Category: Art.21


Questa sera alla Macelleria Messicana

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Chilli con carne alla Diaz

Sul palco: G8 and His Cops e i Celerini Canterini

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E’ un po’ di giorni che si legge su giornali, quotidiani, periodici, blog, di "citizen journalism". Pare che anche Al Jazeera si stia lanciando in questo settore, grazie anche alle possibilità che la tecnologia mette a disposizione di chiunque. Ti trovi sul posto dove si verifica un evento? Lo puoi documentare col telefonino, metterlo in rete, in onda, nell’etere, tutti lo potranno vedere. In tal modo, anche l’impiegato, lo studente, la casalinga, il manovale, il medico, il docente universitario si sentirà cronista, reporter, inviato. Se ne nutrirà il loro ego, non certo l’informazione, che deve essere mediata da un professionista. Non basta la telecamera per riportare un evento, bisogna conoscerlo, svelarne i retroscena, conoscerne cause ed effetti, altrimenti ci si comporta come quel tale che distribuiva le videocassette da lui stesso registrate nel proprio studio, con i suoi discorsi e le sue tesi e pretendeva che i telegiornali le trasmettessero integralmente e senza commenti.Questo non è giornalismo, è manipolazione dell’informazione. Ed è curioso, ma neanche troppo, che si tenti di farla passare per democratizzazione del sistema dell’informazione, cosicché ognuno si possa costruire il suo sistema informativo. L’informazione è un insieme di punti di vista, più è ampio e pluralistico, più è corretto, ma deve essere gestito professionalmente, il dilettantismo è fallimentare e più facilmente controllabile.

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Questa è la scritta che compare se si tenta di collegarsi al blog di Marco Giacosa, appoggiato alla piattaforma de La Stampa, quotidiano torinese di chiara fama e automobilistica proprietà.
Questo accade per una ragione di censura ammantata di correttezza giornalistica, dovuta alle critiche che il blogger ha espresso nei confronti della regolarità di un concorso letterario-fotografico bandito da La Stampa stessa. Tra i partecipanti del concorso comparirebbero dipendenti della Stampa, mentre il regolamento lo vieta espressamente. Il Giacosa, forse con toni forti, chiedeva ragione di questa situazione, esigendo spiegazioni e chiarimenti, ma la risposta è stata la censura, l’oscuramento della pagina blog e di quelle che lo sostenevano apertamente. La ragione sarebbe il timore di cause contro l’editore per la pubblicazione di notizie false e diffamanti (???) Ora, che ci siano delle regole da rispettare relative alla pubblicazione dei nomi di persone coinvolte in una vicenda, va da sé, ma il blog non è un giornale, anche se talvolta ne ha la dignità; il blog è una piattaforma messa a disposizione da un editore, ma ha una natura tutta diversa da quella di un giornale, anche se vanta un direttore responsabile, ma non può mettere il bavaglio a chi scrive, soprattutto se non incita alla violenza, al razzismo, alla discriminazione, anche perché in quel caso interviene il codice penale. Se un editore come la Stampa non è in grado di sostenere una causa (mi viene da ridere) intentata dai suoi dipendenti, potrebbe tranquillamente smettere di stampare giornali e mettersi a stampare volantini per le liquidazioni dei grandi magazzini. Ma stiamo scherzando? Gli editori ricevono decine di denunce ogni anno da parte di gente che si sente diffamata, ha un ufficio legale apposta, paga fior di avvocati che non fanno altro nella  vita. Ripeto, non conosco tutti i termini della vicenda e mi riservo di ascoltare altre parti se vorranno dare spiegazioni, ma l’idea che la Stampa, come Golia, abbia paura di un Davide come Giacosa, mi fa temere che di fronte a Mastella (per dirne uno) se la faccia addosso. Stanno per essere seppelliti da una montagna di risate.

Codici e cadaveri

Il Gazzettino di Venezia ha pubblicato in prima pagina la foto del cadavere del bimbo mai nato di Jennifer Zaccone estratto dal ventre della ragazza durante l’autopsia. Il direttore Bacialli spiega la decisione: "I genitori di Jennifer me l’hanno chiesto" – aggiungendo che dal punto di vista giornalistico era estremamente rilevante. In altre parole uno scoop. Inoltre accusa di ipocrisia i colleghi dicendo che i cadaveri dei bambini di Beslan sono stati mostrati al mondo. L’opinione pubblica e gli addetti ai lavori si sono divisi.  Esistono leggi e sentenze che regolano la materia. Vi lascio qui un articolo pubblicato nel 2002 dal presidente dell’ordine dei giornalisti della Lombardia Franco Abruzzo, cui, tra l’altro, compete il giudizio sull’operato del direttore Bacialli, in quanto iscritto appunto a quest’ordine. E’ un po’ lungo, ma abbastanza esplicativo e offre sufficienti strumenti per formarsi un’opinione su quanto accade nell’informazione oggi.

Articolo da Tabloid n. 6/2002

Pubblicare foto raccapriccianti

e impressionanti non è diritto

di cronaca e costituisce reato.

Il principio vale per tutti i media

 

di Franco Abruzzo*

La
libertà di stampa in Italia e nei Paesi del Continente europeo è
vigilata dalla legge. Non esiste il diritto di pubblicare quello che si
vuole. Lo stesso articolo 21 (sesto comma) della
Costituzione "vieta le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte
le altre manifestazioni contrarie al buon costume" e annuncia
"provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni". Buon
costume significa comune sentimento della morale. I limiti
all’esercizio del diritto di cronaca e di critica sono sostanzialmente
due e sono racchiusi nell’articolo 2 della legge n. 69/1963
sull’ordinamento della professione giornalistica: il rispetto della
dignità della persona e il rispetto della verità sostanziale dei fatti.
Questi principi riflettono norme costituzionali e valori affermati in
diverse sentenze della Corte costituzionale e in particolare nella
sentenza 112/1993: "Sotto il primo profilo, questa Corte ha
da tempo affermato che il "diritto all’informazione" va determinato e
qualificato in riferimento ai principi fondanti della forma di Stato
delineata dalla Costituzione, i quali esigono che la nostra democrazia
sia basata su una libera opinione pubblica e sia in grado di
svilupparsi attraverso la pari concorrenza di tutti alla formazione
della volontà generale. Di qui deriva l’imperativo costituzionale che
il "diritto all’informazione" garantito dall’art. 21 sia qualificato e
caratterizzato: a) dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze
e notizie…; b) dall’obiettività e dall’imparzialità dei dati forniti;
c) dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità
dell’attività di informazione erogata; d) dal rispetto della dignità
umana, dell’ordine pubblico, del buon costume e del libero sviluppo
psichico e morale dei minori".

L’articolo 15 della legge n. 47/1948 sulla stampa punisce,
con la pena della reclusione da tre mesi a tre anni, la pubblicazione
di "stampati i quali descrivano o illustrino, con particolari
impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o
anche soltanto immaginari in modo da poter turbare il comune sentimento
della morale o l’ordine familiare o da poter provocare il diffondersi
di suicidi o delitti". Questo principio vale per tutti i media.
L’articolo 15 è stato esteso al sistema televisivo pubblico e privato
dall’articolo 30 (comma 2) della legge n. 223/1990 (o "legge Mammì").

L’articolo 15 della legge sulla stampa è stato ritenuto legittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n.
293/2000. In sostanza il divieto di pubblicazioni a contenuto
impressionante o raccapricciante non contrasta con la Costituzione
perché è diretto a tutelare la dignità umana. "Quello della dignità
della persona umana – ha affermato la Corte – è valore costituzionale
che permea di sé il diritto positivo e deve dunque incidere
sull’interpretazione di quella parte della disposizione in esame che
evoca il comune sentimento della morale". Bisogna
intendersi sul concetto di raccapricciante e impressionante. Ci aiuta
la giurisprudenza. I giudici hanno ritenuto che fossero raccapriccianti
e impressionanti le foto del cadavere di Aldo Moro, quelle del corpo in decomposizione di Alfredino (il piccolo finito nel pozzo di Vermicino); le immagini della contessa Alberica Filo della Torre; le foto delle piccole vittime della pedofilia. "L’articolo 15 della legge sulla stampa del 1948…. non intende andare al di là del tenore letterale della formula quando – ha scritto la Corte costituzionale – vieta gli stampati idonei a "turbare il comune sentimento della morale". Vale
a dire, non soltanto ciò che è comune alle diverse morali del nostro
tempo, ma anche alla pluralità delle concezioni etiche che convivono
nella società contemporanea. Tale contenuto minimo altro non è se non
il rispetto della persona umana, valore che anima l’articolo 2 della
Costituzione, alla luce del quale va letta la previsione incriminatrice
denunciata. Solo quando la soglia dell’attenzione della comunità civile
è colpita negativamente, e offesa, dalle pubblicazioni di scritti o
immagini con particolari impressionanti o raccapriccianti, lesivi della
dignità di ogni essere umano, e perciò avvertibili dall’intera
collettività, scatta la reazione dell’ordinamento. E a spiegare e a dar
ragione dell’uso prudente dello strumento punitivo è proprio la
necessità di un’attenta valutazione dei fatti da parte dei differenti
organi giudiziari, che non possono ignorare il valore cardine della
libertà di manifestazione del pensiero. Non per questo la libertà di
pensiero è tale da inficiare la norma sotto il profilo della
legittimità costituzionale, poiché essa è qui concepita come presidio
del bene fondamentale della dignità umana". 

La Cassazione (Sezione Terza Penale, sentenza n. 23356/2001), richiamando l’indirizzo della Consulta, ha affermato – nella vicenda che vedeva coinvolti il direttore e due redattori di
un settimanale milanese (condannati dalla Corte d’Appello di Milano
alla pena di tre mesi di reclusione e di lire trecentomila di multa ) –
che "l’esercizio del diritto di cronaca, pur
pienamente legittimo in una società democratica ed aperta, deve
salvaguardare come valori fondamentali il comune sentimento della
morale e la dignità umana tutelate dall’articolo 2 della Costituzione.
I giudici di appello – ha osservato la Suprema Corte – hanno
correttamente motivato la loro decisione rilevando che le immagini
della vittima dell’omicidio "sono tali da destare impressione e
raccapriccio nell’osservatore di normale emotività, improntata ad
impulsi di solidarietà umana, pietà per la defunta, rispetto per la sua
spoglia, repulsione istintiva verso le ferite efferatamente impresse,
salvaguardia della dignità della persona già uccisa in quel modo ed
ulteriormente oltraggiata dalla pubblica ostensione del suo corpo,
naturale esigenza di riservatezza verso l’intimità fisica personale
rinforzata dalla condizione mortale del soggetto".

Il
terrorismo si può combattere, come diceva Mc Luhan, anche staccando la
spina. Consiglio che la stragrande maggioranza della stampa italiana ha
fatto proprio nel caso del filmato orribile sulla decapitazione di Nick
Berg.

Come
corollario finale possiamo dire che le violazioni dell’ordinamento
penale implicano anche un attentato alla legalità deontologica della
professione giornalistica.

*presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

 

 

Mario Spezi è il Grande Fratello

Consulta <http://www.odg.mi.it>www.odg.mi.it&nbsp;  il portale

dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

……………

CONTROINFORMAZIONE  su

una vicenda che mette a rischio
l’attività del libero giornalismo

Era stato arrestato con la doppia accusa di  depistaggio delle indagini  e di  calunnia

Mostro di Firenze, liberato

il giornalista Mario Spezi

Lo ha deciso il  Tribunale del riesame di Perugia: infondato il provvedimento del Gip   

Perugia, 29 aprile 2006. Torna in libertà il giornalista Mario Spezi, che era stato arrestato il 7 aprile scorso per calunnia e  per un presunto tentativo di depistare l’indagine sulla morte del medico Francesco Narducci. Lo ha deciso il  Tribunale del riesame di Perugia, che ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti  e nei riguardi del suo "informatore", Luigi Ruocco. I giudici hanno così accolto la tesi dei difensori, gli avvocati Alessandro Traversi e Nino Filastò. Nei prossimi giorni verranno, invece, depositate le motivazioni alla base della decisione. Secondo il Pm, Giuliano Mignini, Spezi avrebbe tentato di depistare le indagini sulla morte di Narducci, cercando di far tornare l’attenzione sulla cosiddetta pista sarda con il ritrovamento di reperti riconducibili al "mostro di Firenze" in una villa delle colline fiorentine frequentata da parenti di personaggi coinvolti in passato nell’inchiesta. Mignini, in una memoria di 12 pagine, ha puntato il dito su "un inspiegabile rancore verso le indagini" e sulla "gravissima strumentalizzazione a livello di informazione e di coro massmediatico che il soggetto riesce a controllare". Il Pm spiega che "la questione finita davanti al tribunale è solo la punta di un iceberg dai contorni terribili". (fonti: "Corriere della Sera", "La Repubblica", "Il Giornale" e "Libero").

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Dichiarazione di Franco Abruzzo:

"Chiedo un intervento  del Csm

in difesa della libertà di criticare

le tesi dei Pm e  la squadra antimostro

(il Gides) di Michele Giuttari"

Milano, 30 aprile 2006. Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha rilasciato la seguente dichiarazione dopo la decisione drastica del Tribunale del riesame di Perugia che ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare emessa il 7 aprile nei riguardi del giornalista Mario Spezi. Quell’ordinanza, come hanno riferito oggi i giornali, era infondata.  "Non è la prima volta che la Procura di  Perugia   – ha dichiarato Abruzzo – metta sotto inchiesta i giornalisti e i giornali. Nel novembre 2004 toccò al settimanale ‘Gente", al direttore Umberto Brindani, ai collaboratori  (tra cui Mario Spezi) e ai redattori del periodico milanese. Ora basta! Faccio mio l’appello di Brindani: il Csm deve intervenire! Chiedo  che il Csm difenda  la libertà dei giornalisti di criticare le tesi dei Pm e  la squadra antimostro (il Gides) di Michele Giuttari".