Archive for dicembre, 2014


MahIl problema non è che le feste portino sfiga, ma sicuramente la sfiga si appiccica alle feste. Se vi capita un qualsiasi accidente il 16 febbraio o il 22 settembre, a meno che non sia il vostro compleanno, rimarrà relegato nel novero delle centinaia di guai che nella vita media di ognuno accadono normalmente. Ma se solo vi rompete una costola il 25 dicembre o un virus viene a sfidare il vostro sistema immunitario a Pasqua, vi rimarrà scolpito nella vita per sempre. Lo racconterete a più riprese ad amici, parenti e discendenti (“sapete, mi ricordo che era il Natale del ’92 quando scivolai sul tappetino davanti al lavello in cucina e ci mancò poco che restassi paralizzato…) con narrazioni lunghissime e dettagliate – prologhi, antefatti, epiloghi, esegesi – e, a un certo punto, con l’età che avanza, piene di lacune ricolme di ricordi immaginati, con gli astanti che si scambieranno occhiate di comprensione e compatimento, perché sarà la decima volta che sentono quella storia sempre più romanzata. Insomma, le feste sono insidiose, scivolose, appiccicose e contagiose, perché contaminano anche i giorni attigui. Mio padre, ad esempio, è morto il giorno successivo al mio compleanno, che, tra l’altro, è già festa di suo, perciò potete immaginare ogni volta quale sia il retropensiero che mi insegue, oltre a quello di un altro anno trascorso sul quale riflettere e trarne un rischiosissimo bilancio. Anche il giorno del mio onomastico è legato al lutto della mia gattina di tre anni che feci sopprimere per non vederla morire di fame e sete, dato che aveva smesso di nutrirsi spontaneamente. Rovinata anche quella festa (festa per modo di dire, perché non se la ricorda quasi nessuno, ma io sì). Per non parlare delle liti che inevitabilmente scoppiano a tavola e dintorni tra parenti e affini i quali, complici due bicchieri di troppo, rivalità mai sopite e coniugi dotati di memoria elefantiaca, trovano modo di rinfacciarsi dissapori risalenti alle guerre puniche e di infimo conto, ma ingigantiti dal tempo e dalla lente deformante dell’evento festivo ad alta gradazione spirituale (nel senso di alcolica). Per prevenire conflitti le forze diplomatiche familiari inventano tattiche logistiche degne di Yalta, ma altrettanto deleterie, tanto da ripromettersi che quella è l’ultima volta, che l’anno prossimo ognuno se ne starà a casa sua e chi vorrà sfogarsi potrà prendersela con i congiunti più prossimi o lanciando bottiglie di birra contro le finestre dei dirimpettai. Ma ogni anno la storia si ripete. Per quanto mi riguarda spero solo di uscirne vivo, ma sento una strana vibrazione, segno che qualcosa si sta preparando.

P.S. L’immagine che accompagna il post non c’entra nulla, ma l’ho trovata molto tempo fa da qualche parte, non sapevo mai dove metterla e qui mi sembrava il posto adatto. È sufficientemente sgradevole e idiota per descrivere la sensazione che mi accompagna.

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Ghost Train

The_Cincinnatian_Baltimore_and_Ohio_steam_locomotive_1956La tecnica mi ha concesso la velocità, ma mi ha tolto lo swing. E pensare che una volta avevo un ritmo così caratteristico, una scansione inedita che tutti cercavano di imitare e su quella viaggiava l’ispirazione. Ancora non camminavo e il ritmo l’avevo già dentro, lento, regolare, tintinnante di catene, martello su chiodo, che scandiva un canto alto e doloroso, di riscatto e di rivolta. Poi su quel metro poetico si innestò un nuovo orizzonte: la conquista della frontiera, ma anche la sconfitta, la miseria, la morte. Era il ritmo del progresso e della protesta, nell’empito della giustizia sociale. Le chitarre cavalcavano il mio tempo e i menestrelli intonavano melodie che giravano il mondo. Molte risuonano ancora oggi, nell’era digitale, dai chip dei computer, ma prosciugate dell’energia che le innervava. Eppure io proseguivo la mia corsa, il mio ritmo non si fermava mai, anche se i personaggi erano cambiati: raramente imbracciavano una chitarra e mi accompagnavano con un canto, più spesso si assopivano sulla poltroncina, mentre il mio swing li cullava fino alla perdita di coscienza. Poi un giorno mi sveglio e provo una strana energia in corpo, mi sento più forte, più potente. Parto di slancio come sempre, ma sotto di me qualcosa è mutato, il ritmo è scomparso, sostituito da un lungo sibilo anonimo. Ora filo come un treno superveloce, ma sono cambiati i binari e ho perso per sempre quello swing. Sono un treno fantasma, solo un fruscio mi accompagna, finché non scompaio nella notte.