Archive for ottobre, 2011


Sono padre! Ecco spiegata la nausea con cui mi sono svegliato ieri. Tutti a prendere in giro, a far battute, a scherzare e invece era vero. Una paternità inaspettata, ma voluta, capitata all’improvviso come una notizia piovuta dall’Ansa. In questo caso dalla Rete. Sono padre, d’accordo, ma non mi sono moltiplicato o riprodotto, o almeno, non che io sappia: se c’è un piccolo gcanc che zampetta in giro, lo fa a mia insaputa. Ad ogni modo, sono padre di una parola, l’ho adottata dopo avere saputo dell’iniziativa della società Dante Alighieri, volta alla difesa delle parole inusitate che rischiano l’oblìo. Non mi piace la locuzione “ai miei tempi”, né credo che una lingua debba restare immobile, altrimenti parleremmo e scriveremmo ancora come i fenici, ma ci sono molti modi di fare evolvere una lingua e quello in vigore è terrificante, non tanto per l‘uso di parole straniere, che hanno sempre contaminato l’italiano (pensiamo ai numerosissimi lemmi che derivano da arabo, spagnolo, francese, tedesco e inglese, persino nel dialetto), ma per la povertà del linguaggio, che ci rende poveri anche di pensiero. L’italiano è una delle più belle lingue del mondo, ha avuto un’evoluzione straordinaria e la sua ricchezza sta proprio nella varietà. Impoverendo la lingua, impoveriamo noi stessi e non ne abbiamo davvero bisogno. Perciò sono diventato padre adottivo di una parolina di uso non comune, me ne rendo conto, e, dato che tra gli impegni presi nell’atto di adozione ho assunto anche quello di usarla sempre appena possibile e diffonderla, ma so che non sarà cosa facile. Però mi piaceva il suono e il suo significato metaforico, quello che le ho voluto attribuire. La parola, il lemma, detto in linguaggio tecnico è: enarmonia. Capite bene che non è proprio un termine che si può inserire in un discorso normale:
“Ciao, come stai?”
“Bene, mi sento enarmonico, e tu?
“Sono andato in vacanza a Biella, ho fatto una passeggiata nei boschi per funghi, ma non ho trovato l’enarmonia che cercavo.”
Oppure:
“La situazione contingente impone misure enarmoniche che saranno contestate e provocheranno agitazioni. La CGIL ha proclamato uno sciopero in enarmonia con le altre sigle sindacali.”
Enarmonia, in effetti, nel sistema musicale temperato occidentale, è il rapporto tra due note, che pur appartenendo a scritture diverse, hanno la stessa altezza. In altre parole, si scrivono differentemente, ma suonano in ugual modo. È chiaro che il discorso in cui rientra l’enarmonia è prettamente tecnico e si esaurisce in fretta: si e do bemolle sono enarmonici, mi diesis e fa vivono un rapporto enarmonico, la bemolle e sol diesis coabitano in enarmonia e così via. Stop. Finito. Discorso chiuso. Tuttavia, se ci riflettiamo sopra, è bello che la stessa nota, lo stesso suono, la stessa vibrazione, lo steso concetto, possano essere chiamati in modi diversi. Sembra che parlino due lingue differenti, ma, in realtà, esprimono la stessa idea di altezza e di emozione. Per questo mi piace “enarmonia”: esprime ricchezza e unità, diversità e univocità, differenza e intesa. È come essere padre di due gemelle: enarmonia e ainomrane. Va be’, mi accontento di poco, ma di questi tempi non si può esagerare. Già essere padre è coraggioso: tra qualche anno saranno adolescenti e vorranno le chiavi di casa, torneranno tardissimo dopo essere uscite con cluster e dodecafonico, aver passato la serata al tritono e aver tracannato marzemino. A pensarci bene: ma chi me l’ha fatto fare?

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Ad una conferenza su arte e scienza: l’artista dice di essersi ispirata alla scienza per realizzare la sua opera; lo scienziato annuisce e dice che l’arte spesso attinge al magazzino della scienza per ispirarsi. Tutto bello, ma avrei voluto fare una domanda, che mi è rimasta in gola, poiché non erano previste domande (forse perché quando sono previste nessuno ha il coraggio di farle): ma se la scienza è in cerca della legge definitiva, della regola ultima, che spieghi la natura dei fenomeni, che riveli finalmente e definitivamente i meccanismi intrinsechi di ciò che vediamo e percepiamo, insomma, se la scienza è in cerca di risposte, mentre l’arte fa domande e non sa fare altro, procede per rotture, delle regole, delle convenzioni, del “dato per scontato”, se l’arte è il più alto modo di porre dubbi e rappresentare un punto di vista che non è convenzionale e universalmente accettato, come fanno arte e scienza ad andare d’accordo? Cosa si raccontano la sera, la testa sul cuscino, prima di addormentarsi? Ecco, questo avrei voluto chiedere. Magari a braccio mi sarebbe venuta una domanda un po’ più breve e concisa, ma si sa che scrivendo ho la tendenza a dilungarmi e a precisare meglio, tuttavia non mi resta che tenermi il dubbio artistico e, al limite, proporlo ai lettori/viandanti che passano di qui.

Anche Steve Jobs se ne è andato. Quando ho cominciato a smanettare tra i computer era la metà degli anni 90. Per esigenze di lavoro me ne sono procurato uno senza sapere esattamente in cosa mi stavo cacciando, ma non potevo continuare a battere a macchina gli articoli. Così, seguendo la tendenza della redazione, ho acquistato a rate un Mac LC475, un computer di media portata con un processore Motorola 68k, se non ricordo male, mentre stavano per nascere i primi Power. Si viaggiava ancora a floppy. Ricordo ancora la guida interna del Mac che mi indicava cosa fare una volta acceso. Tutto molto intuitivo e facile da usare. Poi le tonnellate di riviste, applicazioni, trucchi, segreti, tips and tricks che saltavano fuori da ogni parte, uno spasso. Quindi arrivò il 6400, lo schermo da 20’’, internet, il primo modem da 28k, quindi l’iBook Indigo col modem incorporato da 56k, l’adsl, il MacBook bianco, su cui ho scritto i miei primi due libri, l’iMac, il MacBook nero e il MacBook Pro. La mela iridata aveva invasa casa e non se ne sarebbe più andata. All’inizio non conosceva la rivalità tra Mac e PC, ma mi resi subito conto, ahimé, della differenza di prezzo. Ricordo un tizio che me la menava sempre ogni volta che mi vedeva – “allora, come va col Mac, quanto hai speso questa volta?” – lui, servo di Bill Gates, apriva, smontava, rimontava i PC, comprava pezzi in giro, li assemblava, mentre io, al massimo, aggiornavo i banchi di memoria, ma solo perché i Mac non avevano bisogno di manutenzione, funzionavano sempre. Spendevo all’inizio, certo, ma risparmiavo sulla manutenzione, anche quando compravo Mac usati, mai preso una fregatura. Col tempo le differenze di prezzo tra Mac e PC si sono assottigliate, così come quelle dei sistemi operativi (in realtà il sistema a finestre è un’idea di Jobs, anche se Gates l’ha chiamato Windows), ma non la qualità: il Mac continua ad essere la schiatta nobile tra i computer. Quando Apple ha perso la mela arcobaleno mi è dispiaciuto, perché ho capito che un’epoca era finta, quella pionieristica, spensierata e un po’ hippy, che aveva caratterizzato la sua storia. Le cose si sono fatte più serie: iMac, iTunes, iPod, iPad, iTutto.  Il successo in borsa, Apple sugli scudi, poi Steve Jobs si è ammalato, ma ha combattuto sempre, tra alti e bassi, sino alla resa, poche settimane fa e la fine ieri. La mela, oggi, è nera.

C’è un nuovo nato in casa. Dato che mi sono impegnato a non moltiplicarmi biologicamente, ma il mio DNA, condiviso con mio fratello, si è trasmesso parte ai suoi figli – miei nipoti – parte devo aver lasciato in giro senza dar luogo a scissioni geometriche, parte finirà nel grande tutto/nulla dell’universo alla mia dipartita e quindi alla futura umanità tutta, ho pensato di riprodurmi ancora informaticamente. Al primo blog, What A Wonderful World, ormai abbandonato a se stesso come le sonde Voyager, è seguito l’erede bonsaisuicidi (quello che state consultando, casomai vi foste distratti), il quale vive vita parallela a distanza col cugino facebook (autarchicamente detto anche libro delle facce), il quale ha copulato incestuosamente con i link di bonsaisuicidi, generando il gruppo Silenziosa(mente) e dando vita al concorso omonimo. Sembrava finita, ma le circostanze della vita, qualche incontro fortuito, un po’ di incazzatura, riflessioni a mazzi, soprattutto di notte, quando il buio contribuisce a creare mostri, ecco che dal gruppo, dal blog, dal link e da me, in un’ammucchiata indegna e scandalosa, nasce un altro blog: si chiama Silenziosa(mente), come il romanzo, come il gruppo, come una delle più belle composizioni di Joe Zawinul (In A Silent Way), come vorrei che mutasse tante volte la realtà che mi circonda: “Se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse potremmo capire” si diceva ne La Voce Della Luna. Sarà un luogo di lettura, scrittura, ascolto, visione, riflessione sulla musica, sulle musiche, sui musicisti. Possibilmente, facendo il minor rumore possibile, chiacchierando tranquillamente come si fa in un salotto, seduti su comodi cuscini, tazza di tè appoggiata sul tavolino basso e la casse che diffondono suoni. Come si ascoltava una volta la musica, con calma, relax, attenzione, concentrazione, godendone e non consumandola, perché le cose consumate, alla fine, si buttano. Se vi va, venitemi a trovare anche lì. Altrimenti accontentatevi dei vostri miseri, microscopici, ridicoli, antiestetici, consumistici mp3.