Cappa è un giornalista, è il protagonista del mio romanzo Silenziosa(mente). Queste sono alcune delle esperienze vissute durante la sua carriera, avventure e disavventure, appunti e disappunti.

Arrivo al locale casualmente all’orario concordato, perché trattenuto al telefono dalla solita chiamata-fiume del direttore, il quale naturalmente aveva 500 cose da dirmi e le voleva dire tutte nella medesima chiamata, altrimenti, affermava, se le sarebbe dimenticate, così la facoltà di dimenticarle la passava a me. Di solito il mio anticipo è di almeno mezz’ora, perché mi piace assistere al sound-check, a parte quello della batteria che trovo insopportabile e poi il sound-check dice molto dei musicisti: ci sono i precisini, gli incontentabili, gli insopportabili, gli speriamo-bene, i massì-tanto-andrà-tutto-alla-rovescia, i massì-alla-fine-andrà-tutto-bene, quelli che maledicono il fonico di sala, quelli che maledicono il fonico di palco, quelli che maledicono e basta, quelli che non vogliono sorprese e quelli che le avranno comunque. Invece il sound-check è già finito e l’artista è impegnato in un’intervista con un collega munito persino di telecamera. Mi presento all’addetto del locale che smista i giornalisti e si staglia in mezzo alla sala come una faro fuori posto, roteando la testa e lo sguardo intorno.
— Sono Cappa della rivista Jazz-Rock Revue e sono qui per intervistare Roy Jamerson. Sono d’accordo col suo management.
Nonostante l’addetto mi abbia già visto decine di volte e sappia benissimo chi sono, si atteggia tra il sospettoso e l’incerto, consulta un foglio e mi dice che non sono in elenco.
— Pazienza, se il mio nome non è scritto, è normale, ma Roy mi aspetta e sa benissimo che abbiamo un’intervista da fare.
— Va be’, se vuoi aspettare qui, appena finisce quella in corso provo a chiedergli se la vuole fare anche con te. Tieni conto che deve mangiare prima del concerto — mi informa l’inutile idiota, con la faccia di chi sta per concedere la grazia ad un essere talmente insignificante, il sottoscritto, da non sprecare ulteriore fiato per chiedergli se vuole qualcosa da bere, anche solo dell’acqua di rubinetto o della sciacquatura di piatti. Si disidrati pure sul posto, che poi penseranno i camerieri a spazzarla via con uno scopino e una paletta, sembra pensare.
Mentre gli sto mentalmente lanciando la terribile maledizione di Quetzalcoatl, ecco che Roy termina l’intervista col collega e guarda verso me, ma sembra non vedermi. In compenso, a lui si avvicina il “predestinato” e gli mormora qualcosa guardando verso la mia parte. Stavolta Roy Jamerson sembra scorgermi e vedo che fa segno col dito verso l’alto. Capisco che non mi sta invitando ad impiccarmi ad una trave del soffitto, ma lo devo raggiungere al piano di sopra, dove ci sono i camerini e faremo l’intervista mentre mangia, una bella intervista con la bocca piena di maccheroni al sugo. Niente di meglio.
Di sopra c’è anche sua moglie, una non giovanissima donna che canta con lui. Mi presento e lei mi spara un sorriso di circostanza, ma noto che osserva anche il marito con perplessità. Lei sa già cosa sta per succedere. Io no.
Ci sediamo al tavolo ed inizio con le domande a Roy sulla sua carriera di bluesman, cantante, chitarrista, multistrumentista. Lui ascolta distrattamente, mentre rovescia da una teglia un quantitativo di pasta asciutta che sarebbe bastato ad un plotone di alpini appena discesi dalla parete nord del Cervino. Risponde a monosillabi, anche perché i maccheroni che ha in bocca rendono ardua una più compiuta articolazione di parole sensate.
Io non demordo e gli chiedo ragione di una chitarra Wurlitzer che ho visto su un suo vecchio disco, ma lui mi fa segno di “no” con la testa.
— Cosa significa “no”? — gli domando.
— I never had, I never played a Wurlitzer guitar — mi dice.
Come no, cazzo, c’è nel tuo disco del 1993, c’è anche la tua foto con questa chitarra. — insisto.
— You’re wrong — taglia corto lui, mentre il mento gli si unge di sugo di pomodoro.
Avrei fatto bene a dare retta al verme del locale che ho lasciato di sotto e che ormai, se Quetzalcoatl ha fatto il suo dovere, dovrebbe essersi già trasformato in lombrico delle paludi del Golfo del Messico . È stato un errore chiedere quest’intervista ad uno che non aveva voglia di farla. Bastava dirlo, però, ci saremmo risparmiati entrambi una scocciatura. Nonostante i buoni uffici della moglie di Jamerson, che, consapevole del caratteraccio del marito e comprensiva nei miei confronti, tenta di compendiare i grugniti del coniuge con qualche spiegazione in più, decido di lasciare perdere e farlo finire di mangiare, meditando vendetta in sede di recensione del concerto. Scendo di nuovo nel locale ancora schiumante rancore, prendo posto ad un tavolino non troppo vicino al palco per non incrociare più lo sguardo di quell’ingordo maiale pieno di maccheroni al sugo. Dopo poco si spengono le luci e l’otre ripieno di pasta asciutta fa il suo ingresso sul palco tra gli applausi scroscianti del pubblico. Applaudite, applaudite, penso, ve ne accorgerete di come avete speso male i vostri soldi.
Appena si siede dietro l’organo Hammond e accenna i primi accordi mi casca la mandibola. È un incanto: nel giro di trenta secondi ho già dimenticato la perdita di tempo, il trattamento ricevuto e la rabbia è evaporata. Ha un tocco magistrale e un senso del blues e del gospel maturato in anni di frequentazione delle chiese battiste sin da bambino. Anche l’intonazione del canto è precisa e densa del giusto feeling. Dopo qualche brano arriva anche sua moglie ad affiancarlo, ma senza aggiungere granché all’intensità già raggiunta da Roy: se anche avesse continuato da solo per due ore, mi sarebbe piaciuto ugualmente. Alla fine mi viene voglia persino di andare a stringergli la mano e fargli i  miei complimenti, ma soprassiedo. Piuttosto, il giorno successivo chiamo la sua etichetta e spiego che magari Roy non era di ottimo umore e allora, si poteva integrare la mezza intervista fatta di persona con delle risposte scritte alle domande che gli avrei fatto recapitare via mail. Mi dicono che la cosa è fattibile con facilità. La risposta a quelle domande non è mai arrivata. Quando uno è stronzo, lo è fino in fondo, anche se è un musicista da sogno.

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