Category: Arte e cultura


E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

(John Steinbeck, Furore, 1939)

Siamo il popolo, la gente che sopravvive a tutto, nessuno può distruggerci, noi andiamo sempre avanti.

(Ma’ Joad, Furore, John Ford, 1940)

Il 21 febbraio avevo postato queste citazioni dopo avere rivisto il film di John Ford e avere scoperto che, nella edizione italiana, la frase citata da Ma’ Joad, pur essendo fortemente emblematica, chissà perché, era stata tagliata. Sono in vena di classici, ultimamente, forse perché il mio romanzo si è arenato in rilettura e sto cercando motivazioni. In questi ultimi due giorni ho sorbito (è il verbo esatto, a sorsi brevi e frequenti) Stabat Mater di Tiziano Scarpa e, al di là dell’argomento musicale che mi ha intrappolato, l’ho trovato alquanto deludente, nella sostanza e nella forma. Questione d’opinioni, naturalmente e di propaganda televisiva, dato che era stato parecchio “pompato” nei programmi di divulgazione letteraria (è Einaudi) e mi ero fatto convincere. M’aspettavo di più. Ora, I Karamazov dovranno aspettare, perché Tom Joad ha preso il sopravvento.

Annunci

“I grandi classici non tramontano mai”: ce lo sentiamo ripetere periodicamente dalla radio e dalla televisione quando qualche editore ci vuole rifilare l’ennesima ripubblicazione di Cuore, I Promessi Sposi, Guerra E Pace, I Tre Moschettieri o le poesie di Rainer Maria Rilke, Pablo Neruda ed Eugenio Montale, magari allegata al quotidiano o al settimanale. Nulla di male in tutto ciò, intendiamoci, ma la frase fatta già suona commercialmente sospetta. Meglio riscoprirli da soli i classici, frugando in libreria, sui piani più alti e polverosi, negli stipi dove si sono infilati i vecchi libri di scuola invenduti. Tra decine di storie orientali, grazie a mio padre appassionato di Salgari e avventure esotiche in genere, ho rinvenuto un’edizione scolastica di David Copperfield di Carlo Dickens (sic), tradotta da Cesare Pavese per gli studenti delle medie, con annotazioni chiarificatrici e pronunce corrette (più o meno) dei termini inglesi, anno 1964. All’epoca avevo due anni, mio fratello dodici e, infatti, era suo. “La Storia E Le Esperienze Personali Di David Copperfield” – questo il titolo completo ideato da Carlo Dickens – è un libro che a scuola ho sempre cercato di evitare. Non so perché, ma ne diffidavo, lo confondevo con “Incompreso”, mi ricordava “Il Giornalino Di Gian Burrasca”, che, peraltro mi piaceva, ma senza la parte divertente. Insomma, lo associavo all’angoscia di crescere e non essere accettato. E, infatti, Carlo Dickens, di angoscia, e violenza, freddo, crudeltà e morte, ne ha rovesciate a palate in Copperfield. Poi, io preferivo Giulio Verne – come si diceva allora, facendoci credere che fosse italiano – e i suoi viaggi sulla Luna o al centro della Terra, sotto i mari o in isole misteriose. Finalmente, messe da parte riserve e angosce, l’ho letto e gustato sino in fondo. Devo confessare che, nonostante il secolo e mezzo abbondante trascorso, Copperfield si apprezza ancora, non tanto per la storia, che, riportata ai giorni nostri, è ancora attuale – sopraffazione, ingordigia, disonestà, ma anche candore, altruismo, generosità, sono temi universali e senza tempo – ma per il linguaggio di Dickens, le metafore tuttaltro che scontate, il sentimento che traspare da certe pagine, come quelle sulla morte della madre e della moglie del protagonista, il terrore che emerge dal racconto del naufragio in cui periscono il suo più caro amico e l’uomo corso a salvarlo, a cui il primo aveva rubato la promessa sposa (ve l’ho detto, freddo, amore e morte dilagano ovunque); l’efficacia con cui  l’autore descrive il viscido ed infido Uriah Heep, l’ironia che Dickens lascia scorrere qua e là commentando certe figure buffe come la zia Betsy e lo scombinato Micawber, che si rivelano, alla fine, personaggi indispensabili alla risoluzione felice di vicende complicatissime. È anche un bel ritratto della società inglese dell’Ottocento, dove si cresceva in fretta, non c’era tempo di restare bambini a lungo, si andava a lavorare anche a nove-dieci anni, se non si aveva la fortuna di poter studiare – e anche a scuola erano dolori, a causa di pene corporali che venivano inflitte con abbondanti dosi di sadismo – la giustizia non sempre era giusta, la corruzione era strumento utile per farsi strada, mentre le donne erano destinate a sposarsi in matrimoni combinati dai genitori, spesso per ragioni che avevano a che fare più col denaro che col sentimento e, comunque regolati dal rigidissimo sistema delle classi sociali. Ombre e luci, amore, crudeltà e morte in questo bel romanzo, non so quanto adatto ai ragazzini delle medie degli anni Sessanta, ma certamente apprezzabile ancora oggi. Ho sullo scaffale “I Fratelli Karamazov” che mi guata da un paio d’anni, accanto a “Giochi Sacri” di Vikram Chandra, quello di “Terra Rossa e Pioggia Scrosciante”. Non so se seguire una filologia cronologica, che mi orienterebbe verso Dostoevskij o storico-sociologica, che mi porterebbe verso l’India. Sono entrambi tomi da un migliaio di pagine. Oddio, lì di fianco ho visto “Pattini D’Argento”, ma non ho il coraggio di aprirlo: dopo le esperienze dell’estate scorsa sento ancora il freddo del ghiaccio sul fondoschiena. Qualcuno l’ha letto? Ne è uscito con le ossa integre?

Sono padre! Ecco spiegata la nausea con cui mi sono svegliato ieri. Tutti a prendere in giro, a far battute, a scherzare e invece era vero. Una paternità inaspettata, ma voluta, capitata all’improvviso come una notizia piovuta dall’Ansa. In questo caso dalla Rete. Sono padre, d’accordo, ma non mi sono moltiplicato o riprodotto, o almeno, non che io sappia: se c’è un piccolo gcanc che zampetta in giro, lo fa a mia insaputa. Ad ogni modo, sono padre di una parola, l’ho adottata dopo avere saputo dell’iniziativa della società Dante Alighieri, volta alla difesa delle parole inusitate che rischiano l’oblìo. Non mi piace la locuzione “ai miei tempi”, né credo che una lingua debba restare immobile, altrimenti parleremmo e scriveremmo ancora come i fenici, ma ci sono molti modi di fare evolvere una lingua e quello in vigore è terrificante, non tanto per l‘uso di parole straniere, che hanno sempre contaminato l’italiano (pensiamo ai numerosissimi lemmi che derivano da arabo, spagnolo, francese, tedesco e inglese, persino nel dialetto), ma per la povertà del linguaggio, che ci rende poveri anche di pensiero. L’italiano è una delle più belle lingue del mondo, ha avuto un’evoluzione straordinaria e la sua ricchezza sta proprio nella varietà. Impoverendo la lingua, impoveriamo noi stessi e non ne abbiamo davvero bisogno. Perciò sono diventato padre adottivo di una parolina di uso non comune, me ne rendo conto, e, dato che tra gli impegni presi nell’atto di adozione ho assunto anche quello di usarla sempre appena possibile e diffonderla, ma so che non sarà cosa facile. Però mi piaceva il suono e il suo significato metaforico, quello che le ho voluto attribuire. La parola, il lemma, detto in linguaggio tecnico è: enarmonia. Capite bene che non è proprio un termine che si può inserire in un discorso normale:
“Ciao, come stai?”
“Bene, mi sento enarmonico, e tu?
“Sono andato in vacanza a Biella, ho fatto una passeggiata nei boschi per funghi, ma non ho trovato l’enarmonia che cercavo.”
Oppure:
“La situazione contingente impone misure enarmoniche che saranno contestate e provocheranno agitazioni. La CGIL ha proclamato uno sciopero in enarmonia con le altre sigle sindacali.”
Enarmonia, in effetti, nel sistema musicale temperato occidentale, è il rapporto tra due note, che pur appartenendo a scritture diverse, hanno la stessa altezza. In altre parole, si scrivono differentemente, ma suonano in ugual modo. È chiaro che il discorso in cui rientra l’enarmonia è prettamente tecnico e si esaurisce in fretta: si e do bemolle sono enarmonici, mi diesis e fa vivono un rapporto enarmonico, la bemolle e sol diesis coabitano in enarmonia e così via. Stop. Finito. Discorso chiuso. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, è bello che la stessa nota, lo stesso suono, la stessa vibrazione, lo steso concetto, possano essere chiamati in modi diversi. Sembra che parlino due lingue differenti, ma, in realtà, esprimono la stessa idea di altezza e di emozione. Per questo mi piace “enarmonia”: esprime ricchezza e unità, diversità e univocità, differenza e intesa. È come essere padre di due gemelle: enarmonia e ainomrane. Va be’, mi accontento di poco, ma di questi tempi non si può esagerare. Già essere padre è coraggioso: tra qualche anno saranno adolescenti e vorranno le chiavi di casa, torneranno tardissimo dopo essere uscite con cluster e dodecafonico, aver passato la serata al tritono e aver tracannato marzemino. A pensarci bene: ma chi me l’ha fatto fare?

Ad una conferenza su arte e scienza: l’artista dice di essersi ispirata alla scienza per realizzare la sua opera; lo scienziato annuisce e dice che l’arte spesso attinge al magazzino della scienza per ispirarsi. Tutto bello, ma avrei voluto fare una domanda, che mi è rimasta in gola, poiché non erano previste domande (forse perché quando sono previste nessuno ha il coraggio di farle): ma se la scienza è in cerca della legge definitiva, della regola ultima, che spieghi la natura dei fenomeni, che riveli finalmente e definitivamente i meccanismi intrinsechi di ciò che vediamo e percepiamo, insomma, se la scienza è in cerca di risposte, mentre l’arte fa domande e non sa fare altro, procede per rotture, delle regole, delle convenzioni, del “dato per scontato”, se l’arte è il più alto modo di porre dubbi e rappresentare un punto di vista che non è convenzionale e universalmente accettato, come fanno arte e scienza ad andare d’accordo? Cosa si raccontano la sera, la testa sul cuscino, prima di addormentarsi? Ecco, questo avrei voluto chiedere. Magari a braccio mi sarebbe venuta una domanda un po’ più breve e concisa, ma si sa che scrivendo ho la tendenza a dilungarmi e a precisare meglio, tuttavia non mi resta che tenermi il dubbio artistico e, al limite, proporlo ai lettori/viandanti che passano di qui.

C’è un nuovo nato in casa. Dato che mi sono impegnato a non moltiplicarmi biologicamente, ma il mio DNA, condiviso con mio fratello, si è trasmesso parte ai suoi figli – miei nipoti – parte devo aver lasciato in giro senza dar luogo a scissioni geometriche, parte finirà nel grande tutto/nulla dell’universo alla mia dipartita e quindi alla futura umanità tutta, ho pensato di riprodurmi ancora informaticamente. Al primo blog, What A Wonderful World, ormai abbandonato a se stesso come le sonde Voyager, è seguito l’erede bonsaisuicidi (quello che state consultando, casomai vi foste distratti), il quale vive vita parallela a distanza col cugino facebook (autarchicamente detto anche libro delle facce), il quale ha copulato incestuosamente con i link di bonsaisuicidi, generando il gruppo Silenziosa(mente) e dando vita al concorso omonimo. Sembrava finita, ma le circostanze della vita, qualche incontro fortuito, un po’ di incazzatura, riflessioni a mazzi, soprattutto di notte, quando il buio contribuisce a creare mostri, ecco che dal gruppo, dal blog, dal link e da me, in un’ammucchiata indegna e scandalosa, nasce un altro blog: si chiama Silenziosa(mente), come il romanzo, come il gruppo, come una delle più belle composizioni di Joe Zawinul (In A Silent Way), come vorrei che mutasse tante volte la realtà che mi circonda: “Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire” si diceva ne La Voce Della Luna. Sarà un luogo di lettura, scrittura, ascolto, visione, riflessione sulla musica, sulle musiche, sui musicisti. Possibilmente, facendo il minor rumore possibile, chiacchierando tranquillamente come si fa in un salotto, seduti su comodi cuscini, tazza di tè appoggiata sul tavolino basso e la casse che diffondono suoni. Come si ascoltava una volta la musica, con calma, relax, attenzione, concentrazione, godendone e non consumandola, perché le cose consumate, alla fine, si buttano. Se vi va, venitemi a trovare anche lì. Altrimenti accontentatevi dei vostri miseri, microscopici, ridicoli, antiestetici, consumistici mp3.

GIADA DE GIOIA DUO

Il duo prende forma attorno alle composizioni di Giada de Gioia, ispirate dal suo gusto per il blues della tradizione, dal jazz, dal rock, ma anche dalla radice mediterranea che caratterizza molte sue canzoni. Sulla scena milanese e nazionale da diversi anni, Giada si distingue per l’agilità e la potenza vocale, che le consentono di affrontare i repertori più disparati, dal pop, al rock, passando per l’improvvisazione scat e le incursioni etniche. Ha all’attivo incisioni di jazz, gospel e world music.

A lei si è unito da qualche tempo il pianista Giulio Cancelliere, di formazione classica, ma fondamentalmente anarchica, per cui senza alcun legame di generi e forme. Insieme hanno arrangiato le composizioni originali di Giada, diverse cover di autori celebri (Cohen, De André, Battisti, Clapton, U2, Cave, Buarque) ed hanno appena pubblicato il singolo Donne Come Fiori su etichetta Zimbalam, un pezzo da combattimento di forte impatto rock, reperibile sui principali digital store.      http://www.giadadegioia.com

si prenota al 320 8911819