Category: Editoria


Il CantiereL’audio racconto andato in onda l’anno scorso su RadioTre ispirato al personaggio di Silenziosa(mente)

https://soundcloud.com/gcanc/cappa-blues

silenzio-stanlio-e-ollioDetesto il senso di impotenza provocato dal vuoto mentale. Pensare che c’è chi lo cerca affannosamente e, confesso, anch’io tante volte vorrei liberarmi dei pensieri, soprattutto di notte, ma mi sento un naufrago che tenta di svuotare la scialuppa di salvataggio con un cucchiaino da caffè, mentre l’acqua entra da una falla nella chiglia, grande come la breccia di Porta Pia.
Eppure c’è chi impara a farlo con disciplina e sacrifici, il distacco completo dalla realtà per galleggiare in una sorta di limbo fluido, morbido e tiepido, dentro il quale riflettere sulla propria condizione di…galleggiante.
Io, invece, affondo in questo plasma senza colore, odore, sapore, un nulla insulso, inutile, che mi irrita come l’assenza di congiuntivi nei discorsi dei politici, per il tempo che mi fa perdere. L’ozio mi piace, ma quando lo decido io, nella posizione e nella condizione più adeguata, non davanti allo schermo del computer con le ultime righe scritte del nuovo romanzo e il bianco ghiaccio che segue, infinito come il pack del Polo Sud, senza nemmeno un pinguino a passeggiarvi. Come riempire quella distesa gelida?
Che poi i colori predominanti del libro sarebbero nero, rosso e blu (un libro gaio, come si capisce), mentre il bianco neanche è preso in considerazione. Dovrei forse mettere la pagina in modalità negativa, così da scrivere bianco su nero e vedere l’effetto che fa.
Alcuni scrittori dicono che si piazzano davanti alla pagina disciplinatamente ogni giorno alla stessa ora sicuri che qualcosa verrà. Altri necessitano di essere vestiti in modi specifici o ascoltando musica, sempre quella, per creare il clima giusto. Tutto vero, non c’è dubbio, l’ho provato anch’io: Silenziosa(mente) è stato scritto passando attraverso molte musiche, indicate nelle note conclusive del romanzo. Rapsodia In Nero, invece, nelle sue varie stesure, ha avuto come filo conduttore privato solo un paio di dischi di Bach e Jarrett. Questo nuovo libro è silente, sotto questo profilo, forse perché la musica ha qui una connotazione storica e tragica che rende conflittuale il rapporto con la scrittura. Lo stesso conflitto che io stesso ho con la musica ultimamente: lei mi cerca e io spesso la respingo malamente, come se mi avesse offeso in qualche modo e forse l’ha fatto o, più precisamente, mi ha sbeffeggiato. Mi ha fatto credere per anni di poter parlare di lei senza ritegno, trattarla con sufficienza, prenderla e lasciarla come una donna irragionevolmente innamorata e al mio servizio e invece alla fine mi ha presentato il conto, salato e senza dilazione. Perciò ora è il silenzio che mi affianca, compagno temporaneo, una specie di vacanza con un vecchio amico che non vedevo da tempo e che perderò di vista nuovamente, perché, alla fine, la musica mi cercherà ancora e io non saprò resistere alle sue lusinghe. Mi lascerò conquistare dalle sue forme, dal suo profumo, dal suo sguardo e non avrò più il coraggio di respingerla, perché il silenzio è simpatico, interessante, profondo, intenso, ma a lungo andare avvizzisce, degenera, marcisce, nausea e io, nonostante le apparenze, non ho tutto questo gusto per l’orrido.

Yaaaaahhhhhh!!!!A volte mi sembra di scrivere da sempre e, invece, sono meno di trent’anni. Professionalmente ho usato il linguaggio parlato molto più di quello scritto, anche se da qualche tempo le modalità si sono invertite in termini quantitativi. E sono solo dieci anni che scrivo per piacere personale. Quest’ultima fase è iniziata quando la parola scritta sembrava stesse tornando in auge dopo due decenni di video, immagine, apparenza, body language, talk show. Il blog mi ha spinto a mettere “nero su bianco” quel che penso della realtà che mi circonda, mi contiene e mi permea. Si stava di nuovo trovando il tempo e il silenzio interiore per soffermarsi a leggere. Ricordo post extra-large (non proprio i miei) di amici e colleghi sui quali poi si dibatteva per pomeriggi interi con “commenti” tanto circostanziati, scherzosi, puntuti, talvolta deliranti, da innescare a loro volta discussioni accese che partivano per la tangente del post principale. C’erano anche allora i cosiddetti “troll”, provocatori che agivano appositamente per far degenerare la discussione e quanti sforzi si facevano per rintuzzarne i tentativi, ignorarli, isolarli, persino dialogarci e tentare una conversazione civile. Non sempre con successo, ma spesso sì. E allora era una soddisfazione essere riusciti a coinvolgere una specie di mina vagante difficile da maneggiare, sempre sul punto di esplodere, ma anche stuzzicante per il punto di vista così distante che recava con sé. In questo era un maestro il mai dimenticato Luciano Comida, dal quale ho imparato tanto su come gestire certe situazioni, anche in pubblico. Ma era sempre la parola che prevaleva, la ragione, la riflessione, il confronto. È durato poco. Cinque, sei anni. Poi tutto si è trasferito sul social network, il mezzo con cui, volente o nolente, abbiamo dovuto prendere confidenza un po’ tutti. Ricordo quando mi iscrissi a FB, ormai quattro o cinque anni fa, un collega mi disse: “ah, ti sei iscritto al sito di Zuckerberg proprio ora che tutti se ne stanno andando.” Non so da cosa l’avesse dedotto, ma forse aveva ragione lui, visto che ha fatto più carriera di me, anche se FB esiste ancora. Non sempre avere torto è negativo, anzi, sparar cazzate spesso paga.
Con il “social” tutto è cambiato: ciò che con il blog, nonostante il video, tornava ad assomigliare a un articolo, a un breve saggio o a un elzeviro da terza pagina (per i più bravi), sul nuovo medium subiva una violenta contrazione e si riduceva all’essenzialità di una battuta, un motto, uno slogan. Non sono contrario alla sintesi (come potrei con il lavoro che ho fatto e ancora vorrei fare, ma alle mie condizioni?), ma la complessità del mondo non può ridursi a 140 caratteri, non è naturale, è illogico, anti-storico, stupido. Se poi il post vuole assurgere al ruolo di notizia, notiamo come sia l’iperbole la forma vincente: in altre parole, più la spari grossa e maggiore sarà l’impatto e la credibilità. Ci sono siti, travestiti da giornali, che prosperano sulla moltiplicazione delle loro “notizie” grazie agli utenti di FB, i quali, in buona fede o meno, “condividono” questa melma irritante e corrosiva, buona solo per ingenerare rabbia, esasperazione, violenza, coltivare l’ignoranza e diffondere l’inganno.
Non si dialoga più, il confronto è una perdita di tempo, ragionare è un segno di debolezza e non ci si può permettere di essere deboli quando si combatte. Non sono pochi coloro che si sentono in guerra in questo momento, incoraggiati anche dai messaggi che giungono dalla cosiddetta classe dirigente, totalmente irresponsabile e senza dignità.
E allora, perché non sottrarsi al gioco al massacro, perché contribuire alla popolarità del sistema, perché partecipare e poi criticare? Perché non vivo in una grotta in mezzo alle montagne o in un atollo della Polinesia, ho necessità di restare in contatto con il mondo, anche se non sono l’animale più sociale che esista, ho bisogno di guardarmi intorno e capire cosa succede, ho l’esigenza di interpretare la realtà, leggere gli altri per comprendere chi sono io. Il giorno che sarò sazio di tutto questo sarà l’ultimo.

ACover ebook R quasi dieci anni dal primo post nel mio primo blog torno sul luogo del delitto. Era il 2005 quando ho aperto questa parentesi personale  nell’attività giornalistica professionale, grazie, soprattutto, a questi due animaletti che mi giravano attorno e hanno acceso la mia fantasia, nutrendo una vena ancora fortunatamente attiva, tra alti e bassi. A loro era ispirato in prevalenza Gatto-capra e Bonsai Suicidi; attorno a uno di loro, sotto mentite spoglie, girava Silenziosa(mente). Ecco, quindi, un volume interamente e specificamente dedicato ai due “pelosi”, con tanto di foto esplicative. Era un dovere, oltre che un piacere. Spero che lo sarà anche per voi. Buona lettura.

Rapsodia in nero rImprovvisamente sentii che stavo cadendo dentro me stesso. Risucchiato da una forza che mi attraeva alle spalle, ma altrettanto, avvertivo un’altra forza che mi tratteneva sul posto. Questa contrapposizione di forze produsse l’effetto di sbloccare la mia mente. Sentii chiaramente il rumore di un meccanismo che scattava, poi immaginai un ticchettio di ingranaggi di tutte le fogge, tondi, cilindrici, conici, a mezza luna, che ruotavano, i denti che si incastravano perfettamente negli appositi spazi, molle e bilancieri che ondeggiavano ritmicamente, li vedevo all’interno di un grande, gigantesco orologio. Si muovevano, all’inizio pesantemente, poi sempre più veloci e avvertii alla testa un dolore lancinante, come se avessi qualcosa dentro che scavava a fondo. In realtà non stava scavando, ma uscendo dalla mia faccia. Da quei grossi buchi provocati dalle pallottole che mi avevano ucciso. Vidi chiaramente la prospettiva dei proiettili uscire dalla carne e rientrare nella canna della pistola dalla quale erano stati sparati, come la via di fuga di un quadro rinascimentale. Vidi la maschera grottesca del volto sconvolto del bandito. Rividi me stesso quella tragica mattina mentre entravo in banca, mentre mi svegliavo, la sera precedente, mentre festeggiavo con qualche amico l’inizio delle vacanze e poi sempre più veloce si riavvolse all’indietro il film della mia vita fino all’infanzia e oltre.

Si dice spesso come sarebbe bello poter tornare indietro e rivedere ciò che abbiamo fatto e magari correggere gli errori, aggiustare le cose venute male, rimediare, modificare. Be’, non è bello, è nauseante, doloroso, orribile. La vita è scandita da eventi importanti, quelli che ci piace ricordare, belli o brutti che siano, ma che danno carattere all’esistenza. Purtroppo sono la minima parte di un tempo straordinariamente lungo di insignificanza oceanica. Un’attesa infinita. È come essere al gate di un aeroporto, aspettando un velivolo in ritardo, che non si sa in quale cielo si sia perso col suo carico di passeggeri ed equipaggio. Quando arriva, finalmente, saliamo e ci sentiamo destinati a uno scopo, ma, una volta scesi, ecco di nuovo la sala d’attesa, l’incertezza di avere il biglietto giusto, della corretta destinazione, di ciò che troveremo e di ciò che stiamo lasciando.

Aspettare è il nostro destino principale. E intanto, cerchiamo la nostra prossima meta. Il viaggio, in fondo, pare essere il vero senso della vita, analizzata col senno di poi, il tragitto da una destinazione all’altra alla ricerca di quella poca felicità che ci è concessa, così effimera ed eterea che evapora in un soffio e non sembra ripagare la fatica fatta per conseguirla. Per questo, perennemente insoddisfatti, si riparte per l’indirizzo successivo. Nel frattempo mi rivedevo condurre una vita anonima e incolore, tra lavoro, qualche amicizia superficiale, buoni propositi naufragati nella quotidianità spicciola e la colpevole rassegnazione.In fondo solo quattro episodi avevano realmente dato colore al mio viaggio durato trentasette anni: la nascita, la fuga di mio padre, la morte di Harsha e la mia. Nient’altro. Trentasette anni scanditi da ouverture, finale e due interludi, in una tragica opera prima e ultima, di cui nessuno avrebbe ricordato debutto, repliche e recensioni. E ora qui, in questo limbo aspettando la meta finale, senza che qualcuno annunciasse ritardi, disguidi, disservizi, tempi d’attesa ed eventuali risarcimenti. (da Rapsodia In Nero)

Rapsodia in nero rAmigo, non mi credi?

— Francamente non so, mi sembra tutto così letterario. Sembra una storia a fumetti o un vecchio film.

— Allora guarda.

Da sotto il saio Fra’ Pat sporse la gamba destra, si afferrò il piede, lo estrasse con uno scatto del polso e me lo gettò davanti.

— E questo cos’è, secondo te? Un trucco degli spiriti?

Ero allibito. Tuttavia, non so perché, sentii un’inspiegabile voglia di ridere. Tutta quella scena era assurda: io seduto per terra in un bosco davanti ad un frate, che mi racconta una storia del secolo scorso e poi mi getta il suo piede lurido con sandalo in grembo per farmi credere che sta dicendo la verità. Sembrava una barzelletta. E risi. Risi come non avevo mai fatto prima da quando ero morto. Non credevo nemmeno che si potesse ridere da morti. E poi perché? Non ero mai morto prima. Eppure risi senza freno, con le lacrime agli occhi. Risi tanto che mi faceva male la pancia. E non credevo che potesse fare male la pancia a un morto. Ma, d’altra parte, l’ho già detto, non ero mai morto prima. E questo mi faceva ancora più ridere.

Stavo diventando pazzo? Ma un morto può essere pazzo? Pensavo che la morte cancellasse tutte le menomazioni, fisiche e mentali e invece no. Fra’ Pat aveva un piede finto, Carmen era estremamente irritabile e io stesso non ero certo delle mie facoltà mentali. E tutto questo nell’aldilà, o comunque lo si volesse chiamare. Non era da pazzi tutto questo? E non era da folli riderci su?

Davanti a me, attraverso le lacrime che mi scendevano dagli occhi, scorsi il volto di Fra’ Pat mutare forma. Da allungata verso il basso, a causa dell’espressione drammatica che aveva assunto raccontandomi quella storia assurda, lo vidi tornare tondeggiante e arrossarsi. Una specie di enorme canyon gli si aprì trasversale tra mento e naso. Anche i suoi occhi si fecero piccoli come i miei e dalla bocca ormai spalancata uscì una specie di tuono intermittente. Le orecchie che spuntavano dai capelli spettinati erano scarlatte. Il corpo scosso da convulsioni, il ventre che saltava su e giù, le mani che sbattevano sul terreno sollevando ciuffi d’erba e qualche sassolino. Rideva come un pazzo pure lui. Due squilibrati, due folli, due spiriti che si rotolavano su un prato sconvolti dal riso. (da Rapsodia In Nero)