Archive for maggio, 2014


Rapsodia in nero rAmigo, non mi credi?

— Francamente non so, mi sembra tutto così letterario. Sembra una storia a fumetti o un vecchio film.

— Allora guarda.

Da sotto il saio Fra’ Pat sporse la gamba destra, si afferrò il piede, lo estrasse con uno scatto del polso e me lo gettò davanti.

— E questo cos’è, secondo te? Un trucco degli spiriti?

Ero allibito. Tuttavia, non so perché, sentii un’inspiegabile voglia di ridere. Tutta quella scena era assurda: io seduto per terra in un bosco davanti ad un frate, che mi racconta una storia del secolo scorso e poi mi getta il suo piede lurido con sandalo in grembo per farmi credere che sta dicendo la verità. Sembrava una barzelletta. E risi. Risi come non avevo mai fatto prima da quando ero morto. Non credevo nemmeno che si potesse ridere da morti. E poi perché? Non ero mai morto prima. Eppure risi senza freno, con le lacrime agli occhi. Risi tanto che mi faceva male la pancia. E non credevo che potesse fare male la pancia a un morto. Ma, d’altra parte, l’ho già detto, non ero mai morto prima. E questo mi faceva ancora più ridere.

Stavo diventando pazzo? Ma un morto può essere pazzo? Pensavo che la morte cancellasse tutte le menomazioni, fisiche e mentali e invece no. Fra’ Pat aveva un piede finto, Carmen era estremamente irritabile e io stesso non ero certo delle mie facoltà mentali. E tutto questo nell’aldilà, o comunque lo si volesse chiamare. Non era da pazzi tutto questo? E non era da folli riderci su?

Davanti a me, attraverso le lacrime che mi scendevano dagli occhi, scorsi il volto di Fra’ Pat mutare forma. Da allungata verso il basso, a causa dell’espressione drammatica che aveva assunto raccontandomi quella storia assurda, lo vidi tornare tondeggiante e arrossarsi. Una specie di enorme canyon gli si aprì trasversale tra mento e naso. Anche i suoi occhi si fecero piccoli come i miei e dalla bocca ormai spalancata uscì una specie di tuono intermittente. Le orecchie che spuntavano dai capelli spettinati erano scarlatte. Il corpo scosso da convulsioni, il ventre che saltava su e giù, le mani che sbattevano sul terreno sollevando ciuffi d’erba e qualche sassolino. Rideva come un pazzo pure lui. Due squilibrati, due folli, due spiriti che si rotolavano su un prato sconvolti dal riso. (da Rapsodia In Nero)

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Rapsodia in nero rLa musica scende dalla testa al cuore, dalle mani alla tastiera in un flusso naturale costante. Avorio, legno e metallo vibrano in sintonia a frequenze sublimi. In sala la tensione si può quasi toccare, se qualcuno agitasse un braccio nell’aria scoccherebbe scintille. Non un rumore inopportuno, un fruscio, uno scricchiolio di poltrona, uno strascicare di piedi o un colpo di tosse, pare che tutti trattengano il fiato, un’apnea collettiva, fino alla catarsi liberatoria e rigenerante dell’applauso, del tripudio, del consenso. Poi di nuovo silenzio. Le mani roventi per gli applausi frenetici si quietano e i volti estatici di nuovo distesi. Quando l’ultimo rumore si spegne, ancora legno e metallo a narrare storie e fantasie, a penetrare cuori e menti, a corrompere e santificare anime, a incendiare inferni e illuminare paradisi, a imprigionare e liberare, a stregare e incantare.

Il buio amplifica le sensazioni e annulla lo spazio, ognuno si sente immerso dentro la musica, se ne sente parte, come fosse strumento egli stesso, un elemento del pianoforte, tasto, corda o martelletto. Mi accorgo che posso vedere tutto questo, la mia vista penetra l’oscurità. Vedo chiaramente Chandra, che suona a memoria, guardandosi le mani agili e veloci, ogni tanto alza la testa, guarda in alto come a cercare forza e ispirazione, poi di nuovo china sulla tastiera per portare a termine il suo compito di medium temporale tra compositore e pubblico attraverso gli anni, i secoli: la pagina scritta che riprende vita e forma e suono grazie a lei; vedo il gigante seduto al suo fianco, che la osserva rabbioso per la sua virtuosa sicurezza e le lancia sguardi perfidi; vedo il pubblico letteralmente rapito dall’estasi, perso in un oceano di sensazioni; vedo Carmen che distoglie lo sguardo imbarazzata da tanta bravura, che la fa sentire inadeguata. (da Rapsodia In Nero)

Rapsodia in nero rBaba prese tra le mani una sorta di arpa dalla forma irregolare, con un lungo manico e la cassa armonica tondeggiante. Era la kora, il tipico strumento dei griot, gli aedi dell’Africa Occidentale. Nel silenzio più assoluto e nel buio crepuscolare, le dita cominciarono a pizzicare le corde, emettendo un suono armonioso. La voce intonò un canto dal testo misterioso, probabilmente in una delle tante lingue dell’ex impero Mandingo, ma così intenso e toccante da colpire al cuore il pubblico. Quando Baba spalancava la bocca, sembrava di poterci vedere dentro tutto il Golfo di Guinea. Vlad, con mani enormi e callose, percuoteva i tamburi talmente forte da provocare piccoli movimenti tellurici tra i tavoli del club.

Dalla sinistra del palco entrarono due ombre. La più piccola teneva la mano appoggiata al braccio dell’altra, che la condusse fino al pianoforte, poi quest’ultima si allontanò. L’ombra più piccola si sedette e appoggiò la mano sinistra sulla parte bassa della tastiera, dove iniziò a scavare note in profondità nella terra rossa del Senegal e con la destra ricamava sulla scala pentatonica, intrecciandosi alle venticinque corde della kora di Moussa.

Lentamente una luce scarlatta cominciò a colorare l’area del pianoforte, mentre la postazione della batteria era illuminata di azzurro e Baba pareva inondato dal sole africano.

Quando finalmente la musica esplose in un ritmo infernale col canto e il pianoforte che trovarono un’intesa celeste, il pubblico, fino a quel momento incantato da tanta magia, si lasciò andare ad un applauso liberatorio che lanciò il trio verso il cuore dello spettacolo. (da Rapsodia In Nero)

Nel credenzino tra i ripiani è buio, lo spazio è pochissimo, quanto basta per contenere una bimba di sette anni. Lì si nasconde quando non vuole farsi trovare. E nessuno la trova mai. Non si immaginano che possa infilarsi in quel minuscolo spazio, ma la paura la rende piccina piccina, persino le sue ossa paiono accorciarsi per permetterle di entrare nel pertugio.
Ma oggi ha più paura del solito. Le altre volte da una fessura del legno vedeva accendersi una luce, scorrere velocemente una figura a passi svelti, fermarsi un momento e poi di nuovo il buio. La bimba non ha paura del buio, ha imparato ad affrontarlo e sfidarlo nei lunghi corridoi di casa, percorsi la sera camminando lentamente e beffandosi delle presenze oscure che si immagina nascoste dietro ogni porta. Solo di una cosa ha terrore, ma non vuole nemmeno pensarci per timore che possa materializzarsi. Da dietro lo sportello chiuso sente dei passi e un movimento di tessuti trascinati per terra, come se l’entità di cui avverte la presenza a pochi centimetri indossasse un abito lungo e pesante.
I passi si fermano. La piccola sente una serie di fruscii ripetuti, come se l’entità torcesse il busto più volte su se stesso muovendo la stoffa dell’abito. All’improvviso lo sportello si apre e due mani lunghe e nodose la traggono dal nascondiglio. L’ha scoperta. Come ha fatto? Ne ha sentito l’odore? Il tremito? Il respiro? La paura? (da Rapsodia In Nero)

Rapsodia in nero rQuesto romanzo ha cominciato la sua gestazione nell’ottobre del 2007, subito dopo la pubblicazione di Gatto-Capra e Bonsai Suicidi e la scrittura di Silenziosa(mente). Quando l’ho concepito doveva essere una sorta di scherzo sulla morte, un libro ironico, se non umoristico, sulla paura di morire, sull’assurdità della vita e sulle mille ipotesi che la specie umana ha immaginato per dare seguito all’esistenza così come la conosciamo, per non sentirsi perduto e sulle quali sono stati fondati altrettanti culti, alcuni spentisi nel giro di pochi anni o secoli, altri sopravvissuti sino a oggi. Poi, quando la morte mi è passata più volte molto vicina nel giro di poche settimane, tutto ha assunto un tono più tetro. Non mi ha fatto cambiare opinione su di sé, ma non avevo più molta voglia di scherzare, almeno in questo libro. E non avevo più voglia di scriverlo.
La prima stesura si articolava su una storia piuttosto lunga e complicata, molto d’azione, con parecchi personaggi: gelidi killer a pagamento dotati di sentimenti familiari (una mia vecchia fisima), singolari poliziotti appassionati di musica e buona cucina, malavitosi isterici, stupidi e un po’ infantili, morti alla ricerca di una destinazione e del tempo perduto e, forse, ritrovato.
Da persone esperte mi fu consigliato di tagliare, asciugare, cancellare: troppi personaggi, troppe situazioni, troppi generi mescolati assieme, troppi nomi da ricordare. Già, i nomi. Per me sono importanti in un libro. Non credo al destino presagito dal nome – nomen, omen – tuttavia un killer a pagamento non può chiamarsi Gigi e se sento chiamare Eddie, anche per questioni generazionali, penso a un rocker o a un ciclista belga, non a un formaggiaio. Perciò ho scelto dei nomi “misti” che suonassero bene con l’inclinazione musicale mia e della storia, ma fossero anche in sintonia con una società attuale e futura sempre più globalizzata.
Comunque, con molta perplessità ho rimesso mano al romanzo e l’ho quasi completamente riscritto, mantenendo un impianto di base, ma cambiando l’ambientazione, trasformando alcuni personaggi, dando loro una veste diversa, conservandone il carattere, l’indole e togliendone altri, che hanno già trovato casa in altre storie in via di creazione. È rimasto lo sfondo musicale, che, in questa seconda versione, ha assunto un ruolo salvifico e rigenerante, forse un pizzico più retorico, ma è stato più forte di me. Per qualche pagina ho messo da parte il disincanto, spesso rasente il cinismo, di cui sono capace e ho mollato i freni abbandonandomi all’emotività più pura. Ma sono momenti…. (dalla premessa di Rapsodia in Nero)

2009_1697_4717Fondamentalmente sono un libertario, ai confini con l’anarchismo, se non considerassi quest’ultimo un’ipotesi di mondo ideale basato esclusivamente sulla responsabilità, sulla coscienza, sulla legge morale di kantiana memoria e quindi pura utopia. Mi fa ribrezzo l’autoritarismo, provo nausea per l’arroganza, detesto il privilegio acquisito senza merito e sbattuto in faccia a chi non ne è ritenuto “degno”. Insomma, mi piace che ognuno faccia quello che gli pare nei limiti della decenza, del rispetto e della tranquillità altrui. Ma non sulla mia testa dove esigo ordine e disciplina. Ho cento milioni di miliardi di capelli e ognuno – e dico ognuno – fa quel diavolo che vuole. Non c’è regola, non c’è decoro.
Mi sveglio al mattino e guardandomi allo specchio mi rendo conto del degrado della società pilifera, del disfacimento che dilaga sul cuoio capelluto, dell’emarginazione cui sono relegati coloro che tentano un recupero di certi valori che sempre ho cercato di instillare tra i bulbi: diventano bianchi per lo sforzo ed esposti prima al pubblico ludibrio – spiccano, infatti, come candide betulle in un bosco di brune querce – e poi all’esilio, costretti ad abbandonare i luoghi in cui sono cresciuti lucidi e vigorosi, destinati a precipitare nello scarico del lavabo estirpati dal crudo dente del pettine. Gli altri se la godono, invece, stravaccati uno sull’altro senza alcun criterio estetico o ritti in piedi, stirati per tutta la lunghezza, come fossero attratti da una forza magnetica dal cielo oppure schiacciati sulla pelle, soprattutto al mattino, senza alcuna voglia di sollevarsi assieme al loro proprietario, che con immensi sforzi cerca di guadagnare la posizione verticale abbandonata solo qualche ora prima. Acqua e pettine non sortiscono che effetti risibili: talvolta i fedifraghi fingono di sistemarsi come padrone comanda, ma è solo un modo per illuderlo e burlarsi di lui senza ritegno dopo pochi minuti.
Ricorrere alla decimazione produce solo effetti temporanei e di brevissima durata. Le visite dal parrucchiere (chissà poi perché si chiama così, visto che quasi mai vende parrucche) sono frequenti, ma ben poco soddisfacenti, anche perché l’abile tonsor sa benissimo che meno taglia e prima vedrà tornare il cliente e perciò lo tradisce fingendo profonde sforbiciate, ma in realtà nasconde la lunghezza della chioma orientandola orizzontalmente di modo che al cliente appaia un taglio a spazzola, quando, invece, gli infingardi cornei sono pronti a drizzarsi al primo lavaggio casalingo. Canaglie.
Ieri, poi, in piscina hanno tolto i normali asciugacapelli a forma di pistola – che conferiscono all’utente una strana postura da aspirante suicida – e installato degli apparecchi asciugamani, di quelli che si trovano normalmente nei bagni dei locali, dei teatri, degli autogrill, che soffiano un getto d’aria calda da un bocchettone lungo pochi centimetri. Li hanno posti ad altezze variabili, affinché ognuno possa scegliere il suo a seconda della generosità che la Natura ha voluto mostrare nei loro confronti in termini di apparato scheletrico. Ci si colloca sotto il getto e si avvia il macchinario (a pagamento, 20 cent): vi lascio immaginare il risultato sotto una corrente tiepida da galleria del vento concentrata in un flusso di cinque centimetri di diametro. Sono uscito dalla piscina che sembravo l’omino della Presbitero, quello che molti anni fa pubblicizzava il noto marchio di strumenti per la scrittura manuale. Ho guardato con invidia i compagni di nuoto che non hanno tale necessità, bastando loro una salvietta per asciugarsi l’epidermide sgombra da qualsivoglia germogliazione pelosa e mi è parso che loro guardassero me, ma non so se con invidia per l’esuberanza tricotica o compatimento per l’acconciatura eolica.