Category: Arte e cultura


Stavo pensando che il prossimo 2 novembre inizia il mio romanzo Silenziosa(mente) dedicato agli ottant’anni di Joe Zawinul. In realtà il romanzo era stato scritto tra il 2006 e il 2007 e pubblicato, tra molti ripensamenti, nel 2010. Chissà che giorno sarà il 2 novembre? Chissà se ci saranno 5° e il cellulare squillerà furiosamente alle 8 del mattino per spedirmi da qualche parte per lavoro? E chissà se la notte precedente sognerò una session fallimentare su St. Thomas con Sonny, Doug e Max? Riflettendoci, quel giorno potrei iniziare la pubblicazione on line dei vari capitoli che si dipanano giorno per giorno dal 2 al 13 novembre, come fanno a volte per le opere liriche, nei luoghi originali e nei tempi scanditi realmente dalla narrazione. Io non posso trasferire i lettori fisicamente qua e là da MIlano alla Camargue a Chartre, ma con l’aiuto di qualche foto o video, magari…

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Venerdì sera vi aspettiamo qui

Premessa: questa non vuole essere una recensione, che necessiterebbe di una dettagliata disamina della storia e dello stile, ma una serie di impressioni che mi ha lasciato il libro.

Nonostante la febbre ho portato a termine senza troppo fatica la lettura di 1Q84, l’ultimo romanzo di Haruki Murakami (scritto nella sequenza occidentale nome e cognome) e non mi è sembrato il suo capolavoro, come molti pare abbiano già detto e scritto. Se si è lettori dell’autore giapponese si è anche abituati ad enigmi irrisolti, personaggi fuori dagli schemi, passaggi repentini dalla realtà alla fantasia o, più spesso, fantasie che diventano inequivocabilmente realtà, dettagliate ossessioni, visioni oniriche e così via. Una cosa che mi ha sempre colpito della sua scrittura — il primo libro che ho letto è stato Kafka Sulla Spiaggia e mi ha stregato — è l’essenzialità, la mancanza di orpelli inutili, la scelta precisa delle parole che dessero il giusto significato al concetto, all’immagine, allo scenario. E le metafore, molte, giuste, incisive, equilibrate, evocative, tante di carattere musicale. Ora, in 1Q84, tutto questo non l’ho ritrovato, o, più correttamente, l’ho ritrovato solo in parte, tanto che, mentre lo leggevo, mi chiedevo se fosse stato tradotto male (si sa, la colpa è prima di tutto del traduttore traditore) e, invece, ho verificato trattarsi dello stesso traduttore di Kafka e Norwegian Wood: Giorgio Amitrano. A parte la storia, visionaria e affascinante come sempre, anche se troppo favolistica rispetto ad altre come L’Uccello Che Girava Le Viti Del Mondo o Afterdark, mi sembra di avere colto nella narrazione di Murakami qualche barocchismo di troppo, iperboli fuori luogo, ripetizioni/ossessioni fin troppo insistite. Insomma, mi è parso un Murakami diverso dal solito, più concentrato su un’elaborazione stilistica e formale, che sostanziale, come se avesse voluto accontentare i suoi lettori affamati di metafore orientali fatte di mare spumoso, isole nebbiose, brume che si alzano da pianure desolate e gelide, germogli che sbucano dalla terra smossa. Purtroppo, avrei dovuto prendermi degli appunti durante la lettura, ma non pensavo di avere voglia di scriverne una recensione e, francamente, al momento non ho intenzione di scorrere di nuovo le oltre 700 pagine per sottolineare  passaggi che non mi hanno convinto, anche se ce ne sono parecchi. Con ciò, Murakami resta uno dei miei scrittori preferiti e maestro della narrazione, proprio per quel suo essere fuori dai canoni, anche se, questa volta, ha voluto essere troppo se stesso, si è replicato, come se fosse nato da una Crisalide d’Aria nell’anno 1Q84. Tra l’altro la storia non termina in questa edzione pubblicata da Einaudi, ma c’è un seguito in uscita in Italia nel prossimo ottobre, a quanto pare. C’è da chiedersi perché non abbiano pubblicato tutta la storia in un volume unico, come avevano già fatto in Giappone?

Cappa è un giornalista, è il protagonista del mio romanzo Silenziosa(mente). Queste sono alcune delle esperienze vissute durante la sua carriera, avventure e disavventure, appunti e disappunti.

Arrivo al locale casualmente all’orario concordato, perché trattenuto al telefono dalla solita chiamata-fiume del direttore, il quale naturalmente aveva 500 cose da dirmi e le voleva dire tutte nella medesima chiamata, altrimenti, affermava, se le sarebbe dimenticate, così la facoltà di dimenticarle la passava a me. Di solito il mio anticipo è di almeno mezz’ora, perché mi piace assistere al sound-check, a parte quello della batteria che trovo insopportabile e poi il sound-check dice molto dei musicisti: ci sono i precisini, gli incontentabili, gli insopportabili, gli speriamo-bene, i massì-tanto-andrà-tutto-alla-rovescia, i massì-alla-fine-andrà-tutto-bene, quelli che maledicono il fonico di sala, quelli che maledicono il fonico di palco, quelli che maledicono e basta, quelli che non vogliono sorprese e quelli che le avranno comunque. Invece il sound-check è già finito e l’artista è impegnato in un’intervista con un collega munito persino di telecamera. Mi presento all’addetto del locale che smista i giornalisti e si staglia in mezzo alla sala come una faro fuori posto, roteando la testa e lo sguardo intorno.
— Sono Cappa della rivista Jazz-Rock Revue e sono qui per intervistare Roy Jamerson. Sono d’accordo col suo management.
Nonostante l’addetto mi abbia già visto decine di volte e sappia benissimo chi sono, si atteggia tra il sospettoso e l’incerto, consulta un foglio e mi dice che non sono in elenco.
— Pazienza, se il mio nome non è scritto, è normale, ma Roy mi aspetta e sa benissimo che abbiamo un’intervista da fare.
— Va be’, se vuoi aspettare qui, appena finisce quella in corso provo a chiedergli se la vuole fare anche con te. Tieni conto che deve mangiare prima del concerto — mi informa l’inutile idiota, con la faccia di chi sta per concedere la grazia ad un essere talmente insignificante, il sottoscritto, da non sprecare ulteriore fiato per chiedergli se vuole qualcosa da bere, anche solo dell’acqua di rubinetto o della sciacquatura di piatti. Si disidrati pure sul posto, che poi penseranno i camerieri a spazzarla via con uno scopino e una paletta, sembra pensare.
Mentre gli sto mentalmente lanciando la terribile maledizione di Quetzalcoatl, ecco che Roy termina l’intervista col collega e guarda verso me, ma sembra non vedermi. In compenso, a lui si avvicina il “predestinato” e gli mormora qualcosa guardando verso la mia parte. Stavolta Roy Jamerson sembra scorgermi e vedo che fa segno col dito verso l’alto. Capisco che non mi sta invitando ad impiccarmi ad una trave del soffitto, ma lo devo raggiungere al piano di sopra, dove ci sono i camerini e faremo l’intervista mentre mangia, una bella intervista con la bocca piena di maccheroni al sugo. Niente di meglio.
Di sopra c’è anche sua moglie, una non giovanissima donna che canta con lui. Mi presento e lei mi spara un sorriso di circostanza, ma noto che osserva anche il marito con perplessità. Lei sa già cosa sta per succedere. Io no.
Ci sediamo al tavolo ed inizio con le domande a Roy sulla sua carriera di bluesman, cantante, chitarrista, multistrumentista. Lui ascolta distrattamente, mentre rovescia da una teglia un quantitativo di pasta asciutta che sarebbe bastato ad un plotone di alpini appena discesi dalla parete nord del Cervino. Risponde a monosillabi, anche perché i maccheroni che ha in bocca rendono ardua una più compiuta articolazione di parole sensate.
Io non demordo e gli chiedo ragione di una chitarra Wurlitzer che ho visto su un suo vecchio disco, ma lui mi fa segno di “no” con la testa.
— Cosa significa “no”? — gli domando.
— I never had, I never played a Wurlitzer guitar — mi dice.
Come no, cazzo, c’è nel tuo disco del 1993, c’è anche la tua foto con questa chitarra. — insisto.
— You’re wrong — taglia corto lui, mentre il mento gli si unge di sugo di pomodoro.
Avrei fatto bene a dare retta al verme del locale che ho lasciato di sotto e che ormai, se Quetzalcoatl ha fatto il suo dovere, dovrebbe essersi già trasformato in lombrico delle paludi del Golfo del Messico . È stato un errore chiedere quest’intervista ad uno che non aveva voglia di farla. Bastava dirlo, però, ci saremmo risparmiati entrambi una scocciatura. Nonostante i buoni uffici della moglie di Jamerson, che, consapevole del caratteraccio del marito e comprensiva nei miei confronti, tenta di compendiare i grugniti del coniuge con qualche spiegazione in più, decido di lasciare perdere e farlo finire di mangiare, meditando vendetta in sede di recensione del concerto. Scendo di nuovo nel locale ancora schiumante rancore, prendo posto ad un tavolino non troppo vicino al palco per non incrociare più lo sguardo di quell’ingordo maiale pieno di maccheroni al sugo. Dopo poco si spengono le luci e l’otre ripieno di pasta asciutta fa il suo ingresso sul palco tra gli applausi scroscianti del pubblico. Applaudite, applaudite, penso, ve ne accorgerete di come avete speso male i vostri soldi.
Appena si siede dietro l’organo Hammond e accenna i primi accordi mi casca la mandibola. È un incanto: nel giro di trenta secondi ho già dimenticato la perdita di tempo, il trattamento ricevuto e la rabbia è evaporata. Ha un tocco magistrale e un senso del blues e del gospel maturato in anni di frequentazione delle chiese battiste sin da bambino. Anche l’intonazione del canto è precisa e densa del giusto feeling. Dopo qualche brano arriva anche sua moglie ad affiancarlo, ma senza aggiungere granché all’intensità già raggiunta da Roy: se anche avesse continuato da solo per due ore, mi sarebbe piaciuto ugualmente. Alla fine mi viene voglia persino di andare a stringergli la mano e fargli i  miei complimenti, ma soprassiedo. Piuttosto, il giorno successivo chiamo la sua etichetta e spiego che magari Roy non era di ottimo umore e allora, si poteva integrare la mezza intervista fatta di persona con delle risposte scritte alle domande che gli avrei fatto recapitare via mail. Mi dicono che la cosa è fattibile con facilità. La risposta a quelle domande non è mai arrivata. Quando uno è stronzo, lo è fino in fondo, anche se è un musicista da sogno.

Non ho mai visto un concerto di Bruce Springsteen e ho vissuto ragionevolmente bene. Avrei anche proseguito un’esistenza dignitosa senza recarmi in uno stadio pieno di scalmanati per seguire le gesta di una rockstar con l’aspetto di un anziano camionista americano, che esegue musica fondamentalmente per anziani camionisti americani, se non avessi accanto una cara persona convinta che, almeno una volta nella vita si deve vedere un concerto del Boss. E allora, il 24 novembre, appena messi in vendita, mi sono assicurato due biglietti per il concerto del 7 giugno a Milano. È la prima volta che acquisto dei biglietti con così largo anticipo. Mi auguro che se non riuscirò a vedere Springsteen quel giorno non sia per colpa mia. Previdente, il sito TicketOne, che mette in prevendita i biglietti, propone anche una polizza assicurativa in caso di impedimento, ma avevo già speso uno sproposito e ho soprasseduto. Decido, però, di farmi recapitare i biglietti a casa, giusto per tenerli in custodia fino alla fatidica data, al non modico costo di 9,99€. Da notare il vettore, denominato “Corriere Espresso” a simboleggiare velocità, efficienza, motore, lampo e tuono, un secolo fa avrebbe entusiasmato Filippo Tommaso Marinetti. Associato, poi, ad internet, tutto ciò si trasforma in automatismo, immediatezza, fibra ottica, trasferimento alla velocità della luce, anzi, dei neutrini. E invece… Il 2 dicembre scrivo sconsolato al servizio clienti TicketOne – avrei potuto telefonare, ma questi erano i costi (CALL CENTER TICKETONE 892.101 Il costo massimo della chiamata al minuto è di Eur 1 da rete fissa (senza scatto alla risposta), di Eur 1,2911 da cellulare TIM (scatto alla risposta Eur 0,1291), di Eur 1,5 da cellulare VODAFONE (scatto alla risposta Eur 0,1) e di Eur 1,3 da cellulare WIND (scatto alla risposta Eur 0,1250). Tutti i costi evidenziati sono espressi al netto I.V.A.)  – questa mail: “Buongiorno, ho acquistato due biglietti per il concerto di Bruce Springsteen il 24 novembre con consegna a domicilio tramite Corriere Espresso, ma ad oggi, 2 dicembre, non è arrivato nulla. Per un costo di 9,99€ la velocità del Corriere Espresso è assolutamente inaccettabile. Quando pensate che mi verranno recapitati i biglietti? Potete verificare? Grazie.”
Dopo cinque giorni, la mattina del 7 dicembre, giorno festivo a Milano, mi vengono consegnati i biglietti dal Corriere non più Espresso, ma ormai poco più di un accelerato. Nel plico c’è un cartoncino adesivo con la mia prenotazione del 30 (!!!) novembre, ma la matrice del biglietto riporta la data corretta della prenotazione (24 novembre). Ma non finisce qui: oggi 12 dicembre, dieci giorni dopo le mie rimostranze e cinque giorni dopo la consegna dei biglietti, giunge la risposta di TicketOne: “gentile cliente, l’ordine è in carico al corriere”. In pratica, mi annunciano laconicamente che nei prossimi giorni me li consegneranno. Faccio notare di nuovo che tutte le comunicazioni sono avvenute attraverso la posta elettronica. Probabilmente se avessero viaggiato a piedi o a cavallo sarebbero state più veloci. Ho risposto a TicketOne (lo so, sono tignoso, ma trovo insopportabile questo sistema di semi-monopolio della distribuzione dei biglietti per gli spettacoli e l’abitudine di tenere alla larga i clienti attraverso i call-center a pagamento): “Appunto, dal 24 novembre al 6 dicembre. Me lo comunicate il 12 dicembre, mentre, nel frattempo, il plico è già arrivato. Complimenti per i tempi di reazione, un bradipo è una scheggia al vostro confronto.” Ora non mi resta che attendere il 7 giugno, sperando che Springsteen arrivi con i suoi mezzi a Milano e non si faccia consegnare dal Corriere Espresso di quel fulmine di TicketOne.