Archive for agosto, 2012


In  realtà comincio a pensare che una maledizione sia stata lanciata su questa casa e sugli esseri vegetali che la abitano. Chissà, forse è stata edificata su terreno sacro ai celti, quelli dei druidi che adoravano gli alberi. Nella foresta dei Carnuti non avrebbero mai costruito un palazzo di mattoni di quattro piani più mansarda ex solaio intonacato giallo. Al massimo la cattedrale di Chartre. Oppure è sorto su un antico cimitero longobardo – bevi Rosmunda dal teschio di tuo padre – e quelli non scherzavano in fatto di maledizioni, faide, croci, chiodi, corone. Sì, ma cosa c’entrano le piante con i longobardi? Perché ce l’avevano con le violette e i bonsai? Forse perché i Franchi producevano violette? Clodoveo aveva un animo poetico? Carlo Magno era un coltivatore diretto? Pipino Il Breve spargeva concime sui campi? Vai a sapere. Comunque questa è già una zona di Milano con pochissimo verde e potrebbe essere un indizio, al di là del piano regolatore e dei vandalismi perpetrati dai vari assessori all’urbanistica che si sono succeduti negli ultimi due secoli. Sui balconi mediamente non ci sono tutte queste piante, a parte il terrazzo di un appartamento praticamente disabitato, che viene aperto solo una volta alla settimana, di sera, quando un personaggio misterioso inonda le piante esposte con ettolitri d’acqua che si rovesciano regolarmente sul marciapiede sottostante, facendo pensare che qualcuno abbia lasciato aperto il rubinetto della vasca e sia in corso un allagamento. Più d’una volta sono venuti i pompieri. Ma quello mi sembra più un caso patologico che esoterico. Eppure l’esposizione a sud dovrebbe aiutare: il sole stimola la funzione clorofilliana e il ciclo riproduttivo, il cambio, il libro e tutte quelle cose che non ho mai capito fino in fondo quando studiavo scienze naturali a scuola, ma facevo finta, ripetevo a pappagallo e il mio 6 era assicurato, tanto sapevo che non avrei mai fatto il giardiniere. Ora sono partito e ho abbandonato le violette al loro destino. Mi chiedo cosa troverò al mio ritorno. Quale altra tragedia si sarà consumata. Il figlio di Godzilla si sarà mangiato quel che resta delle violette? Oppure si sarà rivoltato contro il padre e le avrà difese? Oppure sarà fuggito con la violacciocca? O col trifoglio selvatico? Tra qualche giorno scoprirò l’amara verità. Nel frattempo avverto oscuri presagi all’orizzonte. Stanotte ho sognato che nel giro di mezz’ora mi offrivano due lavori. Entrambi in Africa. Ho chiesto: scusate, ma c’è qualcosa che non va? Poi mi sono svegliato.

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Non si sfugge alla regola: basta farsi notare che subito qualcuno è pronto ad abbatterti. Le violette stavano male. Nel vaso col trifoglio, il cespuglio guadagnava sempre più spazio, fioriva quando non lo guardavo, ma i gambi con le tre fogliette tanto care agli irlandesi crescevano rigogliosi. Pensavo, però, che i trifogli dei prati erano più grassi e di un verde più intenso, mentre questi mi facevano venire in mente un sottobosco ombroso, di un verde più spento, ai piedi di un grosso albero da cui farsi proteggere e, magari, rubare succhi e altro. Trifogli parassiti. Ma non era questo che mi preoccupava. In quel vaso, le violette tolleravano l’esibizione edonistica del trifoglio, lasciavano correre, consapevoli di un fascino cromatico e di una dignità poetico-romantica che la pianta tripartita non avrebbe mai potuto raggiungere, nemmeno se l’avesse cantata il Petrarca, che mai si sognò di dedicare liriche al trifoglio.
Nel vaso accanto, invece, qualcosa era accaduto. Due delle tre piantine di violette stavano appassendo, come la loro omonima sul letto di morte nel terzo atto causa tisi. E nemmeno un Alfredo a regger loro una foglia. Mentre il cactus, sempre più eretto, faceva sfoggio di spine e turgore e il figlio spuntava dalla terra con le stesse intenzioni. La terza violetta, forse sentendosi minacciata da un’oscura presenza, emetteva boccioli a ripetizione e si faceva visitare da api e altri esapodi. Era in cerca di alleati, evidentemente.
Sull’ altra finestra, invece, la vita scorreva liquida senza variazioni: la violacciocca cresceva con le sue foglie lanceolate, ma senza emettere boccioli e accennare a imminente fioritura, contrariamente a quanto indicato sulla busta dei semi, mentre il quarto vaso restava come quelle strisce di territorio che si vedono nei film tra una frontiera e l’altra, aride, sterili, dove nulla cresce, per paura di essere conteso dall’uno o dall’altro: terra di nessuno e che nessuno vuole. Io, però, lo annaffiavo ugualmente la sera: come era nato il trifoglio, probabilmente per un seme portato dal vento, chi poteva sapere quale pianta avrebbe potuto mettere radici? Magari un banano o un cocomero.Esageravo naturalmente.
Sul luogo del delitto, intanto, si aggiungeva dramma a tragedia: l’agrodolce presenza che seguiva con compassione il mio patetico tentativo botanico, infilando il suo prezioso indice nel vaso, trasgredendo le auree regole della scena del crimine, riusciva a sradicare il figlio di Godzilla, cioè, il piccolo cactus. Per un momento mi sembrò quasi di vederlo dibattersi e contorcersi attorno alla falange della gigantessa, ma era solo un’impressione. L’espressione da “l’ho solo sfiorato e mi è rimasto in mano” della boscaiola improvvisata e la mia preoccupazione per la sorte degli esserini vegetali vittime di chissà quale misteriosa forza del male, mi fece desistere dal mandarla sul vaso a indagare da vicino su chi minacciasse le mie violette. Ficcato un dito nella terra e ripiantato il minicactus a una certa distanza dalla crime-scene – un minore non dovrebbe vedere certe cose – ho lasciato che la natura facesse il suo corso sperando che sopravvivesse. E forse è così. Ma non le violette, ormai senza speranza. “La tisi non le accorda che poche ore”, cantava il basso di Verdi. Ebbene, anche quelle erano trascorse.

È quando le cose vanno bene che si erge il pessimista. È facile esserlo quando tutto va a rotoli. Se rotola, finirà nel burrone, a meno che qualcuno non lo blocchi…e sarà travolto lui stesso. Il pessimista vero indica la pioggia dopo il sole, la miseria dopo il benessere, il buio dopo la luce, la morte dopo la vita.
Io non sono pessimista, nel senso che al peggio, credo, non c’è mai fine e quindi è una linea nera continua. Tuttavia, per un momento, la speranza si era affacciata dalle tenebre, come una lucciola col singhiozzo in una notte senza luna nel bosco Atro. Quelle cinque piantine di viola, quel cespuglietto di violacciocca, il trifoglio ipertrofico e il piccolo cactus risvegliato dal letargo invernale sembravano volermi dire che laggiù, sotto terra, qualcuno mi amava. Ma non era così.
Dopo qualche giorno, nel quarto vaso continuava a regnare il nulla, tranne un ragno senza fissa dimora che cercava un appiglio dove agganciare una tela. Non trovando nemmeno un germoglio artritico, si lanciava dal quarto piano credendo di essere spiderman, cercando, con le zampette, di schizzare ragnatele, ma non avendo dita e palmi, falliva tragicamente spiaccicandosi sul parabrezza di un suv bmw, che lo spazzava via col tergicristalli laser.
Le cinque violette crescevano, cominciavano a sbocciare, uno, due, tre fiori. Anche il trifoglio sembrava voler fiorire: dei boccioli che lasciavano intravvedere dei piccoli petali gialli, che, però, non si sono mai aperti, almeno non in mia presenza. In compenso il cespuglietto si sviluppava in larghezza e occupava almeno un quarto dello spazio aereo del vaso. Anche il piccolo cactus si era fatto più lungo e gonfio e aveva assunto un bel colore verde pisello, con le sue belle spinette bianche fitte fitte. Anzi, ad un certo punto notai che un altro piccolo cactus spuntava dalla terra a pochi centimetri dal primo: il figlio di Godzilla. Al momento non c’era di che preoccuparsi, lo spazio era ampio, c’era posto per tutti, sopra e sotto terra.
Un bel giorno, però, un fiore, una viola, cominciò ad appassire. Niente di che, pensai, il ciclo della vita e della morte. È naturale. Le viole, poi, sono fiori delicati, si vede, e non durano settimane. Il suo posto verrà preso da altri fiori che stanno già sbocciando. Eccoli lì, ad annunciare la nuova vita che prende forza e da speranza.
Non era così. Altri eventi mi attendevano, tragici e inquietanti.

Sarebbe lungo spiegare perché questo blog si chiama bonsaisuicidi se non avete letto il libro quasi omonimo e definitivamente esaurito, tranne qualche copia che tengo in casa come zeppa per fermare le porte. Comunque, oltre a suonare bene come titolo, si trattava di una vicenda piuttosto tragica che aveva per protagonisti dei bonsai depressi e per teatro casa mia.
Ora, casa mia è un luogo in cui avvengono di frequente delitti e gesti di autolesionismo vegetale, spesso complici, se non direttamente rei, i gatti che quivi abitano. Non questa volta. I fatti che narrerovvi vedono i gatti cone estranei osservatori esterni, per una volta. Anzi, nemmeno osservatori, perché non gliene importa nulla.
Ho piantato sul davanzale delle mie finestre violette e violacciocche. Perché? Cosa mi avevano fatto? C’è da chiederselo: con simili precedenti sarebbe come pensare di andare a fare il bagno a Fukushima e sperare al massimo in un eczema solare. Eppure, dopo che era morto tutto il morituro, nei quattro vasi nei quali sopravviveva a stento solo il piccolo salsicciotto spinoso, tipo cactus, del quale non ho mai scoperto il nome vero, alla fine, defunto pure quello, la terra scura reclamava di essere inseminata. Non resistendo al richiamo sono passato a vie di fatto e ho comprato due bustine di semi delle piante di cui sopra. Le istruzioni promettevano fioriture imminenti e resistenza all’insolazione, data l’esposizione a sud e le fotografie illustrative erano incoraggianti. Dissodata la terra son passato alla semina: non potendo passeggiare tra le zolle a torso nudo gettando semi a manciate come vidi fare da bambino in qualche documentario in bianco e nero e come ammirai in qualche coloratissimo quadro di Van Gogh, mi sono limitato a distribuirli equamente sotto qualche centimetro di terriccio: due vasi di viole e due di violacciocche, per non far torto al sindacato dei fiori, casomai esistesse. Fiducioso nella natura e nelle abbondanti annaffiature ho atteso.
Dopo qualche settimana il primo germoglio: mi sentivo emozionato quasi come un padre. Ho visto questo minuscolo getto verde sgorgare dalla terra bruna, spaccare le zolle (si fa per dire) e venire al mondo con una forza e una potenza miracolosa. Dopo qualche giorno, mentre il primo germoglio si irrobustiva, eccone un altro. Entrambi nello stesso vaso. Negli altri il nulla, l’arido deserto. No, eccone un altro, nel secondo vaso. A quel punto non ricordavo più dove avevo seminato cosa (ecco perché negli orti e nei giardini sono piantati paletti con le bustine dei semi infilate) e, così piccoli, i germogli non si distinguono l’uno dall’altro, come i neonati, almeno se li guardi solo in faccia. Però, con tutti i semi che avevo gettato nella terra, almeno una cinquantina in ogni vaso, tre germogli mi sembravano pochi. E gli altri? Abortiti? Sterili? Cosa avviene esattamente sottoterra mentre noi non guardiamo? Non stavo troppo a sottilizzare, l’importante era che qualcosa crescesse. Alla fine, su quattro vasi, solo uno è rimasto brullo – ben il 75% di successo – ma nel vaso delle violacciocche solo un seme ha dato risultati, mentre in quelli delle viole sono nate cinque piantine, tre in uno e due nell’altro. Non solo: dove ci sono due piantine è nato il trifoglio, ma non il solito trifoglio da prato, alto due-tre centimetri, che in certi casi porterebbe fortuna, almeno agli irlandesi. No, un cespuglio di trifoglio. Da dove sia sbucato non ho idea, ma, si sa, la natura ha percorsi misteriosi e non è tenuta a comunicarli a chicchessia. Nell’altro vaso, in mezzo alle tre piantine di viole è spuntato un piccolo cactus. Evidentemente in letargo, sotto terra, quel movimento di semi, radici, acqua e un po’ di concime deve averlo risvegliato. Mi sono venuti in mente almeno una decina di film di fantascienza, per primo il giapponese Godzilla, in cui le azioni dell’uomo risvegliavano forze della natura sopite da millenni. Che cosa pretenderà il piccolo cactus? Crescerà? Quanto? Come si comporterà con i compagni di vaso? E con me? Ve lo dirò prossimamente. I fatti sono già accaduti, come immaginerete, ma per saperlo dovrete aspettare qualche giorno, giusto il tempo delle esequie.