Category: Addii


È quando le cose vanno bene che si erge il pessimista. È facile esserlo quando tutto va a rotoli. Se rotola, finirà nel burrone, a meno che qualcuno non lo blocchi…e sarà travolto lui stesso. Il pessimista vero indica la pioggia dopo il sole, la miseria dopo il benessere, il buio dopo la luce, la morte dopo la vita.
Io non sono pessimista, nel senso che al peggio, credo, non c’è mai fine e quindi è una linea nera continua. Tuttavia, per un momento, la speranza si era affacciata dalle tenebre, come una lucciola col singhiozzo in una notte senza luna nel bosco Atro. Quelle cinque piantine di viola, quel cespuglietto di violacciocca, il trifoglio ipertrofico e il piccolo cactus risvegliato dal letargo invernale sembravano volermi dire che laggiù, sotto terra, qualcuno mi amava. Ma non era così.
Dopo qualche giorno, nel quarto vaso continuava a regnare il nulla, tranne un ragno senza fissa dimora che cercava un appiglio dove agganciare una tela. Non trovando nemmeno un germoglio artritico, si lanciava dal quarto piano credendo di essere spiderman, cercando, con le zampette, di schizzare ragnatele, ma non avendo dita e palmi, falliva tragicamente spiaccicandosi sul parabrezza di un suv bmw, che lo spazzava via col tergicristalli laser.
Le cinque violette crescevano, cominciavano a sbocciare, uno, due, tre fiori. Anche il trifoglio sembrava voler fiorire: dei boccioli che lasciavano intravvedere dei piccoli petali gialli, che, però, non si sono mai aperti, almeno non in mia presenza. In compenso il cespuglietto si sviluppava in larghezza e occupava almeno un quarto dello spazio aereo del vaso. Anche il piccolo cactus si era fatto più lungo e gonfio e aveva assunto un bel colore verde pisello, con le sue belle spinette bianche fitte fitte. Anzi, ad un certo punto notai che un altro piccolo cactus spuntava dalla terra a pochi centimetri dal primo: il figlio di Godzilla. Al momento non c’era di che preoccuparsi, lo spazio era ampio, c’era posto per tutti, sopra e sotto terra.
Un bel giorno, però, un fiore, una viola, cominciò ad appassire. Niente di che, pensai, il ciclo della vita e della morte. È naturale. Le viole, poi, sono fiori delicati, si vede, e non durano settimane. Il suo posto verrà preso da altri fiori che stanno già sbocciando. Eccoli lì, ad annunciare la nuova vita che prende forza e da speranza.
Non era così. Altri eventi mi attendevano, tragici e inquietanti.

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Sarebbe lungo spiegare perché questo blog si chiama bonsaisuicidi se non avete letto il libro quasi omonimo e definitivamente esaurito, tranne qualche copia che tengo in casa come zeppa per fermare le porte. Comunque, oltre a suonare bene come titolo, si trattava di una vicenda piuttosto tragica che aveva per protagonisti dei bonsai depressi e per teatro casa mia.
Ora, casa mia è un luogo in cui avvengono di frequente delitti e gesti di autolesionismo vegetale, spesso complici, se non direttamente rei, i gatti che quivi abitano. Non questa volta. I fatti che narrerovvi vedono i gatti cone estranei osservatori esterni, per una volta. Anzi, nemmeno osservatori, perché non gliene importa nulla.
Ho piantato sul davanzale delle mie finestre violette e violacciocche. Perché? Cosa mi avevano fatto? C’è da chiederselo: con simili precedenti sarebbe come pensare di andare a fare il bagno a Fukushima e sperare al massimo in un eczema solare. Eppure, dopo che era morto tutto il morituro, nei quattro vasi nei quali sopravviveva a stento solo il piccolo salsicciotto spinoso, tipo cactus, del quale non ho mai scoperto il nome vero, alla fine, defunto pure quello, la terra scura reclamava di essere inseminata. Non resistendo al richiamo sono passato a vie di fatto e ho comprato due bustine di semi delle piante di cui sopra. Le istruzioni promettevano fioriture imminenti e resistenza all’insolazione, data l’esposizione a sud e le fotografie illustrative erano incoraggianti. Dissodata la terra son passato alla semina: non potendo passeggiare tra le zolle a torso nudo gettando semi a manciate come vidi fare da bambino in qualche documentario in bianco e nero e come ammirai in qualche coloratissimo quadro di Van Gogh, mi sono limitato a distribuirli equamente sotto qualche centimetro di terriccio: due vasi di viole e due di violacciocche, per non far torto al sindacato dei fiori, casomai esistesse. Fiducioso nella natura e nelle abbondanti annaffiature ho atteso.
Dopo qualche settimana il primo germoglio: mi sentivo emozionato quasi come un padre. Ho visto questo minuscolo getto verde sgorgare dalla terra bruna, spaccare le zolle (si fa per dire) e venire al mondo con una forza e una potenza miracolosa. Dopo qualche giorno, mentre il primo germoglio si irrobustiva, eccone un altro. Entrambi nello stesso vaso. Negli altri il nulla, l’arido deserto. No, eccone un altro, nel secondo vaso. A quel punto non ricordavo più dove avevo seminato cosa (ecco perché negli orti e nei giardini sono piantati paletti con le bustine dei semi infilate) e, così piccoli, i germogli non si distinguono l’uno dall’altro, come i neonati, almeno se li guardi solo in faccia. Però, con tutti i semi che avevo gettato nella terra, almeno una cinquantina in ogni vaso, tre germogli mi sembravano pochi. E gli altri? Abortiti? Sterili? Cosa avviene esattamente sottoterra mentre noi non guardiamo? Non stavo troppo a sottilizzare, l’importante era che qualcosa crescesse. Alla fine, su quattro vasi, solo uno è rimasto brullo – ben il 75% di successo – ma nel vaso delle violacciocche solo un seme ha dato risultati, mentre in quelli delle viole sono nate cinque piantine, tre in uno e due nell’altro. Non solo: dove ci sono due piantine è nato il trifoglio, ma non il solito trifoglio da prato, alto due-tre centimetri, che in certi casi porterebbe fortuna, almeno agli irlandesi. No, un cespuglio di trifoglio. Da dove sia sbucato non ho idea, ma, si sa, la natura ha percorsi misteriosi e non è tenuta a comunicarli a chicchessia. Nell’altro vaso, in mezzo alle tre piantine di viole è spuntato un piccolo cactus. Evidentemente in letargo, sotto terra, quel movimento di semi, radici, acqua e un po’ di concime deve averlo risvegliato. Mi sono venuti in mente almeno una decina di film di fantascienza, per primo il giapponese Godzilla, in cui le azioni dell’uomo risvegliavano forze della natura sopite da millenni. Che cosa pretenderà il piccolo cactus? Crescerà? Quanto? Come si comporterà con i compagni di vaso? E con me? Ve lo dirò prossimamente. I fatti sono già accaduti, come immaginerete, ma per saperlo dovrete aspettare qualche giorno, giusto il tempo delle esequie.

Stavo pensando che il prossimo 2 novembre inizia il mio romanzo Silenziosa(mente) dedicato agli ottant’anni di Joe Zawinul. In realtà il romanzo era stato scritto tra il 2006 e il 2007 e pubblicato, tra molti ripensamenti, nel 2010. Chissà che giorno sarà il 2 novembre? Chissà se ci saranno 5° e il cellulare squillerà furiosamente alle 8 del mattino per spedirmi da qualche parte per lavoro? E chissà se la notte precedente sognerò una session fallimentare su St. Thomas con Sonny, Doug e Max? Riflettendoci, quel giorno potrei iniziare la pubblicazione on line dei vari capitoli che si dipanano giorno per giorno dal 2 al 13 novembre, come fanno a volte per le opere liriche, nei luoghi originali e nei tempi scanditi realmente dalla narrazione. Io non posso trasferire i lettori fisicamente qua e là da MIlano alla Camargue a Chartre, ma con l’aiuto di qualche foto o video, magari…

Lo so già, l’ho già sentito centinaia di volte: non bisogna lasciarsi intimidire, non ci arrendiamo alla violenza, bisogna rispondere con la forza delle istituzioni, si deve avere fiducia nello Stato. Lo Stato c’è.Tutto vero, tutto giusto. Caso vuole (o forse no) che in queste settimane ricorrano i vent’anni dalle stragi Falcone e Borsellino, due vicende ancora da scrivere in buona parte, perché, se gli autori materiali sono finiti in galera — considerando che per la strage di via D’Amelio sono stati condannati anche degli innocenti — i livelli più alti ancora una volta sono risultati intoccabili e nell’ombra.
La storia italiana ci insegna che le stragi, purtroppo, sono spesso di Stato o, comunque con una compartecipazione attiva o passiva di pezzi di Stato, che forniscono risorse e mezzi o fanno finta di non accorgersi di ciò che sta accadendo. Inoltre, un attentato ad una scuola, come quella di Brindisi, è un attentato a una intera generazione, un genocidio morale e materiale.
Non sto invitando al disfattismo e credo ancora fermamente nelle istituzioni in quanto tali, ma solo in linea teorica e ideologica (che brutta parola, vero?), mentre chi le rappresenta ne è spesso indegno.
Di solito la prima domanda di fronte a fatti del genere è “cui prodest”, ma oggi bisogna chiedersi prima di tutto “cui nocest” e la risposta è: tutti noi, tutto il Paese, già provato da una crisi pesantissima economica, politica, morale, culturale, provocata da una classe dirigente che, dopo il crollo post-tangentopoli di quella che l’ha preceduta, si è fatta avanti e ha completato il lavoro di distruzione della fiducia degli italiani nella politica, nelle istituzioni, nella gestione della cosa pubblica. Sopravviviamo sulle macerie culturali degli ultimi vent’anni lasciate da questi demolitori professionisti, che, non ancora soddisfatti del lavoro svolto, vorrebbero sovrintendere anche alla ricostruzione, come quelle società adibite al rimboschimento, che, per procurarsi lavoro, appiccano incendi.
Mi auguro che questi sciacalli, già prodighi di sollecite dichiarazioni dense di partecipazione, turgide di sdegno, desiderose di trasparenza e giustizia, facciano un passo indietro e lascino lavorare chi sa lavorare, fornendo assistenza istituzionale quando serve, ma senza intralciare il cammino delle indagini tagliando fondi o istituendo commissioni inutili e dispendiose.
Mi auguro, inoltre, che gli italiani si rivelino migliori di chi li ha governati sino ad ora, cosa non difficile peraltro, ma che uno sforzo ulteriore li ponga su un piano veramente superiore, in ogni senso.
Domani, tra l’altro, si vota in molti comuni e altri sciacalli stanno pensando di pasteggiare sulle macerie con la scusa che abbiamo toccato il fondo e quindi, irresponsabilmente, si può fare e dire qualsiasi cosa, magari mandando avanti altri, perché a loro scappa da ridere. C’è davvero ben poco da ridere e molto da fare, invece e picconare il poco che è rimasto in piedi non è un buon modo per ricominciare.

Lo so, è sempre la solita solfa: il profumo della carta, il polpastrello che sfiora la pagina e ne avverte la ruvidezza, l’increspatura, la patinatura della sovracoperta, le modanature della copertina cartonata, persino lo spessore dell’inchiostro (i più visionari o in preda a sostanze psicotrope), il disturbo della fascetta col numero di copie vendute (compresa quella che ho in mano? quindi non quelle vendute, ma quelle ordinate e ancora nei magazzini delle librerie?) e premi vinti, che finisce col fare da segnalibro o nella spazzatura, la nostalgia del tempo passato, la diffidenza del presente o il terrore del futuro. La morte del libro cartaceo è incombente, pugnalato alle spalle dal cugino elettronico in agguato on line: ce lo stanno ripetendo da qualche anno e alle conferenze – anche mie – cui ho presenziato, ho spesso riscontrato la contrarietà della maggior parte dei presenti nei confronti della più moderna e snella versione dell’invenzione di Guttemberg, rispetto a quella  ingombrante e tradizionale che riempie ancora gli scaffali. In effetti, a giudicare da quel che si vede in giro, non sembrerebbe di notare le migliaia di tablet nei parchi o in metropolitana, impugnati da letterofili avvinti dalle avventure dei personaggi di Dumas o Manzoni, Grisham o Cornwell, Roth o Roth (Joseph o Philip), Carofiglio o Mazzantini, Ammaniti o Biondillo. A parte gli sfaccendati che ammirano l’aria, analizzano il pulviscolo, radiografano le ragazze, gli altri sfogliano tomi russi da 1300 pagine che durano tutta l’estate, l’autunno e parte dell’inverno o fascicoletti in corpo 12 che resistono da Cordusio a Conciliazione (per i non milanesi si tratta di tre fermate di metropolitana, dieci minuti in tutto) o la free press rinvenuta negli appositi contenitori o abbandonata sui sedili. Qualche mese fa Amazon annunciava di avere venduto in due mesi più copie elettroniche che cartacee e tutti avevano già affisso i manifesti listati a lutto, in cui annunciavano la dipartita del loro caro (carissimo a volte, nel senso del prezzo) estinto, vittima assassinata del progresso. Ora, la stessa Amazon fa resuscitare il defunto, annunciando l’abbattimento di un bosco e la pubblicazione di due volumi stampati su cellulosa. Non ci è dato di sapere di cosa parlino i “lazzari”, magari della morte del libro elettronico, tuttavia il fatto è abbastanza curioso. Forse, le notizie che arrivano da Seattle risentono del clima di quello stato del Nordamerica e dovrebbero essere sbrinate, prima della pubblicazione da noi, oppure c’è qualcuno che specula, come in borsa, sugli annunci mortuari, che alla fine vengono regolarmente smentiti. Si dice che annunciare una morte fasulla allunghi la vita. Se è vero, il libro di carta durerà ancora mille anni.

foto-lucianoPronto? C’è Luciano?
No, te lo passo.
Co…?
Pronto?
Luciano?
Sì.
Non ho capito, mi hanno detto che non c’eri.

Infatti.
Infatti cosa?
Non ci sono.
Ma se ci parliamo.

Sì cosa?
Sì, ci parliamo.
Ma allora sei lì.
No.
E dove sei?
Mah…
Allora? Non cominciamo con la metafisica valdese.
Scherzavo, sono qui.
Qui dove?
Lì.
Qui o lì?
Qui e lì e là.
Adesso vengo lì e ti prendo a calci.
Lì dove? Io sono qui.
Insomma, ho letto che non c’eri e invece ci sei. Ho mandato anche un telegramma.
Ah sì, l’ho letto. Carino. Grazie, non c’era bisogno
Ma non era per te.
Come no? Si parlava di me.
Cioè, sì, il soggetto eri tu, ma non il destinatario.
Ma l’hai mandato a casa mia.
Sì, è vero, ma non dovevi leggerlo tu. Pensavo che non ci fossi.
Come sarebbe: “pensavo che non ci fossi”? E chi ci doveva essere?
Tatjana.
Ah, tu spedisci telegrammi a Tatjana quando non ci sono?
Ma nooooo, cos’hai capito, era un telegramma di condoglianze.
Perché è morto qualcuno?
Eeeehhhhh…sembrava di sì, ma sai, sono quelle notizie fasulle che girano all’improvviso e allungano la vita. Poi si ride, ci si rifila pacche sulle spalle, ci si dà una grattata ai cabasisi e tutto finisce lì.
E chi sarebbe il presunto defunto?
Ah, bella la rima….
Beh?
No….è che…
Qualcuno che conosco?
Più o meno. No sai, si dice anche che Jim Morrison sia ancora vivo e pure Presley e John Lennon, magari anche Hendrix e Janis Joplin. Sid Vicious, invece, direi di no. Chissà, magari Joey Ramone e Joe Strummer, da qualche parte…
Ma li vedo praticamente ogni giorno.
Anche Sid Vicious?
Eccome, anche se ha sempre quello sguardo un po’ perso e incazzoso, ma se lo prendi per il verso giusto è un allegro compagnone in fondo. Ha anche imparato a suonare il basso. Non proprio come Pastorius, ma è migliorato.
Vabbe’….allora stai bene. Sono contento.
Sì, sto bene, anche se mi gira un po’ la testa, sai, questo senso di leggerezza…mi devo abituare. È come quando hai l’influenza e stai a letto una settimana. Quando ti alzi, la sensazione è strana. Dopo un po’ passa.
Senti, ci siamo detti un sacco di volte che dovremmo vederci, fare qualcosa assieme: perché non ci organizziamo? Quando sei libero?
Io sono libero.
Sì, d’accordo, ma ci sono giorni in particolare in cui preferisci che ci vediamo?
Ti ripeto, io sono libero, ogni giorno, ogni ora, ogni istante.
Non ricominciamo con la filosofia. “Io sono libero” significa tutto e niente. Ci sentiamo liberi, ma poi ci accorgiamo di avere mille legami. Non ci sentiamo liberi, ma in realtà siamo prigionieri solo di noi stessi, delle nostre cattive abitudini, dei pregiudizi e dei muri che ci siamo costruiti attorno.
Ribadisco: io sono libero, comunque tu voglia intendere questa mia affermazione. Se anche tu sei libero possiamo combinare qualcosa. Credo che dipenda più da te che da me.
Ma sì, io ho giusto qualche impegno, ma non è che non me ne possa liberare, basta disdirlo…il mio senso di responsabilità è proporzionale a quello di una srl di minime dimensioni.
Allora vedi tu.
Dove ci vediamo? da me o da te?
Dove vuoi. Io, ti ho detto, sono qui, lì e là. Posso essere dove voglio. Sono libero.
Già. Sei libero. Senti, facciamo così. Io devo sistemare un po’ di cose qui, ci metterò un po’, diciamo una novantina d’anni, poi, però, ci vediamo sicuramente.
Perfetto ti aspetto. Nel frattempo mando Vicious a lezione da Jaco, così quando arrivi ti suona Teen Town come non l’hai mai sentita.
Non vedo l’ora…più o meno.
Allora ciao.
Ciao Luciano.