Sono padre! Ecco spiegata la nausea con cui mi sono svegliato ieri. Tutti a prendere in giro, a far battute, a scherzare e invece era vero. Una paternità inaspettata, ma voluta, capitata all’improvviso come una notizia piovuta dall’Ansa. In questo caso dalla Rete. Sono padre, d’accordo, ma non mi sono moltiplicato o riprodotto, o almeno, non che io sappia: se c’è un piccolo gcanc che zampetta in giro, lo fa a mia insaputa. Ad ogni modo, sono padre di una parola, l’ho adottata dopo avere saputo dell’iniziativa della società Dante Alighieri, volta alla difesa delle parole inusitate che rischiano l’oblìo. Non mi piace la locuzione “ai miei tempi”, né credo che una lingua debba restare immobile, altrimenti parleremmo e scriveremmo ancora come i fenici, ma ci sono molti modi di fare evolvere una lingua e quello in vigore è terrificante, non tanto per l‘uso di parole straniere, che hanno sempre contaminato l’italiano (pensiamo ai numerosissimi lemmi che derivano da arabo, spagnolo, francese, tedesco e inglese, persino nel dialetto), ma per la povertà del linguaggio, che ci rende poveri anche di pensiero. L’italiano è una delle più belle lingue del mondo, ha avuto un’evoluzione straordinaria e la sua ricchezza sta proprio nella varietà. Impoverendo la lingua, impoveriamo noi stessi e non ne abbiamo davvero bisogno. Perciò sono diventato padre adottivo di una parolina di uso non comune, me ne rendo conto, e, dato che tra gli impegni presi nell’atto di adozione ho assunto anche quello di usarla sempre appena possibile e diffonderla, ma so che non sarà cosa facile. Però mi piaceva il suono e il suo significato metaforico, quello che le ho voluto attribuire. La parola, il lemma, detto in linguaggio tecnico è: enarmonia. Capite bene che non è proprio un termine che si può inserire in un discorso normale:
“Ciao, come stai?”
“Bene, mi sento enarmonico, e tu?
“Sono andato in vacanza a Biella, ho fatto una passeggiata nei boschi per funghi, ma non ho trovato l’enarmonia che cercavo.”
Oppure:
“La situazione contingente impone misure enarmoniche che saranno contestate e provocheranno agitazioni. La CGIL ha proclamato uno sciopero in enarmonia con le altre sigle sindacali.”
Enarmonia, in effetti, nel sistema musicale temperato occidentale, è il rapporto tra due note, che pur appartenendo a scritture diverse, hanno la stessa altezza. In altre parole, si scrivono differentemente, ma suonano in ugual modo. È chiaro che il discorso in cui rientra l’enarmonia è prettamente tecnico e si esaurisce in fretta: si e do bemolle sono enarmonici, mi diesis e fa vivono un rapporto enarmonico, la bemolle e sol diesis coabitano in enarmonia e così via. Stop. Finito. Discorso chiuso. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, è bello che la stessa nota, lo stesso suono, la stessa vibrazione, lo steso concetto, possano essere chiamati in modi diversi. Sembra che parlino due lingue differenti, ma, in realtà, esprimono la stessa idea di altezza e di emozione. Per questo mi piace “enarmonia”: esprime ricchezza e unità, diversità e univocità, differenza e intesa. È come essere padre di due gemelle: enarmonia e ainomrane. Va be’, mi accontento di poco, ma di questi tempi non si può esagerare. Già essere padre è coraggioso: tra qualche anno saranno adolescenti e vorranno le chiavi di casa, torneranno tardissimo dopo essere uscite con cluster e dodecafonico, aver passato la serata al tritono e aver tracannato marzemino. A pensarci bene: ma chi me l’ha fatto fare?

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