Archive for maggio, 2012


Eppure…

È sottile, impalpabile e irrefrenabile come la sabbia nella clessidra, non si riesce neanche a parlarne tanto è fluida. Ti percorre, ti attraversa, la senti partire dalla pianta dei piedi e ti arriva di corsa fino ai capelli. È ancestrale, endemica, fisiologica, non ne puoi fare a meno, neppure se ti sforzi di negarla. La comprimi, la schiacci, ma è come l’acqua, ti schizza fuori tra le dita. Basta poco: un rumore sospetto, uno scricchiolio, uno scatto del micio, la finestra che sbatte, una moto che romba in strada, il coperchio del portatile che si muove solo perché stai scrivendo. E poi questa continua sensazione di ondeggio: oggi ero su una panchina al parco a leggere e mi pareva che si muovesse. Ho persino provato a muoverla io stesso, ma era saldamente avvitata al terreno e non si spostava di un millimetro. Mi sono nuovamente appoggiato allo schienale ed ecco di nuovo il movimento ondulatorio. Ma a chi raccontarlo? Per essere preso per paranoico o peggio? Non c’è niente come l’ossessione per diventare inaffidabile e sospetto. La gente comincia a guardarti strano e a evitarti. Già non sono un gioviale che da confidenza a tutti, ho scoperto recentemente che sono considerato un freddo (in senso positivo, credo), un razionale, che non si lascia coinvolgere facilmente e non cede alle lusinghe, ma anche difficile da identificare e catalogare. Se poi vado in giro a raccontare che sento di continuo la terra  ballare sotto i piedi e a letto di notte è come una gita in mare, è la volta che dalla categoria “indecifrabile” precipito in quella di “psicotico”. Eppure è solo paura.

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La terra trema, l’Italia barcolla assieme alle nostre certezze e speranze.
Senza tirare in ballo ipotesi catastrofiche precolombiane, a Milano è il terzo terremoto nel giro di cinque mesi che ci scuote in ogni senso. Se di giorno fa già un certo effetto destabilizzante, di notte lo smarrimento è totale e l’idea di uscire di casa al buio in pigiama non si rivela tra le priorità, almeno finché non diventa un’emergenza, ma, ripensandoci, a quel punto forse è già troppo tardi. Abitando al quarto piano, poi, ascensore e scale non sembrano i percorsi più sicuri e ci si chiede quale sia l’opzione meno rischiosa. Di restare a letto non se ne parla con l’armadio stagionale di fronte che potrebbe spalancarsi e riversarti addosso tutto il guardaroba estivo, invernale e di mezza stagione. Sotto il letto? Troppa polvere. E poi temo che le doghe non siano così robuste. Sotto il tavolo come Attila? È un’idea, anche se fa sentire un po’ ridicoli come in quei filmati amatoriali giapponesi, che mostrano stanze scosse all’inverosimile da sismi immani, con le suppellettili che crollano da mobili e scaffali e la gente che si rifugia sotto le scrivanie. Efficace, ma grottesco, anche perché non siamo in Giappone e i nostri edifici, per niente antisismici, crollano assieme alle suppellettili, non dopo.
Idea: mi metto al computer e verifico se alle quattro del mattino c’è qualcuno nelle mie stesse condizioni. Mi troveranno sepolto sotto le macerie in mezzo alle pagine di facebook. Infatti, di gente sveglia ce n’è, tutti arzilli e spiritosi, forse per esorcizzare lo spavento che si ripropone dopo pochi minuti, mentre si posta qualche battuta.
Ricomincia, dici, il pavimento ondeggia, ti alzi e ti appoggi al muro, lo senti solido e ti da conforto, ma i mobili rumoreggiano, scricchiolano, anche la tenuta del muro ha un limite, ma non sai qual è. Si apre da sola l’anta della vetrinetta e i bicchieri tintinnano, come in un brindisi. Cosa festeggiamo? Cosa ci auguriamo? Che finisca presto, subito, ora. Nessun segno ti assicura che sarà così. Non è come quando sei piccolo con il temporale. Terrificante, sì, ma sai che segue un percorso in crescendo, raggiunge un picco, un climax, poi lo senti allontanarsi e difficilmente tornerà. Il terremoto è imprevedibile, non ha orario, né codice di comportamento, è infido, vigliacco, ti assale alle spalle, mentre dormi, quando lavori, riposi, leggi, scrivi, mangi.
Non siamo abituati qui, ma, in fondo, dove ci si abitua?
È finita? Pare di sì, ma quando decidi che è andata anche stavolta senti un altro sussulto, dura un attimo, quanto basta per farti provare un ultimo brivido e mandarti di nuovo a letto con un incubo già confezionato, pronto per essere consumato.
Ora ogni vibrazione del letto è un brivido nella schiena. L’autosuggestione fa perfidi scherzi. Giù in strada si ferma un gruppo di persone che parlano e scherzano ad alta voce in una lingua sconosciuta. Accendono anche l’autoradio e sparano una musica assurda che nemmeno ricordo, ma mi fa ridere. Chissà se anche loro hanno sentito il terremoto? Ne staranno parlando? Sembrano allegri. Probabilmente ci ridono sopra, perché da loro sì che i terremoti sono forti, assieme a vulcani, uragani, alluvioni e maremoti. Qui la natura ha manifestazioni più discrete, civili, politicamente corrette e contenute. Ma la paura è la stessa. E mi addormento sulle portiere che sbattono e le auto che partono.

Lo so già, l’ho già sentito centinaia di volte: non bisogna lasciarsi intimidire, non ci arrendiamo alla violenza, bisogna rispondere con la forza delle istituzioni, si deve avere fiducia nello Stato. Lo Stato c’è.Tutto vero, tutto giusto. Caso vuole (o forse no) che in queste settimane ricorrano i vent’anni dalle stragi Falcone e Borsellino, due vicende ancora da scrivere in buona parte, perché, se gli autori materiali sono finiti in galera — considerando che per la strage di via D’Amelio sono stati condannati anche degli innocenti — i livelli più alti ancora una volta sono risultati intoccabili e nell’ombra.
La storia italiana ci insegna che le stragi, purtroppo, sono spesso di Stato o, comunque con una compartecipazione attiva o passiva di pezzi di Stato, che forniscono risorse e mezzi o fanno finta di non accorgersi di ciò che sta accadendo. Inoltre, un attentato ad una scuola, come quella di Brindisi, è un attentato a una intera generazione, un genocidio morale e materiale.
Non sto invitando al disfattismo e credo ancora fermamente nelle istituzioni in quanto tali, ma solo in linea teorica e ideologica (che brutta parola, vero?), mentre chi le rappresenta ne è spesso indegno.
Di solito la prima domanda di fronte a fatti del genere è “cui prodest”, ma oggi bisogna chiedersi prima di tutto “cui nocest” e la risposta è: tutti noi, tutto il Paese, già provato da una crisi pesantissima economica, politica, morale, culturale, provocata da una classe dirigente che, dopo il crollo post-tangentopoli di quella che l’ha preceduta, si è fatta avanti e ha completato il lavoro di distruzione della fiducia degli italiani nella politica, nelle istituzioni, nella gestione della cosa pubblica. Sopravviviamo sulle macerie culturali degli ultimi vent’anni lasciate da questi demolitori professionisti, che, non ancora soddisfatti del lavoro svolto, vorrebbero sovrintendere anche alla ricostruzione, come quelle società adibite al rimboschimento, che, per procurarsi lavoro, appiccano incendi.
Mi auguro che questi sciacalli, già prodighi di sollecite dichiarazioni dense di partecipazione, turgide di sdegno, desiderose di trasparenza e giustizia, facciano un passo indietro e lascino lavorare chi sa lavorare, fornendo assistenza istituzionale quando serve, ma senza intralciare il cammino delle indagini tagliando fondi o istituendo commissioni inutili e dispendiose.
Mi auguro, inoltre, che gli italiani si rivelino migliori di chi li ha governati sino ad ora, cosa non difficile peraltro, ma che uno sforzo ulteriore li ponga su un piano veramente superiore, in ogni senso.
Domani, tra l’altro, si vota in molti comuni e altri sciacalli stanno pensando di pasteggiare sulle macerie con la scusa che abbiamo toccato il fondo e quindi, irresponsabilmente, si può fare e dire qualsiasi cosa, magari mandando avanti altri, perché a loro scappa da ridere. C’è davvero ben poco da ridere e molto da fare, invece e picconare il poco che è rimasto in piedi non è un buon modo per ricominciare.

Lo sciopero è riuscito, nella forma e nella sostanza. Prima di tutto perché vi è stata una adesione attiva da parte dei lavoratori, che si sono presentati ai propri turni e anche oltre, ma si sono fermati all’ingresso, dove era stato stabilito il presidio per tutto il giorno. Si è visto anche qualche giornalista e qualche fotografo e, per fortuna, hanno trovato una folla di gente che aveva voglia di parlare, raccontare, spiegare le ragioni dello sciopero e della preoccupazione per il proprio futuro. Chi ipotizzava di poter stare a casa, perché l’importante era fermare la produzione non sapeva bene quel che diceva. Quindi ci si augura un’eco prolungata, sempre che gli editori abbiano voglia e interesse a impegolarsi in una faccenda a dir poco ingarbugliata, con connotazioni economico-politiche di un qualche rilievo.
È riuscito anche nella sostanza, dicevo, perché la massiccia adesione fa ben sperare in un’unità d’intenti, anche da parte di coloro, pochi, che non riconoscono nello sciopero una forma di lotta efficace.
Se siete spettatori di Ballarò, sappiate che il sondaggio settimanale presentato ogni volta da Nando Pagnoncelli non l’abbiamo fatto noi. Non so se questo abbia un senso, ma è un’informazione e serve a ricordare che i sondaggi sono fatti da quei lavoratori che vi rompono le scatole mentre cenate e vi chiedono se preferite il governo Monti o avete nostalgia di Berlusconi, se credete che la Lega sia diversa dagli altri partiti od ogni scarrafone laureato in Albania è bello a mamma sua, se andrete a votare alle prossime elezioni o preferite passare il tempo libero in modo diverso.
Stasera, quando tornate a casa e mentre addentate lo spezzatino o date l’assalto agli spaghetti vi suona il telefono e dall’altra parte sentite una voce cortese che vi  invita a rispondere ad alcune domande di attualità, cercate di essere comprensivi, perché quella telefonata potrebbe essere l’ultima. Un bel sospiro di sollievo, direte voi, ma pensate che anche il vostro lavoro potrebbe finire un giorno per un motivo qualsiasi e vi potreste trovare nelle condizioni di dover impugnare pure voi la cornetta e fare domande alle otto di sera a chi non ha voglia di rispondere.
Ora la palla passa all’azienda. Vedremo come risponderà a tutti i livelli, da quelli locali a quelli internazionali. Di una cosa dobbiamo essere consapevoli: vittime ce ne saranno e, probabilmente, non poche. Limitare i danni è l’obiettivo oltre a vendere cara la pelle.

Assemblea al Cati Ipsos di via Temperanza a Milano. Alle 16,30 è già iniziata. Il sindacalista sta parlando e illustrando la situazione. Non è chiara, nemmeno a lui, per sua stessa ammissione.
Da quando il gruppo francese Ipsos ha acquisito l’inglese Synovate è diventato il terzo soggetto nel mondo per le ricerche di mercato. Ma si sa, le acquisizioni non sono indolori e di morti sul campo ne lasciano parecchi, a tutti i livelli, a cominciare dai dirigenziali: di solito sono le prime teste a saltare e poi a scalare fino ai livelli più bassi, quelli con meno tutele.
L’ipotesi che il Cati di Milano chiuda lasciando a casa un paio di centinaia di persone gira da un po’ e il fatto che a febbraio di quest’anno non abbiano rinnovato il contratto ad una trentina di lavoratori freschi di contratto a progetto e agli altri fortunati, sia stato prorogato per un semestre di cinque mesi (!!!) fino al 30 giugno, qualcosa doveva suggerire. Non solo: da mesi il lavoro è sempre più scarso, i sondaggi politici, nonostante le amministrative imminenti, si sono fatti sempre più radi — chissà se per mancanza effettiva di commesse o perché venivano dirottati al Cati di Bari, appena acquisito con l’affare Synovate e più economico per l’azienda — svuotando di fatto di importanza il centro milanese.
Eppure nessuno avvertiva il pericolo. Si è arrivati ad un mese e mezzo dalla scadenza del contratto per decidere di attivarsi e affrontare la situazione. Ma quale situazione? Visto l’atteggiamento sibillino dell’azienda, che dice e non dice, paventa la serrata, ma parla di input e non di diktat da parte di Parigi, le interpretazioni sono tutte legittimate: da chi parla di delocalizzazione totale a chi ipotizza solo una riduzione del personale, ma a quel punto si apre l’immenso, doloroso e conflittuale problema del criterio di selezione, con tutto ciò che comporta in termini di compattezza della lotta per il posto di lavoro.
Alla fine, dopo breve dibattito (il tempo per relazione, discussione e votazione è di un’ora soltanto) si proclama lo sciopero. Inizialmente di un’ora per turno, poi, dopo vivace contestazione, di quattro ore per turno con acclamazione finale.
Non finisce qui: la modalità dello sciopero è oggetto di ulteriore discussione informale post assemblea. Alla fine si decide per il presidio all’ingresso di via Temperanza 6 per tutto il giorno.
Ora, è chiaro che non si tratta di un fatto privato, tanto più in quanto Ipsos ha un’esposizione mediatica notevole. Il timore di qualcuno è che la notizia venga data in pasto alla stampa di destra e possa essere usata per screditare Nando Pagnoncelli (per oscuri motivi l’Ipsos è considerata di sinistra, il che la dice lunga sull’affidabilità dei sondaggi se ci sono agenzie di destra e di sinistra), ma se si vuole tenere riservata la cosa non si opta per un presidio stradale. Inoltre, chi non vuole la divulgazione della notizia ha qualche problema con la libertà di stampa e con la democrazia: chi decide quali notizie possono pubblicare i giornali di destra e quali i giornali di sinistra?
Di contro, strani corvi interni volano in tondo sopra questa situazione lanciando accuse nascondendosi dietro l’anonimato o nomi fittizi. Sono vigliaccate che avvelenano il clima e non fanno bene ai lavoratori.
A parte questi dettagli, lunedì 14 per tutto il giorno sarà astensione dal lavoro all’Ipsos e l’invito è quello di presentarsi al lavoro al proprio turno e, compatibilmente con le proprie forze, restare fuori tutto il tempo del turno. Per qualcuno l’essenziale è bloccare la produzione, ma esiste anche una forma nello sciopero e questa è esercitata dai lavoratori con la loro attiva partecipazione. Bisogna esserci, non starsene a casa perché c’è sciopero. Non siamo a scuola, non si scherza col lavoro. Non si scherza con la vita della gente.

Sappiate che il biangolo non esiste. Non solo non esiste il biangolo, ma senza biangolo non c’è bilatero.
 È un peccato, perché sarebbe stata la prova definitiva dell’esistenza di dio. 
Pazienza, c’è di peggio nella vita. A pensarci bene se dio esistesse davvero non avremmo  avuto più niente da fare qui, tanto avrebbe fatto tutto lui e a noi non sarebbe rimasto altro  che stare a guardare. Sai che due palle stare a sentire uno che dice di sapere tutto e di saper fare qualsiasi cosa, di esserci sempre stato. Tu dici: sono stato in vacanza là e lui c’è già stato, anzi, il villaggio vacanze l’ha fatto lui e anche il palmeto e la barriera corallina; dici: sono stato a un concerto e lui era in prima fila, anzi, ad un certo punto è salito sul palco, è entrato dentro il chitarrista ed è stato lui a fare l’assolo più strepitoso della storia; dici: ho letto un romanzo fantastico e lui: gliel’ho dettato io, tutti i libri, Genesi Esodo, Levitico , tutto, vecchio e nuovo, atti, lettere e apocalisse, versione ebraica e cristiana, l’ho tradotto in ogni lingua, compreso greco antico ed aramaico. Le case editrici sarebbero già fallite. Le case discografiche anche, per non parlare delle agenzie turistiche. Chi ha voglia di andare in vacanza in posti esclusivi che esclusivi non sono, perché lui ci va da milioni di anni. Dici: domani probabilmente piove, me ne sto a casa e lui fa spuntare il sole. Dici: domani c’è il sole, vado a fare una passeggiata e lui fa piovere. Guardi la tv per sapere chi ha vinto le elezioni, ti telefona lui e ti fa il verso del grillo e aggiunge che l’ha creato lui. Insopportabile. Meno male che non esiste uno così.