. Si tratta quasi sempre di persone comuni o, comunque, non di addetti ai lavori. È accaduto anche recentemente che disgraziati vittime di incidenti stradali, mentre i soccorritori si davano da fare per rianimarli e strapparli alla morte o a un destino da gravi invalidi, divenissero soggetto di altrettanto sciagurati operatori dilettanti, impegnati più a cercare l’inquadratura giusta, a individuare il dettaglio da mostrare orgogliosamente agli amici durante una serata spensierata, che a dare una mano o a solidarizzare con familiari o conoscenti delle vittime. Mi chiedo: perché?. Qual è il gusto del conservare in tasca il dolore e la sofferenza? Perversione e piacere del macabro? E poi: davvero qualcuno organizza serate con proiezione dei migliori incidenti ripresi sulla Milano-Genova o sulla Salerno-Reggio Calabria? Sarà che viviamo nell’era dell’immagine dove tutto ciò che appare diventa spettacolo e quindi degno di essere ripreso e documentato? È per questo che si applaude ai funerali, come a teatro, come se la morte fosse uno show con il protagonista che nemmeno può ringraziare inchinandosi?  Può darsi, ma non ne sono così convinto. Ci dev’essere qualcosa d’altro e di più profondo per essere così diffuso e radicato. Non voglio fare psicologia d’accatto, ma quello che mi pare di percepire è un sano e naturale terrore della morte e del dolore che viene gestito in un modo nuovo, diverso, moderno, quasi come se poterlo documentare e tenerlo dentro la telecamera  lo riducesse e lo rendesse meno spaventoso, non dico rassicurante, ma più maneggevole. Non dimentichiamo che si tratta del dolore altrui. A chi verrebbe in mente, infatti, di riprendere l’incidente del proprio figlio, le ferite di una moglie, la morte di un genitore? È anche questo che ci rende meno inquietante l’approccio con una realtà che, prima o poi, a tutti sarà dato di incontrare? L’annuncio di quello che sarà, un’anticipazione del programma, una sorta di trailer dell’assenza in modo da arrivare a quel momento preparati e consapevoli? Ci sarebbe poco da scherzare, ma non posso fare a meno di notare gli aspetti grotteschi di questa abitudine, che si associa a quella delle migliaia di fotografie che continuiamo a scattare e pubblicare in rete, sui social network.  Cos’ha a che fare con la morte questo singolare fenomeno? Consapevoli o no, stiamo documentando la nostra vita quotidiana rendendola pubblica a livello globale – come siamo, cosa mangiamo, come vestiamo quando siamo vestiti, con chi viviamo, dove lavoriamo, dove trascorriamo le vacanze, con chi, cosa ci piace e cosa detestiamo – e pretendiamo, contemporaneamente, di tutelare la nostra privacy. Sembriamo dei pazzi. Ricordo di avere visto da ragazzino delle riviste composte da fotografie che i lettori si scattavano e inviavano in redazione, ma erano foto pornografiche realizzate da maniaci sessuali esibizionisti che mostravano se stessi in pose oscene allo scopo di attirare l’attenzione di altri come loro. E noi? Perché continuiamo ad autofotografarci e a mostrarci a tutti? Cosa vorremmo dimostrare o esibire? Chi siamo o, più probabilmente, chi vorremmo essere? E non è triste tutto questo? Forse più ancora della morte, che, in fondo, una volta passata e averci porta in vacanza con sé, non torna più a farci paura.
Ancora: forse riprendere e riprenderci ci illude di non dimenticare e non essere dimenticati. La memoria è preziosa, è la nostra essenza, noi siamo la nostra memoria, i nostri ricordi, viviamo di quelli e per quelli, che abbiamo acquisito e acquisiremo. Cosa saremmo senza? Nulla, la spersonalizzazione totale, i familiari dei malati di Alzheimer lo sanno bene. La memoria è dentro di noi, ma anche sulla nostra pelle, i segni del tempo sono lì a ricordarcelo e forse è per ciò che li tramandiamo fotograficamente, un tempo con parsimonia, fino all’ultima foto sotto la data di nascita e morte, oggi con molta più generosità, fino allo sperpero. A pensarci bene, la nostra vita è come un lungo concerto: un’ouverture e un finale con un ampio movimento centrale in cui si alternano cadenze e momenti orchestrali. Ma se la testimonianza fotografica è talvolta giustificata, l’applauso finale spesso non è meritato. E di bis non se ne parla.

locandina5È stata una serata gradevole, ma anche no, ma in fondo sì. In realtà la previsione iniziale è stata: non c’è nessuno, suoneremo per le sedie. Poi, improvvisamente si è palesata una tavolata di ventidue persone, tra le quali alcuni vip come Billy Costacurta e gentilissima signora (io sogno ancora Martina Colombari ricoperta di cioccolata, tipo Loacker, da Daniele Luttazzi in Satyricon) assieme ad alcuni amici e un’intera squadra di calcio. Si dà il caso che i pallonari avessero un’età media di otto anni, cosicché è bastato allontanarci pochi minuti dal palco per cambiarci e svolgere qualche funzione fisiologica – non necessariamente in quest’ordine – per trovare, al nostro ritorno, undici mini-vandali malintenzionati aggirarsi tra i nostri strumenti. Confesso che ho fatto molta fatica a trattenere l’erode che vive in me, mentre Giada tentava faticosamente di avviare un negoziato con Genserico junior e compagni. Il risultato temporaneo è stato di allontanare, almeno giù dal palco, i piccoli barbari, visto che i loro genitori sembravano piuttosto restii a legarli, com’era giusto, alle gambe del tavolo. E così è iniziata la serata, tra le urla belluine dei brevilinei dalle ginocchia sbucciate, mentre attorno ai tavoli imbanditi erano seminate tovagliette e tovaglioli di carta. Ad un certo punto qualcuno dei micro-lanzichenecchi ha pensato bene di sedersi e dondolarsi sui tavoli sotto il palco, regalandomi la tetra speranza che prima o poi  avrebbe lasciato gli incisivi sulle assi di legno. Speranza che si è avverata solo in parte, perché un tavolo si è effettivamente ribaltato, ma i giovanissimi selvaggi sono stati pronti a balzare giù senza danni, conservando denti e gengive. È stato quello il dramma, perché, rendendosi conto che, per esibirsi, un palcoscenico è ben più solido e stabile di un tavolo,  ecco che ce li siamo trovati tutti intorno: c’erano bambini che correvano, altri urlavano, altri ancora ballavano, urtando pericolosamente la mia tastiera; c’era chi spostava l’asta del microfono, costringendo Giada a mollare la chitarra per risistemarlo; uno si era fissato con me e, mentre suonavo, era convinto di poterlo fare anche lui, non sapendo di rischiare l’amputazione delle falangi a morsi. Alla fine, abbiamo deciso di chiudere il set, ormai un misto tra l’asilo d’infanzia e una bolgia infernale, mentre i pestiferi venivano recuperati da chi li aveva malauguratamente generati, qualcuno con espressione di scuse e comprensione nei nostri confronti, altri dotati di macchine fotografiche per immortalare orgogliosi le gesta dei loro eredi in istantanee che, spero, finiranno in qualche trattato di criminologia. Quando ormai sembrava chiusa la serata di un giovedì santo demoniaco in cui Milano pareva svuotata anzitempo, ecco apparire una compagnia di nostri amici venuti apposta a sentirci. Per loro siamo risaliti sul palco e in un clima finalmente civile abbiamo portato a termine lo spettacolo, dopo il quale, c’è stata anche una mini-session afterhour, dato che uno dei nostri amici è un pianista ed è bastato che uscissi un momento per caricare le mie cose in macchina, per  trovare Giada intonare Let It Be e Hey Jude con lui, fatto ancora più grave per lei, rollingstoniana convinta. Ma si sa, la donna è mobile ed in giro è pieno di mobilieri.
Due dati positivi: il locale è piuttosto bello, i gestori simpatici, la cucina buona e ci torneremo; inoltre, ho ritrovato un amico che non vedevo da più di trent’anni, Andy Gee ed è stato bello scoprire che non siamo cambiati molto.

180904032-5f80e1c0-711d-413f-a67e-92df1fe1952aPensavo: Berlusconi va a trovare Putin in occasione del suo compleanno. Potrebbe telefonargli, mandargli un biglietto, una mail, un regalo e invece ci va di persona. Strano, mi dicevo, nonostante le fanfaronate il premier ha un’età, acciacchi, politici e familiari, due divorzi in una botta sola, da Veronica e Gianfranco. Inoltre, quello di Vladimirovic è un compleanno come un altro, sono 58, non una cifra tonda.
Poi ho visto il calendario che hanno regalato a Putin: se questo è il regalo presentabile, posso solo immaginare quali siano gli altri e come si svolgerà la festa privata in dacia. Ecco spiegata la presenza del nostro primo ministro. Ci voleva così poco.

gheddafi

L’anno scorso il colonnello (ma non dovrebbe essere già generale dopo tutti questi anni?) Gheddafi è arrivato agghindato come un portiere d’albergo e aveva appuntata sulla marsina una fotografia.
Quest’anno, senza marsina, ma vestito in modo tradizionale, portava appuntato un foglietto di carta rettangolare. Nessuno si è chiesto cosa fosse?
Facciamo delle ipotesi:
il colonnello Gheddafi è uno smemorato e si è cucito addosso il biglietto aereo di ritorno per non perderlo;
il colonnello Gheddafi non si è accorto di avere messo il vestito al contrario e quella è l’etichetta;
il colonnello Gheddafi non gira con i contanti, nonostante le amazzoni coi tacchi, deve dei soldi a qualcuno qui in Italia, è arrivato con un assegno circolare e, per non perderlo, se l’è appuntato sull’abito che, evidentemente, non ha tasche;
il colonnello Gheddafi soffre di amnesie improvvise e sul biglietto c’è scritto: sono il colonnello Gheddafi, se leggete questo biglietto significa che mi sono perso e non  ricordo come si torna a casa, segue indirizzo di Tripoli;
se avete altre ipotesi fatevi avanti, chissà che non risolviamo il mistero.

antonio_di_pietro__aida_yespica_e_renato_schifani_5Mettetevi un po’ nei panni del carabiniere: Milano, tre di notte, vede arrivare un Range Rover dalla strada dei locali alla moda, delle discoteche di lusso, quelle dove gira gnocca e coca in quantità variabili, ma sempre abbondanti. Minimo è fermarlo, se non altro per passare qualche minuto a controllare i documenti ad una modella su di giri e poco vestita e rompere le balle al suo accompagnatore, di sicuro il solito arricchito snob col portafoglio gonfio e il naso imbiancato, cui papà ha regalato il giocattolo da centomila euro. Solo che a volte la realtà supera la fantasia e il militare nerovestito scopre che al volante del suv non c’è il rincoglionito che si aspettava, quello che domani mattina non ha un cazzo da fare e si può permettere di girovagare per Milano con un carrozzone di lamiera che parcheggia ovunque con l’arroganza attribuitagli  dai 400 cavalli del motore, ma la star venezuelana del Bagaglino, una giovane donna sui cui tornanti (curve è riduttivo) si sono strusciati politici del calibro (si fa per dire) di Gasparri, Mastella, Di Pietro, Schifani: nientemeno che Aida Yespica, ospite di pregio delle feste di palazzo Grazioli e Villa Certosa, ma con tariffe, giustamente, che la D’Addario se le sogna. E non solo. L’extra comunitaria è pure su di giri, tanto che all’esame alcolometrico risulta a 1,67, oltre tre volte il valore consentito dalla legge. Io non lo dico, ma lo penso: chissà se al carabiniere sarà passata nel cervello, solo per una frazione di secondo, la speranza che la Yespica avrebbe tentato di corromperlo? Per rifiutare sdegnosamente, è ovvio, fedele nei secoli e assolutamente irreprensibile l’Arma, non scherziamo. Però lei ci ha provato con la classica forma, anche se aggiornata ai tempi: “ma lei ha capito chi sono io?” Forse il “lei non sa chi sono io” le sembrava troppo d’antan o non fa parte del lessico venezuelano, dove sono abituati alle intemperanze del presidente Chavez.
In ogni caso il carabiniere non si è fatto impressionare e le ha appioppato un bel verbale, che prevede ammenda, il ritiro della patente e il sequestro del veicolo, fino al rischio di confisca. Allora lei l’ha messa sul patetico, dicendo che il suv l’aveva pagato sessantamila euro e sarebbe stato un delitto portarglielo via. Ma sotto la divisa  nera con striscia rossa e bandoliera bianca e fiamma d’argento, insomma lì nel petto, al centro, un po’ a sinistra, sotto i bottoni, batte un cuore di carabiniere, che sa essere severo e giusto, e così sequestra il mezzo, ma lo affida in custodia giudiziale alla stessa proprietaria, in modo che lei se lo possa portare a casa, naturalmente accompagnata da chi è ancora in grado di guidare. Scommettiamo che sul prossimo calendario dei carabinieri spunterà anche la bellezza venezuelana? Magari in divisa? Dopo la Arcuri, la Marcuzzi e la Canalis, la divisa la può vestire chiunque.

Avere avvocati così è un piacere. Tutti vorrebbero essere difesi da un legale che definisce il suo cliente puttaniere “utilizzatore finale” della prostituta. L’intervista rilasciata al Corriere è un capolavoro di assurdità applicato alla giurisprudenza. Rischiare di trascinare il proprio cliente in tribunale a dimostrare la sua potenza sessuale e l’inutilità di ricorrere a iniezioni (si presume papaverina o altro?) nei corpi cavernosi davanti ad una corte di giustizia e venti milioni di elettori col fiato sospeso sulle carenze del loro eroe, nemmeno l’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria l’avrebbe escogitato. Ghedini: grazie di esistere.

Il presidente del consiglio ha milioni di buone qualità, ma continua a dimostrarsi brillantissimo nella scelta dei suoi legali: Dotti, Previti, Pacifico, Mills, Biondi, Pecorella, Ghedini. Chi più, chi meno è riuscito a metterlo in difficoltà. Un avvocato d’ufficio come quello nominato all’ultimo momento in tribunale l’anno scorso al processo Mills  riuscì a fare un lavoro migliore, se non altro a non aggravare la situazione. Cavaliere, ci pensi. Tolga dall’ansia milioni di elettori maschi che ogni notte a letto guardano la propria partner e la pensano con disagio.