Sarebbe lungo spiegare perché questo blog si chiama bonsaisuicidi se non avete letto il libro quasi omonimo e definitivamente esaurito, tranne qualche copia che tengo in casa come zeppa per fermare le porte. Comunque, oltre a suonare bene come titolo, si trattava di una vicenda piuttosto tragica che aveva per protagonisti dei bonsai depressi e per teatro casa mia.
Ora, casa mia è un luogo in cui avvengono di frequente delitti e gesti di autolesionismo vegetale, spesso complici, se non direttamente rei, i gatti che quivi abitano. Non questa volta. I fatti che narrerovvi vedono i gatti cone estranei osservatori esterni, per una volta. Anzi, nemmeno osservatori, perché non gliene importa nulla.
Ho piantato sul davanzale delle mie finestre violette e violacciocche. Perché? Cosa mi avevano fatto? C’è da chiederselo: con simili precedenti sarebbe come pensare di andare a fare il bagno a Fukushima e sperare al massimo in un eczema solare. Eppure, dopo che era morto tutto il morituro, nei quattro vasi nei quali sopravviveva a stento solo il piccolo salsicciotto spinoso, tipo cactus, del quale non ho mai scoperto il nome vero, alla fine, defunto pure quello, la terra scura reclamava di essere inseminata. Non resistendo al richiamo sono passato a vie di fatto e ho comprato due bustine di semi delle piante di cui sopra. Le istruzioni promettevano fioriture imminenti e resistenza all’insolazione, data l’esposizione a sud e le fotografie illustrative erano incoraggianti. Dissodata la terra son passato alla semina: non potendo passeggiare tra le zolle a torso nudo gettando semi a manciate come vidi fare da bambino in qualche documentario in bianco e nero e come ammirai in qualche coloratissimo quadro di Van Gogh, mi sono limitato a distribuirli equamente sotto qualche centimetro di terriccio: due vasi di viole e due di violacciocche, per non far torto al sindacato dei fiori, casomai esistesse. Fiducioso nella natura e nelle abbondanti annaffiature ho atteso.
Dopo qualche settimana il primo germoglio: mi sentivo emozionato quasi come un padre. Ho visto questo minuscolo getto verde sgorgare dalla terra bruna, spaccare le zolle (si fa per dire) e venire al mondo con una forza e una potenza miracolosa. Dopo qualche giorno, mentre il primo germoglio si irrobustiva, eccone un altro. Entrambi nello stesso vaso. Negli altri il nulla, l’arido deserto. No, eccone un altro, nel secondo vaso. A quel punto non ricordavo più dove avevo seminato cosa (ecco perché negli orti e nei giardini sono piantati paletti con le bustine dei semi infilate) e, così piccoli, i germogli non si distinguono l’uno dall’altro, come i neonati, almeno se li guardi solo in faccia. Però, con tutti i semi che avevo gettato nella terra, almeno una cinquantina in ogni vaso, tre germogli mi sembravano pochi. E gli altri? Abortiti? Sterili? Cosa avviene esattamente sottoterra mentre noi non guardiamo? Non stavo troppo a sottilizzare, l’importante era che qualcosa crescesse. Alla fine, su quattro vasi, solo uno è rimasto brullo – ben il 75% di successo – ma nel vaso delle violacciocche solo un seme ha dato risultati, mentre in quelli delle viole sono nate cinque piantine, tre in uno e due nell’altro. Non solo: dove ci sono due piantine è nato il trifoglio, ma non il solito trifoglio da prato, alto due-tre centimetri, che in certi casi porterebbe fortuna, almeno agli irlandesi. No, un cespuglio di trifoglio. Da dove sia sbucato non ho idea, ma, si sa, la natura ha percorsi misteriosi e non è tenuta a comunicarli a chicchessia. Nell’altro vaso, in mezzo alle tre piantine di viole è spuntato un piccolo cactus. Evidentemente in letargo, sotto terra, quel movimento di semi, radici, acqua e un po’ di concime deve averlo risvegliato. Mi sono venuti in mente almeno una decina di film di fantascienza, per primo il giapponese Godzilla, in cui le azioni dell’uomo risvegliavano forze della natura sopite da millenni. Che cosa pretenderà il piccolo cactus? Crescerà? Quanto? Come si comporterà con i compagni di vaso? E con me? Ve lo dirò prossimamente. I fatti sono già accaduti, come immaginerete, ma per saperlo dovrete aspettare qualche giorno, giusto il tempo delle esequie.

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