Archive for agosto, 2017


Chissà cosa ci spinge a cercare le emozioni forti, la paura, il brivido, il terrore? Sì, lo so, ci sono spiegazioni psicologiche più o meno convincenti, che ci mettono anche in guardia dal non esagerare con le scariche di adrenalina, perché ci si abitua pure a quelle e le dosi poi non bastano mai. Ma senza scomodare paracadutismo, bunjee jumping, diaboliche e terrorizzanti giostre da luna park sulle quali non ho alcuna intenzione di salire, il mio brivido casalingo è, da sempre, il cinema. Il terrore su pellicola mi ha sempre attratto, a cominciare dalla mitica Scala A Chiocciola, di Siodmak, la madre di tutte le mie paure di celluloide. Devo dire che, visto da piccolo, quel film mi fece ragionare sulla paura del buio, che è comune a ogni bimbo “normale” e che sparisce lentamente, si allontana in punta di piedi, finché un giorno ti accorgi che se ne è andata e non tornerà più. Mai più?
Guardo The Ring, versione americana e solo un poco più comprensibile di quella originale giapponese: racconta la storia di una strana videocassetta, girata da un regista allucinato, che, in una settimana, provoca la morte di chi la guarda. Detta così fa solo ridere e, in effetti, se non fosse per l’abilità del regista, che inserisce elementi oscuri e colpi di scena nella vicenda, ci sarebbe da spegnere la tele e dedicarsi ad altro. Ma la tele si spegne da sola. Veramente tutto si spegne, proprio in un momento cruciale della vicenda – mentre un’ombra si avvicina alla protagonista, capelli neri, occhi spiritati, musica misteriosa – resto al buio. Che bello, una suspense che non mi aspettavo. Mi tocca uscire, non perché ne abbia voglia, ma il contatore è in cantina.
Prendo le chiavi, ascensore, pianoterra, porta di legno, cigolìo, scala che scende, non a chiocciola, ma scende. Schiaccio l’interruttore. Qui la luce c’è. Mi aggiro per i corridoi sperando che a nessun vicino zelante passi per la testa di chiudere la porta e spegnere la luce imprecando contro chi la lascia sempre accesa (mi è già capitato, so di cosa parlo) e cerco la stanza dei contatori. La trovo, riattivo la corrente, torno sui miei passi. La mente intanto vagabonda per i fatti suoi, ma uno scatto, uno scoppiettio mi fa improvvisamente accelerare il passo. Che succede? Chi vuoi che ci sia in cantina a quest’ora? Sono le undici di sera. Appunto, ci dovrei essere solo io. Allora cos’era quello scatto? Niente, il legno. E il legno deve mettersi a scoppiettare proprio adesso? Il passo accelera senza volerlo, in un attimo mi trovo in cima alle scale, chiudo velocemente a chiave la porta di legno, l’ascensore è ancora lì, schiaccio il bottone, mi viene malauguratamente in mente Vestito Per Uccidere, la porta si apre e si chiude, dentro non c’è nessuno.
Inizia il viaggio verso il quarto piano, lento, infinito, l’ascensore sobbalza, vibra, rumoreggia, ma arriva all’ultimo piano, la porta scorre, fuori è buio, la luce della cabina dell’ascensore si esaurisce in pochi secondi quando la porta si richiude e qualcuno dal pianterreno lo richiama – chissà chi è a quest’ora? – infilo la chiave nella toppa, ma è buio, non trovo il buco, la chiave non entra, trovo il buco, ma la chiave è al contrario, non entra, intanto l’ascensore sta risalendo proprio a questo piano – eppure non ho sentito il rumore del portone, forse viene dalla cantina – giro la chiave, finalmente funziona, una mandata, due mandate, il pomello scorre a fatica, l’umidità ha gonfiato leggermente il legno, ma scorre, apro, chiudo, slam!
C’è la luce, avevo lasciato inseriti apposta gli interruttori per trovare la stanza illuminata appena arrivato. Fuori la porta dell’ascensore si riapre e si richiude, ma non sento rumori di porte di casa. L’ascensore è salito vuoto? Mi rimetto sul divano per terminare di vedere il film. Afferro il telecomando, sto per schiacciare play, ma lascio perdere. Finirò di vederlo domani, di pomeriggio, con la luce del giorno, non so perché, ma la regressione all’infanzia per oggi mi è bastata. Meglio andare a letto, con la luce accesa, mi leggo qualche pagina di libro. Vediamo un po’: cos’ho qui? Fratelli Grimm, Biancaneve, con la strega cannibale che si vuole mangiare fegato e polmoni della figliastra e invece si pappa quelli di un cinghiale? Sì, non è male per concludere la serata e dormire sereni.

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Andare a teatro è bello. Per un concerto o una rappresentazione di prosa, anche dopo tanti anni senti la tensione dell’evento, l’atmosfera del rito, uno dei più antichi dell’umanità. Il teatro come metafora dell’esistenza, messa in scena del reale e del supposto, dell’irreale e del metafisico, il teatro come denuncia del sopruso o esaltazione della bellezza, ribellione al potere e celebrazione del sentimento. La vita è teatro e viceversa. L’allegria, il dramma, la risata e la tragedia, il pianto, il dolore più lancinante, la rabbia, la liberazione, la catarsi, la felicità, il sublime piacere e l’orrore, è tutto nel teatro. Anche le poltrone.
Anticipa il rito antico del teatro, il moderno rito della ricerca del posto a sedere. Ora, anche le menti meno allenate al calcolo matematico, quelle più aduse a filosofeggiare sui massimi sistemi, dovrebbero riuscire a mettere assieme due coordinate semplici semplici come quelle fornite con il biglietto d’ingresso: fila F, posto 43. Non obbliga a un calcolo algebrico, non si pretende di risolvere un’equazione con otto incognite, non bisogna essere in grado di elencare a memoria venti numeri primi, conoscere la soluzione del teorema di Fermat o snocciolare la sequenza di Fibonacci per dieci minuti di seguito. Eppure, nonostante si continui a dire che si vendono più biglietti per il teatro che per lo stadio, ancora oggi, appena si spengono le luci in sala, si possono notare decine di errabondi che stanno ancora decifrando il biglietto d’ingresso e cercando di metterlo in relazione con la disposizione dei posti a sedere. È vero, ci sono le maschere, pardon, le hostess, che molto gentilmente si mettono a disposizione dei dispersi, ma costoro vi ricorrono solo a tempo scaduto, quando il buio è già sceso in sala e le perfide si incamminano verso le poltrone sempre a passo troppo svelto, sapendo che gli infelici impiegano qualche decina di secondi ad abituarsi alla penombra, col risultato di perderli per strada. Dove finiscono costoro? Se qualcuno non li recupera, terminano la loro corsa nei sotterranei del teatro. Si narra di presenze misteriose nelle catacombe del teatro Strehler di Milano e del Donizetti di Bergamo, ma sono leggende. Però, ogni tanto, durante i sopralluoghi delle immobiliari che comprano i teatri per abbatterli e farne garage, centri commerciali o atelier per stlisti, trovano resti umani: tra le mani ormai scheletrite, stringono ancora i tagliandi dell’ Otello con Salvo Randone e Vittorio Gassman o del Rinaldo in Campo con Modugno, Delia Scala e Franco e Ciccio. Bisogna anche dire che gli architetti arredatori e loro collaboratori fanno di tutto per mettere in difficoltà il pubblico. Spesso suddividono la platea in settori colorati, attribuiscono nomi di fantasia – la balconata furetto, il palchetto ficus, la poltrona cinciallegra – mettono i posti dispari a sinistra e i pari a destra, in modo che, chi si aspetta una normale progressione numerica, si ritrova a dover saltare da una parte all’altra della sala o, per i teatri più antichi, correre da un ordine di palchi all’altro, perché anche quelli sono suddivisi con criteri demenziali. Ci sono anche i più sadici, che indicano con le lettere le prime cinque file e con i numeri tutte le altre. Per non parlare di dove mettono il numero della poltrona: sullo schienale del posto davanti, sullo schienale del posto dietro, sullo schienale del posto giusto, sotto il sedile, sopra il sedile, sul bracciolo (ma destro o sinistro?), inciso in braille per terra, da decifrare con i piedi, proiettato da un raggio laser dal soffitto in modo che si imprima nella retina, trasmesso telepaticamente da un sensitivo.
Facciamo qualcosa. Se vedete qualcuno in difficoltà, aiutatelo a evitare una fine certa. Se notate che sta per iniziare lo spettacolo e c’è ancora gente col biglietto in mano che vaga per la sala, indicatelo alle hostess. E se proprio non si arrendono a sala ormai al buio, INTIMATE LORO DI SEDERSI, ANCHE PER TERRA, MA DI SEDERSI, A CALCI SE NECESSARIO, PERCHÈ NE ABBIAMO ABBASTANZA DI QUESTI DEFICIENTI CHE NON SONO CAPACI DI TROVARE UNA CAZZO DI POLTRONA IN TEATRO! STIANO A CASA, ALLORA, A RINCOGLIONIRSI DI TELEVISIONE! IL DIVANO DI CASA LO TROVERANNO, SI SPERA!