Archive for 16 gennaio 2015


AGFA DIGITAL CAMERAHo messo le tende fucsia alle finestre, ma il grigio del 16 gennaio penetra da ogni fessura e colma soggiorno e cucina sbiadendo i contorni e facendo diventare ogni cosa più piccola e meno importante. È ora di preparare la colazione per due, anzi, per tre, visto che Rossini non vuol perdersi nulla, nemmeno l’occasione di allungare una zampa e predare un biscotto o un brandello di pandoro. Tovagliette, piatti, tazze, posate, tovaglioli, bustine del tè, zucchero, miele, frutta. Tutto è pronto. Devo solo aspettare qualche minuto e poi son sicuro che il profumo e il calore del cibo si spanderà e colorerà un po’ la giornata.
Accendo il Mac: posta, notizie, fb, ovvero la solita pubblicità, le solite notizie, le solite idiozie. Spengo. Afferro il reader. Ultimamente mi sto dedicando al noir d’evasione, nel senso che sto leggendo tonnellate di Deaver, Cornwell, Carrisi, Lansdale, ma anche qualche Carrère, Simenon, Ellroy, persino il buon vecchio Scerbanenco, che ha sempre in serbo pagine gustose e melanconiche. Insomma, mi sto rimpinzando di crimini, autopsie, indizi, prove, interrogatori, confessioni, condite con qualche puntata di CSI che mi capita saltuariamente di vedere in streaming. Il mio immaginario più recente è arredato come un obitorio. Proprio mentre sto scoperchiando un cranio con una sega Stryker ecco che mi sento artigliare una coscia. Che sia il cadavere improvvisamente risvegliatosi per il rumore? Macché, un cadavere emette gorgoglii, sciacquettii, schiocchi, occasionalmente versi gutturali se rianimato tramite riti voodoo, ma non fa fusa, o, almeno, non se ne ha notizia. Credo che nemmeno Stephen King in Pet Sematary ci abbia pensato. È semplicemente il vivissimo peloso casalingo che esige di sapere quando potrà rubare la sua parte di colazione. Nel frattempo vuole essere considerato, guardato, accarezzato, coccolato, viziato.
Mi si accuccia in grembo dopo un paio di giravolte, mi guarda da sotto in su con la solita espressione falsamente candida e innocente, mi appoggia le zampe sul braccio come fosse una ringhiera affacciata sul cortile e si sistema come piace a lui. A lui, appunto, perché ora il reader deve passare nell’altra mano visto che il braccio destro è bloccato dal nuovo ospite.
Ma è a quel punto che mi viene in mente una cosa: non so spiegare bene la sensazione, ma sento che è qualcosa di importante, non di vitale importanza, non ne va della mia esistenza e persino i destini della nazione sono salvi, ma so che è qualcosa di determinante per la riuscita della mattinata, almeno. Ecco, c’entra con la colazione. Eppure credo di avere preparato tutto. Sono in soggiorno, ma faccio mente locale e rivedo i gesti, gli oggetti, gli ingredienti. È tutto pronto in cucina sul tavolo, devo solo aspettare che bolla l’acqua per poi versarla…che bolla l’acqua per il tè…che bolla l’acqua…l’acqua…
Mi alzo. Rossini brontola e mi dice cose che non voglio capire. Entro in cucina, guardo i fornelli e mi coglie un senso di desolazione. Non c’è nulla. Il bollitore è al suo posto sullo sgocciolatoio e né io né altri ha pensato di riempirlo d’acqua e metterlo a scaldare sul fuoco affinché si potesse preparare l’infuso di erbe, frutti e spezie, meglio conosciuto col nome appetibile di tè aromatizzato, agli agrumi nel caso specifico. Giurerei di aver visto Rossini scuotere la testa sconsolato, mentre si dirigeva verso il divano.
Ho messo le tende fucsia alle finestre, ma il grigio del 16 gennaio penetra da ogni fessura e colma soggiorno e cucina sbiadendo i contorni e facendo diventare ogni cosa più piccola e meno importante.

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Black_sportscar_of_the_Association_Lorraine_des_Amateurs_dAutomobilesL’ultima volta che mi hanno investito pensavo fosse finita, ho creduto davvero che non ce l’avrei fatta.  E invece mi hanno rimesso in piedi. Era uno di quei macchinoni sportivi, ma di lusso, cabriolet, dove il guidatore, rolex d’oro al polso sinistro, braccialone da un chilo a quello destro, ha sempre al fianco una di quelle bionde gonfiabili che sembrano esistere solo sui sedili delle auto da più di cinquantamila euro, non vivono altrove, non le incontri mai al supermercato o in libreria, anzi, te le vendono come optional già sulla macchina, omologata cinque posti meno uno. Be’, quella volta la bionda non c’era, sarà stata in officina per il tagliando, il ganzo era da solo, stava telefonando, consultando il navigatore, sintonizzando la radio, scegliendo un cd, mandando un sms contemporaneamente e si è dimenticato di guidare. Mi ha investito in pieno e, di rimbalzo, è finito contro una bisarca carica di auto dello stesso modello della sua. Non ha fatto in tempo a scegliere il colore che gli piaceva, ora sta discutendo con San Pietro se si può installare il climatizzatore e l’home-theatre multicanale 7.1 sulla nuvola che gli hanno assegnato. Io, come dicevo, me la sono cavata bene, mi hanno rimesso insieme e sono tornato come prima. Non posso davvero lamentarmi della forma: alto lo sono sempre stato, magro anche, e se sto in piedi tutto il giorno non mi stanco. Sono un po’ annoiato, questo sì: non che mi manchi la compagnia, ho sempre un sacco di gente intorno che mi da retta, comunico molto, ho una vita sociale veramente intensa, di giorno e di notte, non ho quasi il tempo di riposarmi. Il fatto è che non si va mai da nessuna parte, mentre io, invece, vorrei vedere posti nuovi, angoli di città che non ho mai frequentato, circolare un po’ in questa metropoli che mi dicono “tentacolare”, ma che a me sembra sempre la stessa. Sì, ogni tanto rifanno la strada qui sotto, una puzza di catrame che non vi dico, ma poi è il solito tran-tran. E insomma, questo cartello con la scritta STOP che mi hanno appeso sulla fronte mi sta largo: io l’avevo detto all’operaio che doveva stringere meglio le viti. Eh, quanto è dura la vita del palo!