302464Ci sono lezioni che si imparano da piccoli e lezioni che si imparano da grandi. Non si finisce mai di imparare. Io ricordo persino quando ho imparato a camminare. Ho impresso nella mente un divano di finta pelle, skai, plastica, chissà con che diavolo si ricoprivano i divani negli anni 60, avevano appena inventato il Moplen, con Gino Bramieri che a carosello, dopo lo sketch sloganeggiava “e mò e mò e mò? Moplen!” O era Raffaele Pisu? No, no, era Bramieri. Pisu era in giro con Provolino e poi dava la voce all’Omino coi Baffi dei Prodottibialettiiiiiiii, cantato tutto d’un fiato con l’accento spostato sull’ultima sillaba come fanno oggi tanti cantanti moderni. Ma non ricoprivano i divani di Moplen, il polipropilene isotattico inventato dal chimico Giulio Natta, che vinse persino il nobel per la chimica con ‘sta roba qui. Comunque, il divano era fatto di qualcosa di blu e ci si sedeva mio fratello. Io ero seduto per terra a qualche metro di distanza. Eravamo in cucina. Che a pensarci bene, mi chiedo cosa ci facesse un divano in cucina, dove di solito si cucina, lo dice la parola stessa, anche se alla terza persona singolare del presente indicativo, come se a cucinare fosse qualcun altro, infatti era mia madre, ma è come chiamare la camera da letto “dorme”, perché ci si dorme, ma se ci dormo io sono la prima persona singolare, non la terza, a meno che non ci dorma con qualcuno, ma a quel punto dormirebbe lei e io starei sveglio per onorarne il nome (della camera, non della persona). Comunque i miei genitori avevano messo il divano in cucina e ci stava seduto mio fratello. Con tutto il burro che usava mia madre sarà stato anche un po’ unto (il divano, non mio fratello, che era magro e asciutto, nonostante il burro). Io ero per terra, perché tutti i bambini di quell’età, attorno all’anno e mezzo, due, non so bene, non ricordo fino a quel punto, stanno per terra dato che non sanno camminare e si trascinano come possono sulle mani e i ginocchi. Ma a quel punto avveniva il fenomeno psico-fisico: alla vista del divano di finto Moplen con sopra mio fratello, ecco che balzavo in piedi e compivo quei quattro passi sufficienti a coprire la distanza tra me e lui, che mi accoglieva a braccia aperte. È la prima lezione che ricordi della mia infanzia. Ce ne furono moltissime altre, naturalmente, compresa quella imparata in una calda estate dello stesso decennio, impartitami da mio padre, il quale mi aveva lasciato un momento da solo, mentre entrava in casa a prendere l’immenso cumulo di bagagli che mia madre aveva preparato in vista della partenza per le vacanze al mare. “Non toccare niente” mi aveva intimato il genitore, nervosissimo come ogni anno in cui si partiva per il mare, a causa del suddetto cumulo (mio padre acquistava auto sempre più grandi per il suo lavoro, ma incredibilmente la massa di bagagli che riusciva a mettere assieme mia madre superava sempre di gran lunga la capienza del bagagliaio, così ci toccava viaggiare con sacchetti e borse tra le gambe e sul cruscotto) ma io volevo rendermi utile come ogni bravo bambino che desideri contribuire al benessere della propria famiglia e cominciai a smanettare con le levette del riscaldamento. Erano levette di metallo con un pomello di plastica nera, si muovevano orizzontalmente dentro fessure colorate di azzurro e rosso. In effetti non era molto chiaro come dovessero essere sistemate per avere il fresco e così cominciai a ragionare su colori e posizioni, finchè una di queste levette non si inceppò. Non ci fu verso di smuoverla dalla posizione in cui si era bloccata. Sospettavo anche che non fosse salutare che sopra il pomello lo spessore della colorazione rossa fosse più intensa rispetto al lato opposto, ma decisi di disinteressarmene a quel punto: io non sapevo niente, non avevo toccato niente, non ero nemmeno lì quando era successo che qualcuno si era introdotto in auto e aveva smanettato con il riscaldamento, ero andato a comprare le sigarette, a pagare una tratta in banca, a prenotare un aereo per il Bengala, a combattere la fame in Biafra, in qualunque posto, ma non lì. Terminate le operazioni di carico del veicolo e finalmente pronti per la partenza, ecco che mio padre sudato e furente si mise al volante e la prima cosa che fece fu di notare che la leva del riscaldamento era stranamente spostata sul rosso. Quando tentò di riportarla in posizione consona alla temperatura esterna, tipicamente estiva, non ci riuscì. Così guardò me. Io dissi che non avevo toccato niente con lo sguardo più innocente che potevo, ma non servì ad evitare la scoppola che mi piombò sulla testa (mio padre era piuttosto manesco) e un viaggio memorabile di tre ore buone sotto il sole di luglio in autostrada col riscaldamento acceso.
Si diceva anche delle lezioni imparate da grandi, però si è fatto tardi e sarà per un’altra volta.