Archive for febbraio, 2012


Non so se avete presente la situazione: le dita sulla tastiera del computer, la voglia di metter giù due idee e il vuoto nella testa. Tenti di scrutare, occhieggiare in qualche angolo, dove si raduna sempre la polvere che si impasta con le briciole e quant’altro precipita a terra, compresa una mosca morta di freddo e smangiucchiata, ma nulla, come se fosse passato un potente aspirapolvere e avesse prosciugato ogni residuo di sporcizia mentale. Pensate che pulito sia bello? No, pulito fa schifo, pulito non c’è niente, pulito è il nulla, pulito è arido, asettico, vuoto, freddo. Da bambini la mamma ci faceva lavare quando tornavamo a casa, ma addosso portavamo tutta la fantasia, la creatività, la gioia, sulle ginocchia sbucciate, sulle mani grigie di terra, sulla faccia macchiata dal nero delle dita, i capelli sporchi e arruffati. Se fossimo tornati in ordine come eravamo usciti significava che non avevamo trovato un amico per giocare a “facciamo che io ero e tu eri e io facevo e tu facevi e poi incontravamo gli indiani e lottavamo e ti facevano prigioniero e io ti liberavo e loro mi ferivano e tu mi curavi con le erbe e tornavamo a cavallo nel nostro ranch” e avremmo passato un sabato pomeriggio di noia abissale. Le idee stanno lì, in mezzo alle cianfrusaglie in solaio, ingiallite dal tempo, accartocciate dal caldo umido e ricoperte di polvere e terra, magari un po’ odorose di fiori secchi, dove vai raramente per non uscirne con le ragnatele tra i capelli e qualche scarafaggio in tasca, ma quando ti ci rechi stai via ore e quasi non torneresti. Apri i vecchi bauli e trovi quaderni neri col bordo rosso, entro cui la grafia incerta e il colore blu mare dell’inchiostro della stilografica profumano ancora del cartoncino lucido, della gomma rosa e delle matite colorate, delle cartine geografiche plastificate e luccicanti, dove la Romania era sempre arancione, con la grossa vena blu del Danubio, l’Inghilterra rosa e la Russia verde e immensa. La bicicletta pieghevole, brunita dalla ruggine pare un pezzo di legno e rimanda alle domeniche senza auto, quando dai caselli delle autostrade sfilavano intere famiglie che spingevano sui pedali. In vecchi scatoloni ricompaiono albi illustrati con le fiabe più belle e terrificanti, piene di streghe vecchie e orribili dal naso adunco, orchi cannibali golosi di bimbi teneri e genitori sciagurati che abbandonavano i figli non potendoli mantenere, nella speranza che qualcuno li raccogliesse e li portasse con sé o per non vederli morire di fame davanti agli occhi o perché si rendessero utili diventando almeno cibo per lupi o altre belve. Di questo si nutriva il nostro inconscio e la nostra fantasia e questo ci restituisce la mente  sotto varie forme quando lasciamo correre il pensiero a briglia sciolta, anche se non ce ne accorgiamo. In cerca di idee sono uscito e mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito con storie “da leggersi all’imbrunire”. Di questo Lui si nutre ancora.

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Premessa: questa non vuole essere una recensione, che necessiterebbe di una dettagliata disamina della storia e dello stile, ma una serie di impressioni che mi ha lasciato il libro.

Nonostante la febbre ho portato a termine senza troppo fatica la lettura di 1Q84, l’ultimo romanzo di Haruki Murakami (scritto nella sequenza occidentale nome e cognome) e non mi è sembrato il suo capolavoro, come molti pare abbiano già detto e scritto. Se si è lettori dell’autore giapponese si è anche abituati ad enigmi irrisolti, personaggi fuori dagli schemi, passaggi repentini dalla realtà alla fantasia o, più spesso, fantasie che diventano inequivocabilmente realtà, dettagliate ossessioni, visioni oniriche e così via. Una cosa che mi ha sempre colpito della sua scrittura — il primo libro che ho letto è stato Kafka Sulla Spiaggia e mi ha stregato — è l’essenzialità, la mancanza di orpelli inutili, la scelta precisa delle parole che dessero il giusto significato al concetto, all’immagine, allo scenario. E le metafore, molte, giuste, incisive, equilibrate, evocative, tante di carattere musicale. Ora, in 1Q84, tutto questo non l’ho ritrovato, o, più correttamente, l’ho ritrovato solo in parte, tanto che, mentre lo leggevo, mi chiedevo se fosse stato tradotto male (si sa, la colpa è prima di tutto del traduttore traditore) e, invece, ho verificato trattarsi dello stesso traduttore di Kafka e Norwegian Wood: Giorgio Amitrano. A parte la storia, visionaria e affascinante come sempre, anche se troppo favolistica rispetto ad altre come L’Uccello Che Girava Le Viti Del Mondo o Afterdark, mi sembra di avere colto nella narrazione di Murakami qualche barocchismo di troppo, iperboli fuori luogo, ripetizioni/ossessioni fin troppo insistite. Insomma, mi è parso un Murakami diverso dal solito, più concentrato su un’elaborazione stilistica e formale, che sostanziale, come se avesse voluto accontentare i suoi lettori affamati di metafore orientali fatte di mare spumoso, isole nebbiose, brume che si alzano da pianure desolate e gelide, germogli che sbucano dalla terra smossa. Purtroppo, avrei dovuto prendermi degli appunti durante la lettura, ma non pensavo di avere voglia di scriverne una recensione e, francamente, al momento non ho intenzione di scorrere di nuovo le oltre 700 pagine per sottolineare  passaggi che non mi hanno convinto, anche se ce ne sono parecchi. Con ciò, Murakami resta uno dei miei scrittori preferiti e maestro della narrazione, proprio per quel suo essere fuori dai canoni, anche se, questa volta, ha voluto essere troppo se stesso, si è replicato, come se fosse nato da una Crisalide d’Aria nell’anno 1Q84. Tra l’altro la storia non termina in questa edzione pubblicata da Einaudi, ma c’è un seguito in uscita in Italia nel prossimo ottobre, a quanto pare. C’è da chiedersi perché non abbiano pubblicato tutta la storia in un volume unico, come avevano già fatto in Giappone?

Sono stupefatto e allibito dai deprimenti progressi della scienza medica. La specializzazione pare essere la pratica più deleteria che la medicina abbia intrapreso nell’ultimo secolo. I medici specialisti si concentrano esclusivamente su una parte del corpo senza tenere conto di tutto quello che c’è intorno, in prima istanza la persona. Dal punto di vista epistemologico è come se fossimo regrediti ad un’epoca che forse non è mai stata, dato che la specializzazione è un’invenzione moderna e la concezione olistica dell’umanità è probabilmente la più antica, ancorché negletta oggigiorno. Un paradosso filosofico-temporale.
Porto mia madre ad una visita cardiologica, poiché il geriatra mette in relazione l’andamento ritmico del cuore, degno di un batterista cubano ubriaco di rhum, con le visioni lisergiche che si presentano frequentemente nella sua mente come se fosse dedita a pratiche psichedeliche spinte. Lo spiego alla cardiologa, peraltro molto cortese e professionale, operante in un ospedale milanese davvero accogliente e ben organizzato, e quella mi risponde con una piega verso il basso delle labbra, come una U rovesciata e la punta delle cinque dita riunite a forma di fico agitate su e giù, come a dire: “Ma cosa si inventa il geriatra?” Io, che non sono cardiologo, geriatra, ma neppure medico o infermiere, mi limito ad incassare il giudizio negativo e chiedo: “Vuole dire che il ritmo squadrato del cuore non ha a che fare con le allucinazioni? Quello non provoca queste? E se fosse il contrario? Se le alterazioni audio-visive provocassero il fuori-tempo del cuore?”
“Può darsi, annuisce la dottoressa, ma non ne ho la certezza.” Mi viene da chiedere: “Cosa consiglia per evitare il ripetersi delle visioni psichedeliche?”, ma mentre formulo la domanda mi accorgo che è inutile, poiché sto parlando ad una cardiologa, che non riesce a spostare il suo sguardo, non solo clinico, dall’area compresa tra collo e ventre, con una breve escursione verso il braccio e il polso, per pressione e pulsazioni. E lei me lo conferma: “Sono una cardiologa, non mi occupo d’altro.” Ci salutiamo cordialmente. Tornato a casa scrivo una mail al geriatra facendogli notare il parere della collega sulla relazione tra rhum ed LSD o, se preferite, tra aritmia e stato allucinatorio. Mi risponde con queste righe:
E’ ben noto in letteratura (medica geriatrica, non cardiologica) che alterazioni del compenso cardiaco, anche secondarie a fasi di tachiaritmia, possano manifestarsi in termini di allucinazioni, stato confusionale nella persona anziana.
Capito? La letteratura geriatrica dice cose che la letteratura cardiologica neanche si sogna. Ma anche gli anziani, soprattutto gli anziani, hanno un cuore che va fuori tempo. Come mai la cardiologa non lo sa? Forse perché è abituata a curare cuori giovani? Possibile? Un cardiologo dovrebbe specializzarsi anche in geriatria? E se si specializzasse semplicemente in “cura del paziente”? Mi chiedo: quando ci si laurea in medicina cosa si prende in considerazione? Di curare un organo, una parte del corpo o le persone? È pure vero che il corpo umano è una macchina complessa, ma non è un automobile, che necessita di elettrauto, gommista e meccanico per funzionare, stiamo parlando di persone coscienti in difficoltà e coscienti delle proprie difficoltà, che, a quell’età, spesso si traducono in coscienza della propria inutilità. Non è possibile occuparsi solo di contrazioni muscolari, impulsi elettrici e valvole che scattano regolarmente, perché quello indica la propria specializzazione, come un carburatorista (esisteranno ancora?) si occupa di corpi farfallati e venturi e non se lo spunto offerto dalla batteria è sufficiente. La faccio facile, lo so, ma le scene a cui mi tocca assistere negli studi medici non mi incoraggiano. Come quella volta in cui accompagnai una mia amica dall’oculista e questi, nervoso, se la prese con un’anziana paziente che aveva male interpretato una cifra sul documento di prenotazione, gridando. “Ma non vede cosa c’è scritto?” — non accorgendosi di trovarsi nell’ambulatorio oculistico e di essere lui stesso un oculista, cioè colui presso il quale si recano le persone che non vedono bene allo scopo di vederci un po’ meglio. Quello si era addirittura dimenticato la specializzazione.