La terra trema, l’Italia barcolla assieme alle nostre certezze e speranze.
Senza tirare in ballo ipotesi catastrofiche precolombiane, a Milano è il terzo terremoto nel giro di cinque mesi che ci scuote in ogni senso. Se di giorno fa già un certo effetto destabilizzante, di notte lo smarrimento è totale e l’idea di uscire di casa al buio in pigiama non si rivela tra le priorità, almeno finché non diventa un’emergenza, ma, ripensandoci, a quel punto forse è già troppo tardi. Abitando al quarto piano, poi, ascensore e scale non sembrano i percorsi più sicuri e ci si chiede quale sia l’opzione meno rischiosa. Di restare a letto non se ne parla con l’armadio stagionale di fronte che potrebbe spalancarsi e riversarti addosso tutto il guardaroba estivo, invernale e di mezza stagione. Sotto il letto? Troppa polvere. E poi temo che le doghe non siano così robuste. Sotto il tavolo come Attila? È un’idea, anche se fa sentire un po’ ridicoli come in quei filmati amatoriali giapponesi, che mostrano stanze scosse all’inverosimile da sismi immani, con le suppellettili che crollano da mobili e scaffali e la gente che si rifugia sotto le scrivanie. Efficace, ma grottesco, anche perché non siamo in Giappone e i nostri edifici, per niente antisismici, crollano assieme alle suppellettili, non dopo.
Idea: mi metto al computer e verifico se alle quattro del mattino c’è qualcuno nelle mie stesse condizioni. Mi troveranno sepolto sotto le macerie in mezzo alle pagine di facebook. Infatti, di gente sveglia ce n’è, tutti arzilli e spiritosi, forse per esorcizzare lo spavento che si ripropone dopo pochi minuti, mentre si posta qualche battuta.
Ricomincia, dici, il pavimento ondeggia, ti alzi e ti appoggi al muro, lo senti solido e ti da conforto, ma i mobili rumoreggiano, scricchiolano, anche la tenuta del muro ha un limite, ma non sai qual è. Si apre da sola l’anta della vetrinetta e i bicchieri tintinnano, come in un brindisi. Cosa festeggiamo? Cosa ci auguriamo? Che finisca presto, subito, ora. Nessun segno ti assicura che sarà così. Non è come quando sei piccolo con il temporale. Terrificante, sì, ma sai che segue un percorso in crescendo, raggiunge un picco, un climax, poi lo senti allontanarsi e difficilmente tornerà. Il terremoto è imprevedibile, non ha orario, né codice di comportamento, è infido, vigliacco, ti assale alle spalle, mentre dormi, quando lavori, riposi, leggi, scrivi, mangi.
Non siamo abituati qui, ma, in fondo, dove ci si abitua?
È finita? Pare di sì, ma quando decidi che è andata anche stavolta senti un altro sussulto, dura un attimo, quanto basta per farti provare un ultimo brivido e mandarti di nuovo a letto con un incubo già confezionato, pronto per essere consumato.
Ora ogni vibrazione del letto è un brivido nella schiena. L’autosuggestione fa perfidi scherzi. Giù in strada si ferma un gruppo di persone che parlano e scherzano ad alta voce in una lingua sconosciuta. Accendono anche l’autoradio e sparano una musica assurda che nemmeno ricordo, ma mi fa ridere. Chissà se anche loro hanno sentito il terremoto? Ne staranno parlando? Sembrano allegri. Probabilmente ci ridono sopra, perché da loro sì che i terremoti sono forti, assieme a vulcani, uragani, alluvioni e maremoti. Qui la natura ha manifestazioni più discrete, civili, politicamente corrette e contenute. Ma la paura è la stessa. E mi addormento sulle portiere che sbattono e le auto che partono.