Archive for dicembre, 2011


Come ho già comunicato qui e altrove ho terminato di scrivere il mio secondo romanzo, ma mi manca il titolo. Vorrei sottoporvi una rosa di possibilità per vedere quale vi piacerebbe di più. Purtroppo non posso raccontarvi la trama, perché è ancora materiale riservato, ma vorrei conoscere la vostra sensazione. Diciamo, in una scala da 1 a 10 (se qualcuno sta vivendo un deja vu, non preoccupatevi, passa subito) mi piacerebbe che valutaste questi titoli, uno per uno, in base a quello che vi suona meglio o che vi piacerebbe leggere sulla copertina di un libro:

Canta ancora My Funny Valentine

L’uomo che giocava con la morte

L’uomo che incatenò la morte

Siamo libri che camminano

Di corsa verso il precipizio

Ad occhi chiusi verso il precipizio

Ouverture, finale e due interludi

Opera prima (e ultima) senza repliche.

Criminal(mente)

Delitto per Delitto

Il lampo e il buio

Il ferro nella mente

Fatemi sapere.
Grazie

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24 dicembre, manca l’olio d’oliva e la passata di pomodoro, che nella mia cucina sono fondamentali. Decido di affrontare l’orda della vigilia e muovere verso il super. Avrei voluto alzarmi prima, ma ormai sono le 9,30 ed è fatta. Guardo la macchina, non la lavo da tre mesi, non piove mai, se passo vicino ad una centralina anti-inquinamento e rilascio un po’ delle polveri accumulate il sindaco fa chiudere la città al traffico per un anno. Decido di andare all’autolavaggio, con due euro me la cavo, le do una sciacquata e mi lavo anche un po’ di coscienza, visto che è un diesel euro3, razza maledetta di questi tempi. Giunto sul posto noto un po’ di fila: per forza, è sabato, la vigilia di natale, tutti si sono accorti di quanto è sporca l’auto e decidono di lavarla per fare bella figura coi parenti. Non è tutto: a parte i pervertiti, quelli che lavano l’auto con meticolosità psico-patologica, la insaponano, la risciacquano, la asciugano e la massaggiano come delle geishe thailandesi, ci sono gli impediti che infilano i gettoni nel verso sbagliato, li incastrano nella macchinetta, la bloccano e non sanno come fare, si guardano in giro imbarazzati  – in tutte le auto in attesa c’è qualcuno che scuote la testa come a dire “ma guarda che pirla” – per scovare un addetto, ma quello si deve essere imboscato e la fila si allunga. Basta, ho l’auto sporca e ma la tengo, alla faccia del sindaco, dei parenti e di tutti quelli che quando passerò si volteranno a dire “ma guarda quello con che auto va in giro”. Mi dirigo verso il super e fermo al semaforo vengo adocchiato dal solito lavavetri armato di spazzolone. Avanzo di un paio di metri e gli faccio segno con la mano che non ho bisogno. Non ho bisogno???? Stavo per dare due euro ad una stupida macchinetta automatica, senza nemmeno conoscerne il proprietario, per lavare la macchina con le mie mani e rifiuto 50 centesimi ad un ragazzo, un essere umano che sta in mezzo alla strada, respirando le peggio cose, imbacuccato in sciarpe e maglioni visto il freddo che fa, che mi avrebbe almeno lavato il parabrezza per vederci un po’ meglio e mi avrebbe pure detto grazie e buon natale? Ma sono scemo? No, sono un coglione, ci sono voluti solo dieci secondi per rendermene conto, troppi, comunque, perché il semaforo verde è scattato, il ragazzo si è già allontanato e le macchine dietro pretendono giustamente di attraversare l’incrocio. Naturalmente al super si è riunito tutto l’universo e per comprare due cose mi tocca fare una coda biblica, che quella nella valle di Giosafatte al confronto sembrerà la fila davanti al cinema dove proiettano l’ultimo film di Kiarostami. Facciamo cose insensate, senza pensarci, solo per abitudine, pessima abitudine. Abbiamo delegato il pensiero all’istinto, viviamo di impulsi, agiamo compulsivamente. Forse anche perdere mezz’ora a scrivere queste righe è un’azione compulsiva, non sarà molto utile, ma almeno mi ha dato modo di rifletterci su. Ve le lascio, se avete cinque minuti da perdere.

Non so se sto provando una sensazione piacevole o malinconica, un sapore dolce o vagamente acido. Dopo quattro lunghi  anni di blocchi e riprese, ripensamenti, casini, dolori, delusioni, voglia di buttar via tutto – sono stato sul punto di cancellare tutta la cartella con manoscritto, appunti e vuotare il cestino – ho finito il mio terzo libro, il secondo romanzo, il primo di completa invenzione e fantasia. Il primo libro era, in effetti, una raccolta di post selezionati dal vecchio blog What A Wonderful World, di cui rimane solo una vaga traccia in rete, che rimanda a questo e all’altro. Sono sopravvissuti i Bonsai Suicidi, però, anche se sembra una contraddizione in termini. Silenziosa(mente) era una storia inventata, ma basata su fatti e personaggi parzialmente reali. Quest’ultimo è una storia partorita esclusivamente dalla mia fantasia – lo so, suona come una minaccia – e parla prevalentemente di morte e di morti, ma in una chiave risolutiva di vita. Ci sono molti personaggi, questa volta, per ciò ho dovuto prendere appunti su caratteristiche, cose dette e fatte, per non perdermeli per strada e non renderli contraddittori, perché non c’è niente di peggio di un personaggio che ripete cose già dette o rifà cose già fatte o si trova in più posti contemporaneamente, a meno che non abbia facoltà particolari, cosa peraltro che accade nella storia raccontata. C’è anche la musica, ma poca stavolta, giusto quel tanto che basta in tre solo scene: all’inizio e alla fine del romanzo e in mezzo, come il balletto nello spettacolo di varietà. Non vi piace il balletto nello spettacolo di varietà? Non c’è problema, neanche a me, ma in quei casi mi alzo, vado in bagno e quando torno è finito. La stessa cosa potrete fare voi se e quando lo leggerete. C’è un grosso gatto, questo sì, importante alla fine della storia. Come si intitola il romanzo? Non lo so, il che è un problema nel momento in cui uscirà, perché per acquistarlo non si potrà chiedere al libraio “quel romanzo che parla di morte e morti in una chiave risolutiva di vita con i balletti all’inizio e alla fine e in mezzo come un varietà eccetera”, perché il libraio non lo troverà sul computer (spesso non lo trovano neppure col titolo) e non vi potrà indicare lo scaffale giusto, ma, piuttosto, vi indicherà l’uscita. Non ho ancora deciso il titolo, perché quelli che mi piacevano non li posso usare e quelli che potrei usare non mi convincono. Me ne era venuto in mente uno carino, me lo sono appuntato mentalmente l’estate scorsa mentre ero in vacanza e l’ho ovviamente dimenticato. Sono quasi sicuro che qualcuno lo troverà e lo userà al posto mio. Tornando al fatto che ho finito di scriverlo e rileggerlo e dovrei ora ri-rileggerlo per sistemare alcune cose che mi sembrano di troppo – ma nemmeno poi tante – e rinforzarne alcune che traballano un poco – ma nemmeno poi tanto – il problema, non da poco, si pone per la pubblicazione. Ci sono almeno tre strade principali e un paio secondarie: affidarlo ad un agenzia, che, una volta accettato, potrebbe aiutarmi a trovare un editore; cercare io stesso l’editore; autopubblicarmelo. Le due secondarie si riferiscono proprio a quest’ultima ipotesi: autopubblicarmelo come ho fatto con Silenziosa(mente) attraverso un portale o cercarmi uno stampatore di fiducia e poi pubblicizzare e vendere il libro autonomamente? Insomma, strade lunghe, tortuose e faticose da percorrere. Si accettano consigli.

Non ho mai visto un concerto di Bruce Springsteen e ho vissuto ragionevolmente bene. Avrei anche proseguito un’esistenza dignitosa senza recarmi in uno stadio pieno di scalmanati per seguire le gesta di una rockstar con l’aspetto di un anziano camionista americano, che esegue musica fondamentalmente per anziani camionisti americani, se non avessi accanto una cara persona convinta che, almeno una volta nella vita si deve vedere un concerto del Boss. E allora, il 24 novembre, appena messi in vendita, mi sono assicurato due biglietti per il concerto del 7 giugno a Milano. È la prima volta che acquisto dei biglietti con così largo anticipo. Mi auguro che se non riuscirò a vedere Springsteen quel giorno non sia per colpa mia. Previdente, il sito TicketOne, che mette in prevendita i biglietti, propone anche una polizza assicurativa in caso di impedimento, ma avevo già speso uno sproposito e ho soprasseduto. Decido, però, di farmi recapitare i biglietti a casa, giusto per tenerli in custodia fino alla fatidica data, al non modico costo di 9,99€. Da notare il vettore, denominato “Corriere Espresso” a simboleggiare velocità, efficienza, motore, lampo e tuono, un secolo fa avrebbe entusiasmato Filippo Tommaso Marinetti. Associato, poi, ad internet, tutto ciò si trasforma in automatismo, immediatezza, fibra ottica, trasferimento alla velocità della luce, anzi, dei neutrini. E invece… Il 2 dicembre scrivo sconsolato al servizio clienti TicketOne – avrei potuto telefonare, ma questi erano i costi (CALL CENTER TICKETONE 892.101 Il costo massimo della chiamata al minuto è di Eur 1 da rete fissa (senza scatto alla risposta), di Eur 1,2911 da cellulare TIM (scatto alla risposta Eur 0,1291), di Eur 1,5 da cellulare VODAFONE (scatto alla risposta Eur 0,1) e di Eur 1,3 da cellulare WIND (scatto alla risposta Eur 0,1250). Tutti i costi evidenziati sono espressi al netto I.V.A.)  – questa mail: “Buongiorno, ho acquistato due biglietti per il concerto di Bruce Springsteen il 24 novembre con consegna a domicilio tramite Corriere Espresso, ma ad oggi, 2 dicembre, non è arrivato nulla. Per un costo di 9,99€ la velocità del Corriere Espresso è assolutamente inaccettabile. Quando pensate che mi verranno recapitati i biglietti? Potete verificare? Grazie.”
Dopo cinque giorni, la mattina del 7 dicembre, giorno festivo a Milano, mi vengono consegnati i biglietti dal Corriere non più Espresso, ma ormai poco più di un accelerato. Nel plico c’è un cartoncino adesivo con la mia prenotazione del 30 (!!!) novembre, ma la matrice del biglietto riporta la data corretta della prenotazione (24 novembre). Ma non finisce qui: oggi 12 dicembre, dieci giorni dopo le mie rimostranze e cinque giorni dopo la consegna dei biglietti, giunge la risposta di TicketOne: “gentile cliente, l’ordine è in carico al corriere”. In pratica, mi annunciano laconicamente che nei prossimi giorni me li consegneranno. Faccio notare di nuovo che tutte le comunicazioni sono avvenute attraverso la posta elettronica. Probabilmente se avessero viaggiato a piedi o a cavallo sarebbero state più veloci. Ho risposto a TicketOne (lo so, sono tignoso, ma trovo insopportabile questo sistema di semi-monopolio della distribuzione dei biglietti per gli spettacoli e l’abitudine di tenere alla larga i clienti attraverso i call-center a pagamento): “Appunto, dal 24 novembre al 6 dicembre. Me lo comunicate il 12 dicembre, mentre, nel frattempo, il plico è già arrivato. Complimenti per i tempi di reazione, un bradipo è una scheggia al vostro confronto.” Ora non mi resta che attendere il 7 giugno, sperando che Springsteen arrivi con i suoi mezzi a Milano e non si faccia consegnare dal Corriere Espresso di quel fulmine di TicketOne.

E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.

(John Steinbeck, Furore, 1939)

Siamo il popolo, la gente che sopravvive a tutto, nessuno può distruggerci, noi andiamo sempre avanti.

(Ma’ Joad, Furore, John Ford, 1940)

Il 21 febbraio avevo postato queste citazioni dopo avere rivisto il film di John Ford e avere scoperto che, nella edizione italiana, la frase citata da Ma’ Joad, pur essendo fortemente emblematica, chissà perché, era stata tagliata. Sono in vena di classici, ultimamente, forse perché il mio romanzo si è arenato in rilettura e sto cercando motivazioni. In questi ultimi due giorni ho sorbito (è il verbo esatto, a sorsi brevi e frequenti) Stabat Mater di Tiziano Scarpa e, al di là dell’argomento musicale che mi ha intrappolato, l’ho trovato alquanto deludente, nella sostanza e nella forma. Questione d’opinioni, naturalmente e di propaganda televisiva, dato che era stato parecchio “pompato” nei programmi di divulgazione letteraria (è Einaudi) e mi ero fatto convincere. M’aspettavo di più. Ora, I Karamazov dovranno aspettare, perché Tom Joad ha preso il sopravvento.

“I grandi classici non tramontano mai”: ce lo sentiamo ripetere periodicamente dalla radio e dalla televisione quando qualche editore ci vuole rifilare l’ennesima ripubblicazione di Cuore, I Promessi Sposi, Guerra E Pace, I Tre Moschettieri o le poesie di Rainer Maria Rilke, Pablo Neruda ed Eugenio Montale, magari allegata al quotidiano o al settimanale. Nulla di male in tutto ciò, intendiamoci, ma la frase fatta già suona commercialmente sospetta. Meglio riscoprirli da soli i classici, frugando in libreria, sui piani più alti e polverosi, negli stipi dove si sono infilati i vecchi libri di scuola invenduti. Tra decine di storie orientali, grazie a mio padre appassionato di Salgari e avventure esotiche in genere, ho rinvenuto un’edizione scolastica di David Copperfield di Carlo Dickens (sic), tradotta da Cesare Pavese per gli studenti delle medie, con annotazioni chiarificatrici e pronunce corrette (più o meno) dei termini inglesi, anno 1964. All’epoca avevo due anni, mio fratello dodici e, infatti, era suo. “La Storia E Le Esperienze Personali Di David Copperfield” – questo il titolo completo ideato da Carlo Dickens – è un libro che a scuola ho sempre cercato di evitare. Non so perché, ma ne diffidavo, lo confondevo con “Incompreso”, mi ricordava “Il Giornalino Di Gian Burrasca”, che, peraltro mi piaceva, ma senza la parte divertente. Insomma, lo associavo all’angoscia di crescere e non essere accettato. E, infatti, Carlo Dickens, di angoscia, e violenza, freddo, crudeltà e morte, ne ha rovesciate a palate in Copperfield. Poi, io preferivo Giulio Verne – come si diceva allora, facendoci credere che fosse italiano – e i suoi viaggi sulla Luna o al centro della Terra, sotto i mari o in isole misteriose. Finalmente, messe da parte riserve e angosce, l’ho letto e gustato sino in fondo. Devo confessare che, nonostante il secolo e mezzo abbondante trascorso, Copperfield si apprezza ancora, non tanto per la storia, che, riportata ai giorni nostri, è ancora attuale – sopraffazione, ingordigia, disonestà, ma anche candore, altruismo, generosità, sono temi universali e senza tempo – ma per il linguaggio di Dickens, le metafore tuttaltro che scontate, il sentimento che traspare da certe pagine, come quelle sulla morte della madre e della moglie del protagonista, il terrore che emerge dal racconto del naufragio in cui periscono il suo più caro amico e l’uomo corso a salvarlo, a cui il primo aveva rubato la promessa sposa (ve l’ho detto, freddo, amore e morte dilagano ovunque); l’efficacia con cui  l’autore descrive il viscido ed infido Uriah Heep, l’ironia che Dickens lascia scorrere qua e là commentando certe figure buffe come la zia Betsy e lo scombinato Micawber, che si rivelano, alla fine, personaggi indispensabili alla risoluzione felice di vicende complicatissime. È anche un bel ritratto della società inglese dell’Ottocento, dove si cresceva in fretta, non c’era tempo di restare bambini a lungo, si andava a lavorare anche a nove-dieci anni, se non si aveva la fortuna di poter studiare – e anche a scuola erano dolori, a causa di pene corporali che venivano inflitte con abbondanti dosi di sadismo – la giustizia non sempre era giusta, la corruzione era strumento utile per farsi strada, mentre le donne erano destinate a sposarsi in matrimoni combinati dai genitori, spesso per ragioni che avevano a che fare più col denaro che col sentimento e, comunque regolati dal rigidissimo sistema delle classi sociali. Ombre e luci, amore, crudeltà e morte in questo bel romanzo, non so quanto adatto ai ragazzini delle medie degli anni Sessanta, ma certamente apprezzabile ancora oggi. Ho sullo scaffale “I Fratelli Karamazov” che mi guata da un paio d’anni, accanto a “Giochi Sacri” di Vikram Chandra, quello di “Terra Rossa e Pioggia Scrosciante”. Non so se seguire una filologia cronologica, che mi orienterebbe verso Dostoevskij o storico-sociologica, che mi porterebbe verso l’India. Sono entrambi tomi da un migliaio di pagine. Oddio, lì di fianco ho visto “Pattini D’Argento”, ma non ho il coraggio di aprirlo: dopo le esperienze dell’estate scorsa sento ancora il freddo del ghiaccio sul fondoschiena. Qualcuno l’ha letto? Ne è uscito con le ossa integre?