Sto scrivendo, ho la cuffia per sentire la registrazione dell’intervista, fuori c’è un bel sole che entra dalla finestra e illumina la stanza come solo d’inverno succede, con una luce calda e fresca. Provo una strana sensazione, come se la sedia si muovesse. Non è strano, vivo al quarto piano di una casa abbastanza mobile e quando un camion passa di sotto sulla strada sconnessa è normale che si muova il pavimento. Un momento! La strada non è più sconnessa dopo che il comune l’ha finalmente sistemata e poi non sento rumore di camion. La sensazione di movimento si accentua, dura a lungo e si accompagna al tic-tic dei pesciolini d’osso appesi al soffitto che battono tra loro sopra di me. Non c’è più dubbio: è il terremoto. Mi alzo che la casa trema ancora. Sono pochi secondi, una decina, ma il tempo è lentissimo e nessun segnale preannuncia la fine delle scosse. Non è la prima volta che “sento” il terremoto, ma non mi era mai capitato così intensamente e, starò invecchiando?, mai mi aveva preoccupato. Dove sto? Dove mi metto? Giro per la casa mentre gli ultimi tremori sfumano in dissolvenza nel rumore di fondo della città. È finita. Ma se ricominciasse, penso, cosa dovrei fare? Forse è il caso di uscire? Ma no, a Milano non si è mai sentito di un terremoto forte, per di più ripetuto. Mi vengono in mente le notizie lette in tanti anni di sciami sismici durati ore se non giorni. Mi chiedo cosa significhi essere tanto fortunati da vedersi crollare davanti agli occhi la propria casa. Mi guardo intorno ed è tutto a posto. Sulla strada la vita scorre normalmente, nessuna scena di panico. I gatti sono tesi, camminano lentamente con la pancia quasi a terra. L’hanno sentito, ma non in anticipo, perché fino a pochi minuti prima, correvano tra le mie cose sul tavolo per dispettosità innata, come fanno ogni mattina quando mi alzo e mi metto a lavorare. Ora mi è rimasta una curiosa sensazione alle gambe, come quando si scende a terra dopo una  gita in barca e pare di ondeggiare ancora un po’. La sensazione però non è solo alle gambe, ma anche allo stomaco e non è un bel segno. È paura. Sì, mi sono spaventato, non mi vergogno a dirlo, mi sono preso un bello spavento razionale, proprio per la consapevolezza di esser impotente rispetto ad un evento simile. Ora che l’ho scritto non sono sicuro di stare meglio, ma rileggere le proprie paure forse le rende meno spaventose,  dà loro una forma, una concretezza che si può guardare, toccare, modificare e probabilmente ridurre a qualcosa di controllabile. Si fa per dire.