Quando stamattina il prete ha detto che la morte non viene presa sul serio finché non ce la troviamo seduta accanto — non ha usato queste parole, ma il senso era analogo —  ho pensato che deve avere una ben scarsa considerazione dei fedeli. In realtà è un argomento talmente serio e ingombrante, che non desideriamo occupi i nostri spazi, se non in forma lieve, gassosa, impalpabile. E poi, chi non ne ha mai avvertito la presenza in qualche maniera e non ha avuto modo di saggiarne la consistenza, lo spessore morale e intellettuale? La morte ti tocca, dà di gomito, ti afferra il braccio, è come quelle persone che quando ti parlano ti devono toccare per essere sicure di avere la tua attenzione, caso mai ti distraessi — ma chi si distrae davanti alla morte? — ma soprattutto la morte ti dice cose che scavano l’anima, che inizia a sanguinare e sanguinando cambia forma, dimensione e quando pensi che sia finita e decidi che “va bene, sto così, non è il massimo, ma posso farcela”, quella ricomincia a buttare sangue e non allora stai più “così” e devi rimettere in discussione ciò che hai deciso ti avrebbe dato un po’ di pace o almeno l’illusione di uno squarcio di quiete.
Non sono qui a dire che non è mai come te l’aspetti, soprattutto quando hai avuto anni per fartene un’idea, ma è il senso che continua a sfuggire. In fondo l’assenza è facile da capire, è molto vicina a una legge fisica: il vuoto, la mancanza di un corpo solido, che a sua volta contiene liquidi, gas, pensieri, siamo dei contenitori dalla forma singolare, anti-ergonomica, instabile, che solo a un pazzo potrebbe venire in mente di ideare. D’accordo, posso anche pensare che siamo il risultato di un esperimento riuscito male, quindi lasciato andare e che è proseguito da solo e si è espanso autonomamente a dismisura. Ma che senso siamo riusciti a dare a noi stessi, agli elementi principali di questo esperimento? Soprattutto: come spieghiamo il nostro abbandono dell’esperimento? A un certo punto gettiamo la spugna, ma tante volte vorremmo usare la spugna solo per asciugarci il sudore, rimetterci a combattere e mandare al tappeto l’avversario, anche mentre in ginocchio sul tappeto ci siamo noi. E quando invece invochiamo la spugna e quella non arriva? Quando le nostre braccia cadono abbandonate lungo il corpo e siamo tempestati dai colpi senza più la forza di difenderci, perché non c’è un regolamento, un codice sportivo, una federazione che imponga la fine dell’incontro e il k.o. tecnico? È il momento in cui desideriamo con tutte le nostre forze di perdere consistenza, in modo che tutti quei pugni ci possano attraversare senza incontrare resistenza, perché abbiamo finito di resistere, non ci opponiamo, abbandoniamo il ring, non ci interessa più diventare campioni, forse lo siamo stati, forse no, ma non ha più importanza. Vogliamo solo sbarazzarci di noi. E dopo sia quel che sia. Ma nemmeno quello ci è dato: il colpo di grazia che veniva concesso ai condannati a morte è rifiutato a chi in vita non ha commesso reati tanto gravi da meritare una sentenza estrema. È lo stesso paradosso per cui sbarazzarsi di se stessi è reato punito dalla legge se non si è sufficientemente bravi da portarlo fino in fondo. Dov’è il senso in tutto ciò? Va bene, l’ho già detto, posso anche sopportare l’idea del vuoto, del nulla, il nichilismo aiuta, ma il peso, il macigno che spingi su per la montagna senza scorgerne la cima e dal quale ti faresti volentieri schiacciare e frantumare, ma quello nemmeno si sogna di crollarti addosso, no, non ha senso. Consumarsi di fatica a novantasei anni è ingiusto, inumano, volgare, osceno e se qualcuno l’ha deciso dovrà renderne conto prima o poi se c’è giustizia, altrimenti c’è solo il Nulla. Ciao Mà.

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